Professor Saggioro, Lei è autore del libro Simbologia del vestire pubblicato per i tipi di Nuova Cultura: quanto vi è di simbolico nella nostra moda?
Simbologia del vestire Alessandro SaggioroLa moda è una produzione culturale complessa, con infinite sfaccettature sia dal punto di vista tecnico, sia simbolico. Le due dimensioni si intersecano, perché l’una è al servizio dell’altra e viceversa. Un prodotto di moda può essere tecnicamente impeccabile, servirsi di nuovi materiali, nuove soluzioni di design, finanche di studiate scelte stilistiche, ma a tutto ciò si deve aggiungere un valore dato da elementi variabili, dal gusto alla percezione, dall’estetica alla rappresentazione. Questi aspetti rientrano nella dimensione simbolica ed hanno un ruolo di fondamentale importanza nella costruzione e nel consolidamento delle tendenze. Gli abiti raccontano storie e questa capacità di raccontare può essere evidente, il messaggio può essere chiaro; oppure il lessico adottato può essere più complicato e dunque il messaggio diviene meno intelligibile. Però il vestire è sempre anche uno strumento di comunicazione e dunque la risposta alla sua domanda è: sicuramente vi è molto di simbolico nella nostra moda. Al tempo stesso i simboli non bastano: l’aspetto tecnico, la qualità del prodotto, la cura con cui viene realizzato… anche questi aspetti costituiscono una narrazione. Moda è successo di scelte individuali che divengono collettive: perché un prodotto vestimentario venga scelto da alcuni e perché si diffonda come moda servono diversi e molteplici fattori. Non a caso poi i singoli aspetti di questo processo vengono studiati tramite discipline diverse, dalla storia alla merceologia, dal marketing alla semiotica. Lo specialista di moda deve avere una competenza specifica su un singolo tassello del processo, ma anche una conoscenza generale del processo nel suo insieme. Ecco, vi è molto di simbolico in tutto questo e si potrebbe quasi dire che è tutto un processo simbolico.

Quali legami intercorrono tra religione e abbigliamento?
Vi sono legami diretti e indiretti. Anzitutto la dimensione del vestire rientra nei comportamenti regolati dai sistemi sociali nel loro complesso e alcune parti di questi sistemi le definiamo ‘religiose’. A seconda delle culture, l’insieme del vestire e, ancora più  in generale, l’intera gestione della corporeità è sottoposta a regole e vincoli di tipo religioso. D’altra parte il corpo è l’elemento fisico del nostro stare nel mondo: che abbia un valore religioso non ci può stupire, perché è il nucleo essenziale del mistero della vita. Le religioni si occupano del nostro stare nel mondo, conferendo valore alle dinamiche naturali tanto quanto alle scelte culturali. Dunque, il legame diretto è strettissimo. Ci sono poi legami indiretti. Voglio dire che se indossiamo un capo d’abbigliamento compiamo un gesto apparentemente neutro, non ci interroghiamo e non sappiamo rispondere sulle valenze profonde di quel gesto. Ma se andiamo a scavare, c’è sotto un valore dato alle azioni; o un’assenza di valore, costruita culturalmente. Insomma, non è necessario che un abito ostenti simboli religiosi per avere significati remoti, complessi, che l’atto di indossarlo rievoca e riattualizza. Come ho detto prima, il vestire è narrazione e narrare significa … voler dire qualcosa.

La nudità è vista con disfavore in tutte le culture?
In tutta sincerità questa domanda è assai difficile. Si dovrebbe anzitutto capire che cosa significa disfavore. Per esempio nella nostra società la nudità è vista con disfavore o no? La nudità è un concetto relativo. La verità del corpo è dissimulata dal vestire; il vestire è mutevole: cambia a seconda delle stagioni, delle circostanze e dei luoghi, dei momenti della giornata, delle volontà e delle scelte. Dunque è l’abito ad essere copertura o scopertura, a seconda dei punti di vista, non è la nudità il problema. Basti pensare che d’estate ci denudiamo per andare al mare, ma quelle stesse parti si dissimulano durante l’inverno e guai a far vedere un pezzetto di troppo! Scherzo, ovviamente, ma il problema c’è: molta parte dei ‘media’ giocano sullo scandalo della nudità, ma quando salta un pezzo di pelle rosa “di troppo” siamo sicuri che ci sia tutto questo scandalo? Detto questo, la nudità è poi strumentalizzata e gestita in funzione di politiche e di poteri di vario tipo. E’ strumento di contestazione, ma anche modalità di tortura; è rivendicazione ma può essere anche coercizione. Quindi non si può dire se c’è un generale disfavore. Forse si dovrebbe ragionare sul tipo di rapporto più o meno pacato e bilanciato che ogni cultura può avere con la corporeità, vestita o spogliata che sia. Per la nostra società si pone un problema grave perché il corpo è un coacervo di valori e di dissidi irrisolti: da qui deriva la domanda e anche la deformazione della lente con cui possiamo cercare delle risposte.

Quali sono i valori sociali legati all’abbigliamento?
Io non sono un sociologo e non posso rispondere in maniera congrua a questa domanda. Il nesso valore e società mi sembra di grande rilevanza. Il vestire, in generale, o il singolo capo di abbigliamento, in particolare, possono assumere significati diversi in relazione a ciò che un ambiente sociale vuole che essi dicano. Si può registrare dunque un valore identitario, se quell’atto o quell’oggetto serve a costruire i paradigmi dell’appartenenza a un gruppo sociale più o meno ampio; oppure se serve a individuare funzioni particolari, lavorative o ludiche, quotidiane o festive. Al tempo stesso l’abito può essere adottato e imposto per qualificare negativamente un gruppo come altro, come alieno. Ciò può avvenire sia concretamente che simbolicamente. Si pensi nel primo caso all’abito del carcerato, che risponde a regole o a stereotipi; nel secondo caso si pensi alla rappresentazione di alcuni ‘tipi’ umani secondo alcune parvenze, in cui vengono messi in risalto aspetti non necessariamente reali, ma funzionali a sanzionare negativamente l’altro da sé. Tutto ciò è potenzialmente regolamentato anche come ‘religioso’, cioè risponde al criterio di conferire un valore, positivo o negativo che sia.

Esistono archetipi simbolici nel vestiario comuni a tutte le culture?
Ho qualche difficoltà a usare il concetto di archetipo simbolico e ancora più difficoltà a pensare a qualcosa che possa essere comune a tutte le culture. Quindi figuriamoci un archetipo simbolico comune! Ciascun prodotto vestimentario è prodotto in una data epoca, in relazione a funzioni oggettive o soggettive. Nel primo caso, abbiamo tipologie di ‘abiti’ che sono condivisi da tutto un gruppo: tutti vestono lo stesso abito, perché costituisce l’appartenenza oppure è il dato materiale che serve a far parte della collettività. Nel secondo caso, ciascuno sceglie il suo abito, eleggendolo a opzione culturale. Quindi gli abiti – o, più in generale, le mode antropopoietiche – non solo sono figli di una contingenza, ma sono anche soggetti a riplasmazioni originali. In altre parole, anche l’abito vintage, ripristinato e riadattato per essere vestito di nuovo a distanza di qualche generazione, non è lo stesso abito con gli stessi significati, ma è un prodotto nuovo, di nuovo originale, e anche per questo rientra nella moda, cioè diventa, di nuovo, di moda. Dunque non ci sono né corsi e ricorsi, né archetipi. L’uomo produce cultura, in una maggiore o minore consapevolezza di ciò che influenza il suo gusto e le sue scelte. Ogni fenomeno si trasforma nel tempo, ma sarebbe impossibile individuare un comune punto di partenza.

Qual’è la cultura, tra quelle da Lei indagate, che affida maggiore rilevanza sociale al vestire?
Per la nostra società il vestire è talmente importante, sia in termini economici che di capitale simbolico, che pensiamo che per altre società possa esserlo in misura minore. In realtà questo tipo di realtà non può essere sottoposta ad una misurazione. Poniamo che in un rituale di iniziazione sia prevista la presenza di un oggetto vestimentario elementare, un particolare, un’inezia, cui noi non attribuiremmo il benché minimo valore, né economico, né simbolico: invece per la cultura che ha eletto quel simbolo a fondamento caratterizzante della propria esistenza è indispensabile per sancire l’appartenenza al gruppo e la stessa stabilizzazione in vita del soggetto. Bene, vale di più quel pezzetto di stoffa, quel segno minimo sul corpo, o il nostro più ricco e sgargiante abito di alta moda?