Silvia Volpi, quando è nato il Suo amore per i libri e la lettura?
Me ne sono accorta appena ho cominciato a leggere, avevo sei anni. Prima è arrivata l’attrazione verso l’oggetto, la carta, le immagini, le copertine. Fin da piccola ero molto attenta a collezionare libri, anche se non erano alla mia portata o non ne comprendevo temi e significati. Presto mi sono appassionata alle storie, alla lettura. Mi piacevano tanto i racconti di famiglie, ragazzini, gente in crescita. Mio padre mi passava i suoi vecchi libri di scuola e la narrativa che lo aveva appassionato da piccolo. E intanto mi passava la passione per la fotografia. A casa fissavo le copertine dei libri e sfogliavo pagine di testo e immagini. Crescendo ho fatto in modo di passare via via sempre più tempo con i libri. E la scrittura si è fatta avanti.

Come si diventa scrittori?
Si diventa scrittori quando l’uso delle parole da strumento per comunicare diventa il nostro modo di essere. Non conosco altra possibilità. Questo passaggio matura un po’ alla volta, grazie alla lettura e un’assidua pratica di scrittura. Prendiamo il nostro sguardo sul mondo, sulle vite degli altri e proviamo a rivolgerlo dentro di noi: a quel punto si crea una sorta di commistione tra quello che abbiamo carpito dalle esistenze altrui e le nostre esperienze, anche le più inconsapevoli. Nei testi che scrivo i personaggi cominciano a formarsi e a vivere con determinazione e sento forte il loro bisogno di essere raccontati, messi in forma, aggiustati, ripresi anche resi più duri o più morbidi. A ben guardare, il testo è una massa che si accresce con una naturalezza disarmante. Il resto è tecnica, serve a perfezionare.

Viene prima la passione per la lettura o quella per la scrittura?
Lettura e scrittura stanno su due canali diversi eppure nascono dalla stessa fonte e procedono una accanto all’altra. Ci appartengono entrambe, sono come le braccia.

In me è cominciata prima la passione per la lettura e credo che la mente andasse nutrita perché potesse cominciare a produrre. Poi non le ho lasciate più, né l’una né l’altra. Non diventano passioni, lo sono già fin dall’inizio. Stanno dentro e si rivelano spontaneamente, anche se in forme grezze ed embrionali. La vera conquista è prendere consapevolezza di due forze parallele che ci crescono dentro e allora fare loro spazio, coltivarle con cura.

Può dare a chi non legge una ragione per farlo?
Per moltiplicare il proprio punto di vista, la lettura è uno degli strumenti più efficaci. Immaginiamo di essere di fronte al mare e poterlo ammirare in tutta la sua bellezza ma soltanto per il tratto che si trova davanti ai nostri occhi, mentre di qui e di là due speroni di roccia limitano lo sguardo e non ci consentono di guardare oltre. Come sarà il mare un po’ più in là? Magari ci stiamo perdendo una baia suggestiva o un verdeazzurro meraviglioso regalato da certe correnti, o ancora un’isoletta contro cui vanno a infrangersi le onde.

Cosa farei se mi accorgessi che per vedere oltre, per godere di tutta la bellezza di quel paesaggio devo spostarmi, fare qualche passo, oppure superare la roccia? Probabilmente mi darei da fare per soddisfare la mia curiosità. Ecco, leggere è allargare il punto di vista, cambiandolo se necessario. Leggere storie, leggere vite, leggere scoperte, leggere approfondimenti, tutto funziona.

Quanto c’è di autobiografico nei Suoi libri?
I personaggi e le storie dei miei libri sono di fantasia. Da scrittrice ho il privilegio di poter inventare figure e situazioni e plasmarle secondo le esigenze della narrazione ed è uno degli aspetti più appaganti del lavoro. La mia storia e il mio vissuto sono le lenti attraverso cui osservo e scrivo, sono un’impronta. Tutto il resto lo fa la fantasia per dare al lettore un testo che possa comunicare, raccontare, commuovere, far sorridere. Dipende da ciò che si vuole dire.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Possiamo fare una riflessione sulle possibili cause ragionando sui bisogni, i bisogni di tutti noi. Mediamente non siamo portati ad annoverare la lettura tra i bisogni delle persone. Eppure proviamo a soffermarci su questo ragionamento: la necessità di crescere, allargare le nostre relazioni, migliorarci, affermarci socialmente passano attraverso la possibilità di sapere buttare gli occhi un po’ più in là, per scoprire persone nuove o per sapere qualcosa in più di quelle che già conosciamo; è anche essere disposti a osservare altri mondi che possono essere anche l’ufficio accanto al nostro o l’azienda poco più in là, o la famiglia di quel ragazzino che passa del tempo coi nostri figli, e così aumentando. Ecco leggere è soddisfare un bisogno. Mi soffermerei a ragionare su questo per andare alla ricerca delle soluzioni. Ciascuno di noi si attrezza perché i propri bisogni prima o dopo vengano soddisfatti, tutto sta è darsi da fare per avere consapevolezza di quello che ci serve. Allora andiamo a prenderci lo strumento più adatto per sentirci soddisfatti. E tra tutti i mezzi, mi accorgerò che anche il libro ha funzione soddisfacente. Dentro al grande contenitore, ciascuno di noi andrà a prendersi le pagine che servono, il libro necessario al bisogno: dal manuale, al saggio passando per tutta la narrativa e fino all’intrattenimento, tutto.

Una volta riconosciuta l’identità e la sostanza di un bisogno, si passa all’azione e siamo attenti a soddisfare sempre i bisogni, nostri e di chi ci sta intorno.

È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
Si educa alla lettura portandola nella vita quotidiana. Il libro non sta nelle librerie di casa o di scuola o dell’ufficio o nella memoria dei computer. Quelli sono gli oggetti, di carta o digitali. È la storia che leggiamo, il personaggio che conosciamo, il territorio in cui ci muoviamo che entrano nella nostra testa attraverso la lettura. Per parlare di educazione alla lettura bisogna parlare certo delle figure che hanno prima di altri il ruolo di educatori, i genitori e la scuola, e subito dopo c’è da essere consapevoli che non è tutto qui. Si educa a soddisfare un bisogno prima di tutto con l’esempio, poi annullando le distanze tra chi legge e i testi, insegnando la differenza tra le necessità di apprendere (scuole) e il bisogno di leggere per crescere e migliorarsi e divertirsi. Educare alla lettura è praticarla spontaneamente e liberamente perché cammini intorno a noi generando piacere e dunque mettendo in moto altri gesti spontanei fra chi legge e un libro.

La tecnologia fatta di tablet ed e-book reader insidia il libro cartaceo: quale futuro per i libri?
Il futuro è dei libri, non dei supporti. Scrivendo i miei libri, so di andare verso i lettori con storie e personaggi e casi e approfondimenti. La carta e il digitale convivono. Anche per la lettura come in tutti gli altri aspetti della nostra vita, direi che siamo abituati a far convivere il mondo fisico con quello digitale. C’è spazio per tutti e due, libri di carta e e-book.

Quali provvedimenti dovrebbe adottare a Suo avviso la politica per favorire la diffusione dei libri e della lettura?
Tutti i livelli istituzionali possono prendere ancora più consapevolezza di avere un ruolo fondamentale a innescare il meccanismo di lettura. La politica può farlo in maniera trasversale, rafforzando valori e creando condizioni pratiche perché quei valori possano diffondersi. In sostanza, se anche i politici percepiscono il libro come uno strumento per scoprire nuovi punti di vista, crescere e migliorarsi in automatico lo utilizzeranno in tutta la loro attività. E creeranno percorsi virtuosi di lettura.

Quali consigli si sente di dare ad un aspirante scrittore?
Studiare, formarsi, leggere e scrivere, queste sono senz’altro le basi da rafforzare il più possibile e di continuo. Poi un aspirante scrittore deve imparare anche a guardarsi fuori, intorno, gli altri. La scrittura è una pallina da ping pong fra la nostra vita e le vite degli altri. Scrivere un testo, un romanzo è lasciar rimbalzare al ritmo giusto la pallina ideale tra il nostro mondo e quello che vediamo fuori. Inoltre serve curiosità, tanta curiosità. Gli occhi, le orecchie, il naso, tutti i sensi di uno scrittore vanno sollecitati al massimo perché la scrittura possa prendere vita e piano piano staccarsi da noi e andare fuori. È necessaria anche molta pazienza.

Così attrezzato, un aspirante scrittore non ha che da comporre i testi e poi si guarderà di nuovo fuori, verso chi leggerà quei racconti, quel romanzo, quelle storie.

Silvia Volpi è giornalista e autrice di romanzi, l’ultimo uscito con Mondadori è Alzati e corri, direttora; lavora al quotidiano Il Tirreno come segretaria di redazione. Vive a Pisa con il marito e i tre figli. Tiene un blog e rubriche social e il suo motto è #conleparole