Sigmund Shlomo Freud. Le radici ebraiche della psicoanalisi, Franca Feliziani KannheiserProf.ssa Franca Feliziani Kannheiser, Lei è autrice del libro Sigmund Shlomo Freud. Le radici ebraiche della psicoanalisi edito da Salomone Belforte: quale importanza rivestiva il sentimento religioso per Freud?
Freud è figlio di un pensiero positivista per il quale il sentimento religioso è una realtà estranea se non illusoria. Visione, questa, tipicamente illuminista in cui la razionalità ha un assoluto primato. Come ben sintetizzano le psicoanaliste Lucia Fattori e Gabriella Vandi, curatrici del bel saggio Psicoanalisi e fede: un discorso aperto (Franco Angeli 2017): “La posizione ufficiale di Freud riguardo alla religione è quella di un netto rifiuto: il fenomeno religioso da un lato costituisce, come insieme di riti e cerimoniali, una patologia che rientra a pieno titolo nell’ambito della nevrosi ossessiva e dall’altro lato, come sentimento di fede/fiducia verso un essere onnipotente, rappresenta una sorta di regressione a una dipendenza infantile da un dio/padre che tutela l’uomo [1]”.

Il sentimento religioso è quindi l’espressione di una regressione e di un’illusione. Se, però, lo intendiamo, nell’accezione del filosofo /teologo Paul Tillich, come la spinta alla “ricerca di ciò che assolutamente ci riguarda”, possiamo dire che Freud è stato costantemente impegnato in essa. Sia nella sua vita che nel suo pensiero non cessa mai l’interesse per le domande di senso che possono affacciarsi sulla dimensione religiosa.

Resta il fatto che Freud, appartenente allo stesso popolo di colui che scrisse una Guida dei perplessi, sarà “maestro del sospetto” anche per questa ereditarietà biologica di generazioni addestrate alla disputa, alla discussione, al confronto, ma anche all’analisi, intesa come capacità di sezionare, separare, distinguere, ma soprattutto di dare cittadinanza al diverso.

Smascherando l’illusione di poter trovare guida e difesa nella Legge del Padre, indicherà nel superamento del rapporto edipico la radice di una legge ancor più profonda e rigorosa che non risparmia all’individuo né impegno né solitudine.

In che modo l’Ebraismo si incarna nella vita e nell’opera di Freud?
Freud nasce in una famiglia ebrea. Nel primo capitolo del mio libro viene evidenziato come le sue fasi di vita siano segnate dalla tradizione religiosa a cui appartiene.

Il rito della circoncisione lo introduce nel popolo dell’alleanza, la cerimonia dello bar mitzvah lo rende un membro responsabile di esso. Sebbene, poi, egli abbandoni le pratiche religiose, sentite più come tradizioni sterili che portatrici di un vero e proprio significato, tuttavia vi si sottomette: sposerà Martha, proveniente da una famiglia di forte tradizione religiosa, con il cerimoniale del matrimonio ebraico (anche se in una lettera minaccia di mandare tutto all’aria proprio per le richieste rituali che considera assurde) e celebra la cerimonia funebre per la morte di suo padre. Nei suoi scritti alcuni personaggi biblici assumono grande importanza: egli si riconosce come un novello Giuseppe, perché, come lui, interpreta i sogni, ma soprattutto è affascinato dal personaggio Mosè a cui dedicherà un importante saggio. 

Nel discorso d’ingresso nell’associazione B’nai B’rith Freud afferma orgogliosamente la sua identità ebraica, pur riconoscendo “che quello che mi legava al giudaismo non era la fede, dal momento che sono sempre stato un agnostico” tuttavia “vi erano altre cose che rendevano irresistibile l’attrazione verso il giudaismo e gli ebrei: molte forze di sentimenti oscuri, tanto più potenti in quanto non riducibili a parole, come la limpida coscienza dell’identità interiore, della struttura spirituale simile.”

In queste dichiarazioni appare chiara la consapevolezza di Freud per le sue radici, ma anche la sua difficoltà nel definire le caratteristiche di questa appartenenza. Essa affonda nel mistero dell’inconscio “molte forze di sentimenti oscuri” e quindi è ancora più forte e potente di ogni scelta razionale; in un’altra occasione parlerà addirittura di un misterioso “quid”, inaccessibile a qualsiasi analisi, che rende l’ebreo ciò che è.

Come influisce sulla costruzione teorica e sul metodo clinico l’eredità ebraica di Freud?
Nella tradizione ebraica, assorbita in famiglia e nell’ambiente di vita e di lavoro, Sigmund Freud forgia quella lente di lettura della realtà psichica che va sotto il nome di psicoanalisi. L’ebraicità costituisce per Freud, come per altri artisti e pensatori ebrei del suo tempo, la postazione privilegiata da cui osservare la crisi d’identità dell’uomo del ‘900, un codice per interpretarla e, in qualche modo, per affrontarla attivamente. In questo senso profondo, la psicoanalisi può essere considerata “scienza ebraica” e non per il fatto che, almeno agli inizi, essa fosse praticata quasi esclusivamente da analisti ebrei su pazienti ebrei. Ridurre l’ebraicità della psicoanalisi a questi fenomeni esteriori significherebbe perdere di vista l’apporto originalissimo ed essenziale che essa ha dato al processo di autocoscienza dell’individuo e della società del XX secolo. Nell’ebreo, Freud vide l’interprete del nuovo secolo che avanzava, con le sue contraddizioni e le sue antinomie, e nella psicoanalisi, il commento ad esse, nello stesso modo in cui i rabbini per secoli avevano commentato le scritture, svelandone il significato nascosto nei segni e nelle parole. La psicoanalisi si fonda sulla scoperta del grande straniero che è in ogni uomo e determina le sue azioni: l’inconscio. La psicoanalisi è scienza ebraica anche in questa capacità di dare legittimazione a ciò che si vorrebbe rigettare come estraneo e pericoloso, ma che in realtà è parte fondante dell’identità dell’individuo e della comunità.

Come scrivo nell’introduzione del mio libro, riportando le affermazioni di Bruno Bettelheim che accusa di “tradimento” la traduzione in lingua inglese dell’opera di Freud che ne stravolge il significato, quando ignora il contesto linguistico- culturale tedesco in cui è nata, lo stesso “tradimento” avviene per l’ebreo Freud, se alcuni suoi concetti perdono le radici che li radicano nella cultura ebraica. Al contrario, la conoscenza di questa cultura porta a una comprensione più profonda sia della teoria psicoanalitica che della sua applicazione clinica. Ad esempio, la definizione della psicoanalisi come “cura della parola” è densa del significato salvifico e generativo, rinchiuso nel termine dabar. Perché dabar non è solo parlare, ma anche fare, produrre, creare. Altri concetti basilari che la psicoanalisi eredita dal pensiero ebraico sono quelli della memoria, della funzione del sogno, del significato dell’anima e dell’eros.

I capitoli terzo e quarto del mio libro offrono alcuni spunti di approfondimento che hanno il compito di far assaporare l’interesse per queste ‘contaminazioni feconde’ tra pensiero ebraico-biblico e pensiero psicoanalitico, nella consapevolezza che sono ambiti di pensiero con statuti propri da non sovrapporre né confondere.

Per quanto riguarda il metodo basta ricordare la splendida osservazione di Freud, secondo cui l’analista che interpreta l’inconscio è come lo studioso che si accosta con profondo rispetto al libro della Torah. La passione di Freud per l’interpretazione affonda, infatti, le sue radici nella devota fatica dei mille e mille scrutatori e “masticatori” della Torah che, attraverso il gioco delle associazioni e dei rimandi, rivelano e svelano ciò che è celato dal contenuto manifesto.

Cosa rivela l’analisi del motto di spirito (Witz) nella prospettiva ebraica e psicoanalitica?
Il Witz ebraico è una forma narrativa, così tipica dell’ebraismo da essere conosciuta solo con il termine jiddisch e così cara a Freud da dedicarle un saggio.

Il Witz manifesta la capacità dell’ebreo di ridere di se stesso e delle sue disavventure in modo sottile, intelligente, sovrano. Il Witz ha sempre un contenuto di critica sociale, politica, religiosa, è sapiente, ma mai pedante, divertente, ma mai superficiale o volgare. Per secoli esso ha rappresentato l’unica arma per gente costretta ad isolarsi e nascondersi. In situazioni in cui sembrava impossibile trovare ancora la forza di sopravvivere, esso ha espresso il coraggio tenace di farcela ad ogni costo.

Il Witz pone in questione i fondamenti stessi della vita, stigmatizzando in modo sottile, le contraddizioni e le ipocrisie dell’animo umano e quindi del sistema sociale.

Storicamente il Witz si fa risalire ai Badchonim, cantori e commedianti popolari che si muovevano di villaggio in villaggio per insegnare, citando la Torah, il Talmud e raccontando storielle satiriche, soprattutto in occasione di matrimoni o per la festa di Purim.

Il Witz è anche un linguaggio della psicoanalisi. Nel saggio Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, Freud lo riconosce come spia dell’inconscio e quindi simile sotto certi aspetti al sogno. Il Witz, come scrive Musatti, nasce spontaneamente e improvvisamente in chi la pronuncia, in seguito a un processo dinamico interiore che si svolge automaticamente nell’inconscio, per cui si esplica un impulso prima represso o rimosso. Esso riesce a estrinsecarsi utilizzando una certa struttura formale, la quale rende il motto compatibile con le norme abituali che regolano i rapporti verbali tra gli uomini [2]

Spia dell’inconscio, simile al sogno, esso è in sommo grado anche espressione dell’intelligenza di un popolo, a cui Freud sente di appartenere intimamente, che attraverso l’umorismo resiste alle orribili tragedie in cui è continuamente coinvolto, ma al tempo stesso è anche sberleffo a una società orgogliosa di sé, incapace di riconoscere e accogliere le sue debolezze. Proprio in questo senso, Davide Meghagi parla della psicoanalisi come di un Witz riuscito nei riguardi della società del tempo.

«Abbiamo sofferto tanto» dice un ebreo all’amico «pogrom, esilio, stermini… però, vedi come li abbiamo fregati!». «E come?», chiede l’amico. «Non vedi? Con la psicoanalisi».

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[1] Op. cit p. 15

[2] C. Musatti, Mia sorella gemella la psicoanalisi, Roma 1985, p. 122

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