Sin dalla sua pubblicazione nel 1980, Il nome della rosa ha dato spunto ad infinite interpretazioni, a confutare molte delle quali sono sopravvenute nel 1983 le Postille da parte dello stesso Eco.

Molti rimangono però gli interrogativi suscitati dall’opera più nota del semiologo il quale, tuttavia, nel 2011, dichiarò al pubblico del Salone del Libro di Torino «Io odio Il nome della Rosa e spero che anche voi lo odiate: di romanzi ne ho scritti 6, gli ultimi 5 sono naturalmente migliori, ma per la legge di Gresham quello che rimane più famoso è sempre il primo»1.

D’altra parte, Eco non ha mai nascosto la sua predilezione per Il pendolo di Foucault riconoscendosi maggiormente nel personaggio di Casaubon, detto Pim, tanto da farne anche il suo avatar digitale.

Molto si è dibattuto poi sul significato dello stesso titolo.

Il “nome della rosa” altro non sarebbe che il nome della ragazza (Rosa) con cui Adso intrattiene il suo occasionale amplesso: nel romanzo ella è infatti l’unico personaggio il cui nome viene taciuto. L’incontro amoroso rappresenta l’evento centrale della vita del giovane monaco e, non a caso, esso è situato esattamente al centro del racconto.

Umberto Eco ha intessuto il racconto di un sottile gioco di allusioni letterarie e non che caratterizza del resto da sempre tutte le sue opere. Ciò non stupisce dato che lo stesso Eco, in un’intervista con Laura Lilli del quotidiano la Repubblica del 15 ottobre 1980, dichiarò: «È mia ambizione, anzi, che nel mio libro non ci sia niente di mio ma solo testi già scritti», ad imitazione della pratica medievale di riutilizzo di testi altrui. Come afferma Paolo Chiesa «nel medioevo vigeva […] il principio […] del reimpiego: i testi precedenti erano considerati di grande valore, spesso di qualità insuperabile, e venivano perciò aggiornati e riproposti […] Rispetto a quella antica, la produzione letteraria latina medievale punta dunque molto sulla rielaborazione dell’esistente, e assai meno sulla creazione del nuovo»2.

Ad esempio, fra i numerosi autori medievali realmente esistiti citati nel romanzo, il quarto giorno, dopo compieta, nella nuova visita di Guglielmo da Baskerville alla biblioteca, compare fra Massimo da Bologna, personaggio in realtà sconosciuto alle cronache medievali, qui descritto come autore dello Speculum amoris. Qui Eco fa uso della sua ironia offrendo al lettore un sottotesto decifrabile solo a chi ne abbia gli strumenti.

Il prof. Donald McGrady della University of Virginia ha risolto l’arcano identificando nel prof. Massimo Ciavolella l’autore ignoto e nella sua opera La “malattia d’amore” dall’Antichità al Medioevo lo Speculum amoris del testo di Eco. Comparando infatti i due testi (le pagine da 325 a 328 del racconto echiano con varie pagine del testo del prof. Ciavolella) è possibile osservare come essi combacino perfettamente in molte parti3.

Lo stesso dicasi per la disputa sul riso tra Jorge e Guglielmo a pag. 480 del Nome della rosa il cui testo si ritrova, straordinariamente simile, nella Storia del riso e della derisione di Georges Minois (pag 155, ed. italiana, edizioni Dedalo) di cui riprende anche il nome di Coricio (Χορίκιος) di Gaza, reso erroneamente Clorizio.

Al fondo troviamo l’idea, di matrice borgesiana, che nulla vi è di nuovo sotto il sole («Nada hay tan antiguo bajo el sol») e che tutti i libri sono pure revisioni di precedenti («Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni»).

Ecco, quindi, forse svelato il significato del Nome della rosa: un abile e sapiente esercizio di memoria in cui ciascuno possa specchiarsi per ritrovare il senso di questo nuovo medioevo in cui viviamo.

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[1] https://video.repubblica.it/edizione/torino/umberto-eco–odio-il-nome-della-rosa-e-il-mio-peggior-romanzo/68364/66795
[2] Paolo Chiesa, La trasmissione dei testi latini, Carocci editore, p. 36
[3] https://jps.library.utoronto.ca/index.php/qua/article/view/10119