“Snaturati. La vera storia dei 5 Stelle raccontata da uno dei padri” di Marco Morosini

Prof. Marco Morosini, Lei è autore del libro Snaturati. La vera storia dei 5 Stelle raccontata da uno dei padri edito da Castelvecchi. Assieme a Beppe Grillo Gianroberto Casaleggio, Lei è stato definito dal Fatto quotidiano “il terzo padre del Movimento 5 Stelle”, il meno noto, nonostante sin dal 1992 abbia ispirato Beppe Grillo sui temi sociali ed ecologici e abbia scritto per lui migliaia di pagine: come nacque il suo sodalizio col comico genovese?
Snaturati. La vera storia dei 5 Stelle raccontata da uno dei padri, Marco MorosiniTutto cominciò il 19 febbraio 1992, al Teatro Smeraldo di Milano. È lì che nacquero nel 1992 il Grillo comico politico, e nel 2009 il Movimento 5 Stelle. Quella sera c’ero anch’io. Volevo suggerire a Grillo un argomento comico-ecologico che usavo nelle mie conferenze. Dopo lo spettacolo ero in un corridoio grigio, in fila con i tanti ammiratori che volevano salutarlo. La signora prima di me uscì dal camerino e se ne andò in una scia di profumo. Ero l’ultimo. La porta restava chiusa. Le voltai le spalle e mi incamminai verso la platea vuota. Ma ecco che la porta si aprì. Comparve la testa riccioluta di Grillo. Poi il resto di Grillo, in accappatoio bianco, a piedi nudi. Aveva in mano un cestino. Qualcuno vuole una caramella? Disse, rivolgendosi a nessuno. Era notte, ero stanco di aspettare, volevo andare a casa. Ma mi piacciono le caramelle. Mi girai e dissi: «Io».

Cambiare la testina. Per cambiare la testa.
L’indomani, Grillo mi diede appuntamento in un ristorante vicino al Teatro Smeraldo. L’Unto, lo chiamammo, perché ci portò peperoni arrostiti, annegati nell’olio. Grillo è curioso. Grillo è un ragazzo per sempre. Mi chiese cosa facessi all’Università di Ulm, in Germania, e di raccontargli i miei seminari ecologici nelle scuole medie. Ne avevo appena registrato uno su un nastro. Eravamo soli, dall’Unto. Dopo il caffè cominciammo ad ascoltare l’audiocassetta. Mi interrompeva. Voleva sapere che oggetti mostravo agli studenti. Rideva. Aveva le stesse reazioni dei ragazzi dei miei seminari.

L’audiocassetta era una C60, durava un’ora. Impiegammo alcune ore ad ascoltarla. «Ferma, spiegami» diceva Grillo. Ci demmo del tu. Gli era piaciuta la mia storia dello spazzolino da denti con la testina cambiabile. Lo usavo per spiegare che se fabbricassimo i prodotti in modo più intelligente, consumeremmo meno risorse e creeremmo meno rifiuti e inquinamenti. Beh, la soluzione è semplice, dicevo ai ragazzi, teniamo il manico. E cambiamo questa, la testina con la spazzola. La sera stessa questo divenne uno degli sketch più famosi di Grillo. Era semplice. Cambiare la testina. Per cambiare la testa.

Quando e come nacque il Movimento 5 Stelle?
Formalmente, il Movimento 5 stelle fu presentato il 4 ottobre 2009 al Teatro Smeraldo, proprio il luogo in cui io avevo contattato Grillo per la prima volta. E anche quel giorno, c’ero anch’io.

La concezione e l’organizzazione del Movimento fu tutta opera di Casaleggio, ma buona parte delle idee che avevano portato alla sua creazione le avevo messe io, in diciassette anni di lavoro con Grillo. Da Ulm, dove vivevo, poi da Zurigo, dove vivo, venivo spesso agli spettacoli di Beppe. Stavo con lui qualche ora in albergo per dargli e discutere le ultime “morosinate”, che gli scrivevo tutti i giorni. “Le pillole”, le chiamavamo. Mi sembra che gli abbiano fatto bene.

Fino all’ultimo minuto prima di cominciare stavo con lui dietro le quinte. Poi quando dopo lo spettacolo scendeva dal palcoscenico con la maglia inzuppata, i riccioli bagnati, esausto e felice, lo accompagnavo nel camerino.

Per diciassette anni mi ero mescolato agli spettatori per vederli in faccia e origliare. Assistevo agli spettacoli in piedi, frusciando lungo le pareti vellutate dei teatri. Ogni tanto sedevo tra il pubblico, cambiando spesso poltrona. Dopo aver tanto scritto, volevo ascoltare. Brandelli di frasi. Sussulti sulle poltroncine. A quali parole ridevano, applaudivano, commentavano?

Per diciassette anni ero stato un fantasma nella penombra delle platee. Ora invece, di colpo, i riflettori si accendevano e inondavano il teatro Smeraldo. Si stava fondando il Movimento 5 Stelle. Duemila attivisti, tutti in piedi, applaudivano entusiasti. Lo spettacolo che iniziava quella sera era un altro. In piedi, lungo il muro vellutato della platea scrutavo compiaciuto tutte quelle facce. I riflettori erano forti. Gli occhi umidi.

Quali caratteristiche rendono il Movimento 5 Stelle un partito unico al mondo?
Il Movimento 5 Stelle ha tre caratteristiche: è un partito digitale, privato e ambiguo. La più peculiare è quella di essere il primo partito digitale. Un partito unico al mondo. Questa è una nuova forma di organizzazione politica leggera, che fa un uso strutturale del digitale e che senza il digitale non esisterebbe. La portata di questa invenzione va ben al di là dell’Italia. Essa, infatti, potrebbe diffondersi in altri Paesi. Come la pizza e la Vespa. O come il fascismo.

Il Movimento, inoltre, è un partito privato. Esso infatti è la creatura e il patrimonio della famiglia Casaleggio e della sua piccola azienda, la Casaleggio Associati. Trattandosi di un’azienda di pubblicità e marketing in internet, il carattere digitale e il carattere privato del partito sono abbinati.

Il Movimento, infine, è un partito ambiguo politicamente, come ben lo descrive Beppe Grillo: «La specie che sopravvive, non è la più forte, ma quella che si adatta meglio. Noi siamo un po’ democristiani, un po’ di destra, un po’ di sinistra, un po’ di centro. Possiamo adattarci a qualsiasi cosa. A patto che si affermino le nostre idee». Questa è al contempo la sua forza e la sua debolezza.

Nel libro Snaturati Lei descrive la parabola del Movimento, dalle iniziali posizioni social-ecologiste al digitalismo di Casaleggio: come si è consumato il «tradimento»
Non parlo di tradimento ma di snaturamento, come dice il titolo del mio libro Snaturati. I temi sociali ed ecologici dei primi anni sono stati sostituiti da temi che strizzano l’occhio alle destre: il populismo aggressivo contro la cosiddetta “casta”, contro tutti i partiti e tutti i giornali, l’ostilità ai migranti, il perseguimento della crescita economica. Quando si aggregò nel 2004, il movimento degli “Amici di Beppe Grillo” era formato da persone sensibili agli argomenti di critica sociale e ecologica ai quali Grillo dava voce da quando, nel 1992, cominciai a sensibilizzarlo su questi temi e a lavorare con lui. Il primo programma elettorale di quel movimento, la “Carta di Firenze” del 2009, proponeva dodici punti, tutti di natura social-ecologica. Il testo di riferimento di Grillo e dei primi militanti era Futuro sostenibile (download completo), lo studio best-seller del Wuppertal Institut che stimolò in Germania la svolta social-ecologica del primo governo rosso-verde nel 1998. Poi, man mano che il Movimento si centralizzava e strutturava, chi lo gestiva mise da parte i temi social-ecologici e li sostituì con la propria agenda politica basata sull’esaltazione di internet (“…le uniche informazioni veritiere, la verità, nascono e si propagano attraverso la rete”), sul populismo, sull’aggressività e sulla denigrazione di tutti i partiti e tutti i giornali. Così il Movimento diventò come una automobile con il motore di sinistra ecologista e il volante di destra populista.

Sempre nel libro, Lei dimostra come il Movimento 5 Stelle soffra di maschilismo: quanto è viva, nel Movimento, la ‘questione maschile’? 
Nell’ottobre 2012 decisi di lavorare nel Meetup Europa. Ma dove cominciare? Le cose che non apprezzavo nel Movimento hanno una causa in comune: il dominio maschile. Questa supremazia implica due inclinazioni tipicamente maschili: l’autocrazia, ossia la gestione solitaria e illegittima del potere, e l’infatuazione per la tecnica. Queste due tendenze, a loro volta determinano i principali difetti del Movimento.

La mia prima iniziativa fu quindi la petizione Metà donne –Una vale uno per avere più donne candidate alle elezioni, che raccolse molte firme nel Meetup Europa e in altri Meetup del continente.

L’infatuazione per la tecnica è tipica dei maschi. Si osserva nella vita quotidiana e nelle grandi scelte della società, fatte quasi esclusivamente da maschi. La “questione della tecnica” è la maggiore questione della nostra civiltà. Da come la affrontiamo dipendono la salvezza o la rovina di tutti. Insomma, la tecnica è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai tecnici. Specialmente se essi sono uomini. Non è un caso che tra i profeti della “rivoluzione digitale” non ci siano donne. Quando si tratta di uomini, il passo dall’infatuazione per la tecnica all’abuso è breve. Si pensi agli eccessi di velocità dei guidatori di automobili e agli omicidi stradali, quasi sempre con fuga. Sempre maschi, violenti e vigliacchi. Mai una donna.

In un partito digitale dominato da maschi, l’infatuazione per la tecnica e l’autocrazia sono un tutt’uno e determinano la struttura del potere. Il potere della centrale del Movimento scaturisce da queste due deformazioni mentali. Ne risulta una gestione oscura degli strumenti digitali e dei dati. Di conseguenza, il divario di potere tra chi monopolizza i dati e chi non ne dispone diventa incolmabile.

Questo stato di cose non dovrebbe sorprendere in un partito dominato da maschi. Sorprende, invece, che tante donne del Movimento accettino, forse a malincuore, la dominanza maschile, i suoi contenuti politici discutibili, i suoi metodi autocratici e il suo gergo volgare. Nel Movimento 5 Stelle, per esempio, non esiste un’organizzazione femminile, né conosco iniziative importanti di dibattito, studio o legislazione per ridurre i divari economici e sociali tra uomini e donne nella società. Nei sei programmi elettorali del Movimento dal 2009 al 2019 non ci sono obiettivi di parità di genere. Perché non fare, per esempio, un terzo V-Day con concrete rivendicazioni legislative per contrastare lo strapotere maschile nella società?

L’attuale corsa al collasso ecologico ed economico, è stata interamente attizzata da maschi. Perché non cambiare guidatore? In un’intervista televisiva chiesero a Ruth Bader Ginsburg6, una dei nove giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti assurta alla popolarità di una rock-star e mancata nel 2020, quale numero di donne riteneva opportuno nella Corte. La sua risposta semiseria fu: «Nove». Alla risata dell’intervistatore, la giudice rispose: «Per tanti anni abbiamo avuto tutti i giudici dello stesso genere. E nessuno lo ha trovato strano».

Chi ha fatto tutti i bambini? Donne. Chi ha fatto tutte le guerre? Uomini. Chi ha in corpo solo 400 gameti (“uno vale uno”), da proteggere e spendere come tesori? La donna. Chi produce a getto continuo miliardi di gameti (“uno vale l’altro”) da spendere e spandere? L’uomo. Chi sa per natura e cultura, prendersi cura? Donne. Chi per natura e per cultura sa meglio distruggere e uccidere? Uomini. Quali Paesi sono al vertice delle classifiche mondiali di benessere, equità, rispetto, socialità, accoglienza, protezione della natura? I Paesi scandinavi, nei quali le donne hanno più responsabilità e potere che altrove. Chi preferisce votare forze politiche che si impegnano per la giustizia sociale e la protezione della natura? Più donne che uomini. Anche nella risposta alla pandemia, quasi tutti i Paesi che hanno meglio risposto e limitato i danni sono guidati da donne. Quelli che hanno reagito peggio, invece, sono guidati da uomini, spesso aggressivi e volgari.

Più donne al potere fa bene a tutti
La capacità di prendersi cura delle persone, delle cose e della natura è più frequente nelle donne che negli uomini anche quando esse occupano posti di manager, funzionarie, politiche, ministre, cape di governo o di Stato. Quindi, la singola misura che poteva indirettamente affrontare i principali mali del Movimento mi parve quella di dare alle donne non solo più diritti, a loro beneficio, ma soprattutto più potere, a beneficio di tutti. Più donne al potere fa bene a tutti, compresi gli uomini.

Quando ci sono donne a decidere insieme a noi uomini, a volte prendiamo decisioni migliori. Non è vero che siamo incorreggibili. Se un Genio come quello di Aladino permettesse che uno dei miei desideri si realizzasse, direi: metà donne. Intendo: almeno tante donne quanti uomini nelle posizioni dove si decide.

La mia petizione: Metà donne – Una vale uno
Detto, fatto. Il mio primo atto politico nel Movimento fu di proporre alle attiviste e agli attivisti dei Meetup in Europa un primo passo per far fronte alla questione maschile nel Movimento. Lanciai così la petizione Metà donne – Una vale uno per aumentare almeno fino alla metà il numero delle donne del Movimento candidate nelle elezioni nazionali e in quelle europee, e possibilmente anche di quelle effettivamente elette nei Parlamenti.

Raccolte le firme, postammo la seguente petizione nel forum del Movimento:

Noi, firmanti qui sotto, iscritti ai Meetup degli Amici di Beppe Grillo, proponiamo al Movimento 5 Stelle che metà delle persone candidate alle elezioni nazionali debbano essere donne (tranne in quei casi in cui non ci siano abbastanza candidate). Se rilevante e se possibile, anche l’ordine nella lista sia equo verso i generi. Ricordiamo che in Europa un numero crescente di governi nazionali e locali, candidati, partiti, consigli di amministrazione (in certi Paesi), consigliano, praticano, prevedono, o impongono una quota minima di donne nelle candidature e in posizioni esecutive, in genere tra il 30 e il 50%.

Anche nel movimento ci sono donne. Nei piani inferiori però. E spiace vedere diverse tra loro gongolare sul palco di un festival 5 Stelle, quando qualche uomo di primo piano dice dal microfono «le nostre donne c’hanno le palle». Non è raro sentire anche donne 5 Stelle usare quel linguaggio maschile rude e sessualizzato che è passato dal palcoscenico di Beppe al lessico dei politici del Movimento.

La dominanza maschile nel Movimento ha un caro prezzo. Essa infatti tiene lontane molte donne di valore. L’avversione di molte donne per i modi aggressivi e volgari dei capi 5 Stelle danneggia sia il Movimento sia la comunità. Sotto l’egemonia maschile, infatti, l’azione e lo stile del Movimento attirano molti più uomini che donne, in una spirale mascolina che aggrava il problema.

Quali posizioni esprimeva in origine, sul tema del lavoro, il Movimento?
La seconda petizione che presentai nel Meetup Europa si intitola Settimana di lavoro di 30 ore. L’iniziativa mirava soprattutto a riformare la stessa concezione del lavoro e un po’ anche quella della vita. Lavorare per vivere, si dovrebbe. Non vivere per lavorare. La riforma del lavoro è fondamentale per ogni progetto di società futura e a maggiore ragione per il progetto 5 Stelle.

Nel 2008 scrissi per Grillo (Internazionale, 739, 11.4.2008):

“Se usassimo meno energia e meno materiali, ci basterebbe lavorare meno e vivremmo meglio. Faremmo meno danni e risparmieremmo milioni di ore di lavoro, che oggi usiamo per rimediare a quei danni. L’economia servirebbe a far star bene le persone, non il contrario. […] Se non producessimo tanto e se facessimo meno danni, lavoreremmo la metà. Quale partito vuole raggiungere questo traguardo? Venti ore alla settimana di lavoro entro il 2050, meglio distribuite tra chi oggi lavora troppo e chi è disoccupato”.

Lo studio del Wuppertal Institut Futuro sostenibile (download completo) del 1998 e del 2011, curato da Wolfgang Sachs e da me, ispirò Grillo e i primi attivisti del Movimento. Quel nostro libro dà molto spazio alla necessità di ricomporre quello che è chiamato il “lavoro intero”. Ci sono, infatti, tre tipi di lavoro. Il “primo lavoro” è la punta emersa dell’iceberg, ossia il lavoro retribuito e conteggiato nelle statistiche. Questo primo lavoro è però possibile solo perché poggia su due lavori non retribuiti e non conteggiati nelle statistiche: il “secondo lavoro”, ossia il lavoro di cura nella casa e nella famiglia, in buona parte fatto da donne, e il “terzo lavoro”, quello dell’impegno civile nel volontariato, le Ong, i movimenti, i partiti, i sindacati, le chiese, le associazioni civili, culturali o sportive. Nei Paesi industriali il numero di ore del lavoro non retribuito (e il loro valore monetizzato) è superiore al numero di ore spese per il lavoro retribuito. Il valore monetizzato delle ore di lavoro non retribuite equivale a più della metà del Pil. Tutta l’economia di mercato è sostenuta da un’economia di cura e d’impegno civile, senza le quali non solo il mercato ma l’intera società non starebbero in piedi.

Dal lavoro dipendono il benessere e il malessere delle persone e della società, la ripartizione del tempo nella nostra vita, il grado di partecipazione di donne e uomini alla vita familiare e sociale, la ripartizione di oneri e benefici tra donne e uomini, giovani e anziani, colti e meno colti, l’identità vissuta dalle persone e quella riconosciuta loro dalla società, l’adesione ai miti dell’epoca come la crescita economica o la supremazia delle merci, l’uso e l’abuso della natura. Per questo una riforma del regime del lavoro è una parte fondamentale della transizione verso un mondo più giusto e più pulito, che fu l’obiettivo iniziale del Movimento.

In Italia, ufficialmente, le ore annue di lavoro retribuito sono state circa 1.800 pro capite nel 2013. A queste inoltre si aggiungono le molte ore di lavoro nero.

In un primo tempo, questo carico potrebbe essere ridotto gradualmente a 1.300 ore, arrivando così a un “tempo pieno breve per tutti”. «In definitiva» scrive Wolfgang Sachs in Futuro sostenibile «il benessere in un’economia dematerializzata dovrà fondarsi meno sulle cose e più sulle persone»5.

Una politica prima di tutto per le persone non è solo una “politica del lavoro”, ma è anche una politica della società e della sostenibilità. Essa implica, infatti, nuovi equilibri di diritti e doveri tra donne e uomini, più tempo per la famiglia, le relazioni sociali, la cultura, lo sport e l’impegno civile. Essa porta anche meno degrado della natura, grazie alla riduzione dell’attuale dispendio di materiali e di energia per produrre e smaltire una moltitudine di merci che hanno una durata sempre più breve.

Perfino il sistema finanziario fondato su un indebitamento privato crescente ne sarebbe stabilizzato. Pian piano, infatti, smetteremmo di cercare di convincere la gente con la pubblicità a comprare cose di cui non ha bisogno, con soldi che non ha, per far colpo su persone che non stima.

Un’agenda politica per il pianeta
Una concezione del lavoro intero è necessaria a tutte e a tutti per riconciliare la vita pubblica con la vita privata, la produzione con la riproduzione, la gestione saggia dei beni domestici (oikonomia, in Aristotele) con la necessità di produrne di nuovi, l’uso avveduto della natura con la sua cura e protezione. Vi sembra poco? Questa è l’agenda del Ventunesimo secolo per rendere sostenibile e degna la vita di dieci miliardi di umani sulla Terra.

In che modo il digitalismo politico costituisce l’unico nucleo ideologico dei 5 Stelle?
Il Movimento ha una dimensione chimerica e una dimensione manageriale che sono complementari e si fondono in quell’ideologia che è stata chiamata digitalismo.

Il digitalismo è una dottrina che vede nell’uso di massa delle tecnologie digitali l’inizio di una nuova era di libertà e prosperità. Secondo i suoi profeti l’emancipazione dell’umanità verrà dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Il digitalismo fiorì in California negli anni Settanta e Ottanta e per questo fu chiamato “L’ideologia californiana” in un saggio di Barbrook e Cameron del 1995 che lo descrive così:

La nuova ideologia combina il libero spirito degli hippies con lo zelo imprenditoriale degli yuppies. Questo amalgama di opposti è stato ottenuto per mezzo di una profonda fede nel potenziale emancipatorio delle nuove tecnologie dell’informazione. Nell’utopia digitale ognuno potrà essere ricco e felice. Non sorprendentemente, questa visione ottimistica del futuro è stata entusiasticamente abbracciata, attraverso tutti gli Stati Uniti, da nerd del computer, studenti scansafatiche, capitalisti innovativi, attivisti sociali, accademici di tendenza, burocrati futuristi e politici opportunisti. […] Essi ritenevano che la convergenza di media, computer e telecomunicazioni avrebbe inevitabilmente portato a una democrazia elettronica diretta – l’agorà elettronica – in cui ognuno avrebbe potuto esprimere le proprie opinioni senza paura di alcuna censura. […] I profeti dell’ideologia californiana sostengono che soltanto i flussi cibernetici e i vortici caotici del libero mercato e della comunicazione globale saranno in grado di determinare il futuro. Il dibattito politico, di conseguenza, è uno spreco di fiato. […] Nonostante le sue pretese di universalità, l’ideologia californiana è stata sviluppata da un gruppo di persone che vivono in un Paese ben determinato e che perseguono un ben specifico modello di sviluppo socio-economico e tecnologico.

Per capire il digitalismo politico di Casaleggio è indispensabile guardare attentamente il suo breve video Gaia, il futuro della politica (7 minuti), caricato su internet nel 2008, quando Casaleggio stava costruendo il Movimento già da qualche anno. Il video abbozza alcune tappe della storia della civiltà, caratterizzate da crescenti connessioni di persone, gruppi e popoli. Con l’uso di massa delle tecnologie digitali – dice il video – si arriverà presto a una comunità mondiale di persone interconnesse. Grazie a internet tutti gli umani genereranno un’intelligenza collettiva e gestiranno senza intermediazioni la politica del pianeta. Sarà una democrazia digitale, diretta e mondiale.

In California molti profeti del digitalismo si dedicarono al business, o alla scienza o alla letteratura. Casaleggio, invece, fu l’unico ad applicare la visione digitalista alla politica.

Quali sono i rischi e le minacce del digitale?
Come tutte le grandi tecnologie il digitale implica benefici, ma anche costi umani, ambientali e politici più grandi di quanto sembri. La pervasività del digitale comporta pericoli, che in parte sono già diventati danni, e che cresceranno insieme ai benefici. Una regolazione previdente è necessaria. Purtroppo, però, uno sguardo critico su queste tecnologie è praticamente assente in Italia.

Questa carenza è dovuta in parte a un abito mentale positivista vecchio di duecento anni che ritiene ogni progresso tecnico un progresso umano. La carenza di spirito critico sul digitale è inoltre dovuta al precetto politico secondo il quale la crescita economica va stimolata a qualunque costo. Per questo, se si vuole ulteriormente accelerare la crescita economica, qualunque nuova tecnica che trovi un mercato andrebbe incoraggiata e soprattutto non regolata. In Italia la voce technology assessment ossia la valutazione comparata dei benefici e dei rischi delle tecnologie, è quasi sconosciuto. Su Wikipedia c’è il technology assessment in dieci lingue, ma non in italiano. Eppure, come abbiamo visto, diversi fenomeni del mondo digitale destano preoccupazione e potrebbero raggiungere dimensioni drammatiche prima che ce ne accorgiamo. Potrebbe succedere ciò che avvenne con altre tecnologie: si cominciò con aspettative di progresso e emancipazione, ma poi emersero rischi e danni ai quali non avevamo pensato. Energie fossili, elettricità atomica, chimica di sintesi, pesticidi, amianto: tutto ciò fu concepito a fin di bene, ma poi… Forse fra alcuni decenni guarderemo ad alcune delle applicazioni digitali come oggi guardiamo a tante tecnologie pericolose? Forse davvero il digitale è il nuovo atomico?

Il digitale è un bolide senza freni e senza marcia indietro
Forse ci accorgeremo troppo tardi dei danni provocati da una digitalizzazione senza regole, come ci siamo accorti tardi dei pericoli dell’energia atomica per produrre elettricità. L’euforia per la cosiddetta “era digitale” mi ricorda le promesse dell’“era atomica”: energia too cheap to meter (‘troppo a buon mercato per misurarla’), liberazione dalla povertà e dalla fame, deserti irrigati e fertili, città illuminate a giorno, geoingegneria a colpi di bombe atomiche. Poi ci accorgemmo del rovescio della medaglia.

Le attuali centrali atomiche si possono smontare. Se qualcuna esplode è una tragedia, ma le vittime sono migliaia, nel caso peggiore qualche milione. Le persone esposte al digitale, invece, sono miliardi. I suoi effetti non sono circoscritti, come quelli dell’esplosione di una centrale atomica, ma sono subdoli e diffusi. È relativamente facile abbandonare l’atomico. Il digitale no. Il digitale è un bolide senza freni e senza marcia indietro.

I costi sociali ed ecologici delle tecnologie digitali non sono un motivo per rinunciare a tutti i loro benefici. Tuttavia occorre ridurre questi costi al minimo. Ciò può avvenire, però, solo se si investigano, scoprono e rendono pubblici i rischi e i danni potenziali, e se si adottano provvedimenti per ridurli. Lo scandalo delle manipolazioni dei dati sulle emissioni nocive dei motori diesel ha dimostrato che i principali costruttori di automobili non hanno esitato a ingannare i cittadini sugli effetti dannosi delle loro tecnologie. Siamo certi di poterci fidare degli oligopoli digitali, ormai molto più ricchi e potenti della stessa industria automobilistica?

È facile pensare che l’informazione e il suo trattamento siano immateriali. «Dall’atomo al bit» diceva uno slogan famoso. Invece, l’industria digitale con i suoi atomi, ossia i materiali e l’energia che consuma, è uno dei settori più inquinanti e più energivori al mondo.

L’icona del cloud, la nuvoletta candida e impalpabile dove possiamo parcheggiare i nostri dati, è la maggior impostura dell’industria digitale. Quella nuvola, infatti, dovrebbe essere nera. Per gonfiarla si bruciano milioni di tonnellate di carbone. Il cloud nasconde centinaia di milioni di tonnellate di CO2, di cemento, di metalli, di terre rare e di plastiche. Produrre, muovere e smaltire questi materiali implica grandi costi ambientali e umani. Gli enormi edifici che contengo i server che fanno funzionare internet sono le piramidi dell’era digitale: bunker smisurati, divoratori d’energia, forse protetti dal filo spinato e da guardie armate con i cani-lupo. Altro che nuvoletta.

Sui lati oscuri del digitale scrissi per Grillo nel 2004 la bozza di uno spettacolo intitolato Cloud, che si svolge così: uno schermo da proiezione di tela, largo come il palcoscenico, ne occupa il fronte. Con un coltello Grillo vi taglia un varco. Vi entra, e ne esce con in mano un oggetto che racconta un aspetto della faccia nascosta del digitale: una piastra interna di computer, una manciata di minerale raro, dieci metri di fibra ottica da lanciare al pubblico come un lazo, una carriola di carbone, un cane lupo, un filo spinato. E così via. La mia proposta purtroppo non lo interessò perché anche lui subisce l’infatuazione digitalista.

Internet ha un pesante impatto materiale sull’ambiente
Internet produce tante emissioni di CO2 quanto il traffico aereo. In Francia l’infrastruttura digitale consuma l’elettricità di nove centrali atomiche (2016). Si valuta che l’infrastruttura digitale mondiale abbia usato nel 2017 il 7% dell’elettricità mondiale, e che ci sarà un probabile aumento al 20% entro il 2025 con una crescita del 12% all’anno. Buona parte di quest’elettricità è generata bruciando centinaia di milioni di tonnellate di carbone, emettendo CO2 e altri inquinanti, e usando tonnellate di uranio radioattivo. Ogni gesto che facciamo sul nostro smartphone può far attraversare al nostro segnale oceani e continenti, a volte anche quando mandiamo un messaggio al nostro vicino di casa.

Il ricevere e mandare informazioni ci sembra un’operazione immateriale. Invece ogni spostamento d’informazione richiede energia. Una ricerca in Google, per esempio, richiederebbe tanta energia quanta ne serve per far bollire una tazza d’acqua. Anche il bilancio umano e ambientale delle materie prime e di rifiuti dell’industria digitale è ingente.

I metalli rari necessari per costruire smartphone e altri computer sono estratti in Africa e in altri continenti, spesso in condizioni lavorative e ambientali crudeli, che sovente implicano lavoro minorile e nocività per la salute, a volte in luoghi di guerra. I metalli preziosi contenuti nei dispositivi digitali sono difficilmente riciclabili perché sono incorporati in modo irreversibile.

Internet è dominata dai potenti, non dagli utenti.
Il valore e il potere dei colossi digitali hanno ormai superato quelli dei colossi petroliferi. Per lo spettacolo Energia e informazione, che avevo concepito per Beppe per la tournée del 1995, la frase principale che scrissi era:

Energia e informazione: chi avrà in mano queste due redini avrà in mano il mondo. E voi sarete i cavalli.
Per illustrare il concetto scrissi la scena nella quale Beppe tiene nelle mani un rotolo di cavo elettrico e uno di fibra ottica, ne annoda e trattiene a mo’ di redini le due estremità, e lancia sul pubblico il resto dei due cavi. Il vantaggio politico di avere la proprietà e la gestione del sistema informatico di un partito digitale è enorme. Per certi versi questo vantaggio è probabilmente più efficace del dominio politico violento, il quale ha lo svantaggio di esporsi a reazioni altrettanto violente. Il potere esercitato con il dominio dei dati, invece, è impercettibile. Esso permette due tipi di manipolazioni. Le prime sono quelle soft, ossia palesi e osservabili dall’esterno. Non sono falsificazioni, ma selezioni e presentazioni sleali di contenuti politici, di temi e di candidati che siano oggetto di votazione o elezione. Il secondo tipo di possibili alterazioni sono quelle hard che si possono praticare sui dati dall’interno o dall’esterno di un sistema informatico che non si sottoponga a un controllo indipendente. Questo esercizio digitale del potere è già allarmante in un partito all’opposizione.

Ma quali sarebbero i rischi se il potere politico digitale fosse esercitato da un partito che domina un governo o uno Stato? In queste circostanze, lo strumento più efficace di dominio sarebbero i dati, non i soldati. Internet può ancora dar voce ai deboli. Internet, però, è diventato più importante per dare più voce ai forti. Internet, infatti, permette di manipolare in modo anonimo l’informazione, il dibattito pubblico, e perfino i processi elettorali. L’anonimità con cui si possono mettere in rete contenuti permette di dare l’impressione che un discorso scaturisca da miriadi di soggetti, quando invece esso è alimentato ad arte da una o poche centrali. Insomma, nonostante la mitologia digitalista, una parte crescente di internet è dominata dai potenti, non dagli utenti.

Bambini e giovani, vittime fragili degli smartphone
Le patologie digitali colpiscono specialmente i bambini e gli adolescenti. Dar loro in mano uno smartphone vuol dire darli in pasto a imprese miliardarie che si arricchiscono grazie alla dipendenza, progettata a tavolino da psicologi e ingegneri, che gli smartphone suscitano in molti utenti. L’industria digitale è riuscita a creare un effetto-gregge, che rende quasi impossibile negare uno smartphone a un bambino quando tutti i suoi compagni lo hanno.

Chi si preoccupa che l’assunzione quotidiana di hashish possa creare disturbi nel cervello di alcuni giovani, dovrebbe chiedersi se l’esposizione quotidiana per molte ore di tutti gli adolescenti agli smartphone non possa avere un effetto simile, o forse peggiore di quello di certe droghe. Contro l’innalzamento dei mari si possono costruire dighe. Ma per i cervelli dei nostri ragazzi non c’è diga che tenga.

Tra gli effetti di un uso intenso degli smartphone ci sono l’ansia di connessione, l’impellenza della risposta immediata, la diminuzione di concentrazione, la distrazione cronica, la frammentazione cognitiva ed emozionale, la molteplicità delle funzioni parallele (mentre si ascolta la musica si chiacchiera in una chat e si legge una notizia), la dominanza dell’ascolto e della visione sulla lettura, la disaffezione da letture che siano più lunghe di poche righe, la pressione a scrivere nelle chat sempre cose forzatamente divertenti, la rarefazione dei messaggi normali su argomenti normali, il narcisismo con pubblicazione frequente di selfie.

Una parte del tempo dedicato dai ragazzi a queste attività è sottratto allo studio, alla lettura, al divertimento, allo sport, al sonno. Se non sono controllati dai genitori, molti bambini e ragazzi portano lo smartphone nel letto e lo usano di notte. Nelle città svizzere gli adolescenti usano meno la bicicletta per andare a scuola perché in sella non possono usare lo smartphone.

Quali vicende hanno segnato la nascita e la crescita del Blog di Beppe Grillo?
Il 29 ottobre 2004 Casaleggio venne a casa mia a Milano. Glielo aveva chiesto Beppe, che voleva il mio parere sulla sua idoneità a lavorare con noi. Parlammo per ore. Si disse convinto che grazie alle sue capacità nel web-marketing e alla popolarità di Beppe si sarebbe potuto creare in Italia qualcosa di simile a MoveOn.org , il movimento politico di sinistra statunitense che mira a influenzare la società e la politica e a favorire l’elezione di candidati progressisti. Questo era proprio quello che io e Beppe facevamo da tredici anni. Quindi il mio parere fu positivo. Gianroberto presentò un progetto che Beppe rifiutò perché lo riteneva troppo costoso. Su richiesta di Gianroberto, e grazie all’esperienza dei miei accordi di lavoro con Beppe, diedi a Casaleggio consigli per giungere a un contratto. Nel gennaio del 2005 la Casaleggio Associati cominciò a realizzare il Blog di Beppe Grillo – beppegrillo.it. Quattordici anni dopo il Movimento formò il governo Lega-5 Stelle, che incarna tutto ciò che MoveOn combatte.

All’inizio Il Blog di Beppe Grillo fu una finestra sul mondo. Nei primi tempi Il Blog informava su esempi di buone pratiche ambientali o sociali (come è tornato a fare oggi). A volte denunciava comportamenti delle aziende, o dei cittadini, che compromettono il benessere delle persone e della società o danneggiano la natura. Purtroppo, però, il Blog cessò di denunciare le grandi malefatte delle grandi multinazionali e si concentrò sulle piccole malefatte dei piccoli politici.

Su richiesta di Beppe scrissi i primi post del Blog. Non trovammo però un accordo perché io continuassi a scriverne. Così la Casaleggio Associati presto realizzò tutti i contenuti del portale beppegrillo.it. Man mano, il Blog dedicò meno spazio all’ecologia politica, al consumismo, alle tecnologie e ai poteri economici e più spazio ai politici e ai partiti. I post divennero spesso denigratori. Ciò probabilmente aumentava il numero degli utenti, perché permetteva di pescare in un bacino più largo. In fondo, allo stadio vanno più persone che a teatro. A teatro la rappresentazione è complessa. Allo stadio tutto è più semplice: o noi, o loro.

Il Blog raccolse sempre più utenti, più accessi e più like. Diventò presto uno dei siti di notizie in italiano più frequentati, salì nelle classifiche dei siti politici, fece scalpore anche all’estero. Il numero degli accessi era monitorato in tempo reale dalla centrale, ma non era verificabile pubblicamente. L’unico indizio era il numero dei commenti degli utenti, quasi sempre anonimi. Quanti commenti fossero reali e quanti fittizi lo sa probabilmente solo la centrale.

Quale futuro, a Suo avviso, per il Movimento 5 Stelle?
Il futuro dei 5 Stelle dipenderà dalla dinamica tra le due speranze che hanno animato il Movimento, la social-ecologica e la populista. La prima vorrebbe una transizione verso un mondo più giusto e più pulito. La seconda vorrebbe che il Paese fosse governato dal “popolo”, invece che dai “politici”.

Il mondo va verso una crisi ecologica e sociale come forse l’umanità non ha mai conosciuto. Se nei prossimi anni non sapremo far fronte al cambiamento climatico, all’erosione della biodiversità, alle migrazioni, e alle crescenti diseguaglianze, possiamo scordarci il benessere e la pace di cui godiamo. Io vedo un futuro per il Movimento 5 Stelle, o per la sua parte migliore, solo se saprà mettere se stesso e il paese all’altezza di queste sfide.

Marco Morosini, scienziato e navigatore, insegna Politiche ambientali al Politecnico federale di Zurigo ETH. Dal 1992 è stato ispiratore e ghostwriter di Beppe Grillo e ha contribuito a creare le basi della critica ecologica della società dei consumi che attirò i primi attivisti nel movimento degli “Amici di Beppe Grillo”. Il suo impegno politico nacque con la sua scoperta di pesticidi nei licheni della Penisola antartica, raggiunta sui velieri Basile e Pelagic. Questa scoperta lo indusse a fondare il Gruppo di lavoro sulla contaminazione chimica nelle aree remote, che ha realizzato la prima mappatura mondiale della contaminazione dell’aria da POP (Persistent Organic Pollutants). Nel 1992 si rivolse a Beppe Grillo per dare più voce all’allarme ecologico e alla propagazione di buoni esempi di pratiche tecnologiche, economiche e sociali a basso impatto ambientale. Insieme a Wolfgang Sachs, Morosini ha curato le due edizioni italiane (1997 e 2011) di Futuro sostenibile (download completo), lo studio del Wuppertal Institut che ha influenzato la politica sociale ed ecologica in Germania. Il suo ultimo lavoro è Snaturati – La vera storia dei 5 Stelle raccontata da uno dei padri, Castelvecchi editore, ottobre 2020.

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