Professoressa Soraci, Lei è autrice del libro Sicilia frumentaria. Il grano siciliano e l’annona di Roma, pubblicato per i tipi de L’Erma di Bretschneider: perché la Sicilia era definita nutrix plebis Romanae?
L’espressione nutrix plebis Romanae, letteralmente «nutrice della plebe romana», riferita alla Sicilia, rimonta al ben noto politico Marco Porcio Catone (dai più conosciuto per la sua affermazione: “Cartagine deve essere distrutta!»), anche se noi moderni la conosciamo grazie al fatto che fu citata da Cicerone nelle sue orazioni volte ad accusare Gaio Verre, un ex governatore della provincia di Sicilia (Verrine, 2, 2, 5).
Con tale espressione, Catone, e con lui Cicerone, intendeva evidenziare il ruolo fondamentale svolto dall’isola nell’approvvigionamento di Roma, soprattutto in campo cerealicolo: l’isola era stata da sempre particolarmente fertile (Cicerone ricorda, ad esempio, che i campi della piana di Catania, ricadenti allora nel territorio di Lentini, davano a volte un raccolto dieci volte superiore alla semina: Verrine, 2, 3, 112) e non per niente era considerata terra sacra alla dea dell’agricoltura Cerere.

Si può affermare che la conquista romana della Sicilia fosse motivata da ragioni economiche e di approvvigionamento alimentare?
Come sempre accade nella storia, guerre e tentativi di prevaricazione di un popolo nei confronti di un altro hanno una molteplicità di cause; oggi si tende a sottolineare quella economica, ma in passato si poneva più l’accento sulle motivazioni di carattere politico-diplomatico: è il caso della conquista romana della Sicilia che, nel racconto dello storico Polibio, un greco trapiantato a Roma (oggi si potrebbe considerare un “emigrato colto”…), era stata originata dalla richiesta di aiuto a Roma formulata dai Mamertini, ex mercenari del tiranno Agatocle datisi al saccheggio della parte orientale dell’isola e stabilitisi a Messina.
I Mamertini temevano che il nuovo tiranno di Siracusa, Ierone II, ad opera del quale avevano già subito una sconfitta, potesse nuovamente batterli e costringerli ad abbandonare la città di Messina: disperando di poter confidare sulle loro sole forze, una parte si rivolse ai Cartaginesi, l’altra ai Romani. Questi ultimi discussero a lungo la proposta, avanzata dai consoli, di accettare la richiesta d’aiuto e di recarsi in Sicilia, soppesandone accuratamente vantaggi e svantaggi: il senato si dimostrò contrario, ma alla fine prevalse il parere del popolo, il quale, come sottolinea lo stesso Polibio (1, 11, 3), fu convinto dai consoli che lo avevano allettato, tra l’altro, con la promessa di «profitti evidenti e considerevoli». Fu così che iniziò la prima guerra punica, che si protrasse per oltre venti anni (264-241 a.C.) e che portò alla conquista romana della parte occidentale dell’isola; nel corso del secondo conflitto romano-cartaginese, infine, anche la parte orientale entrò a far parte dell’impero di Roma.
Due secoli dopo, apparivano evidenti agli occhi di tutti i vantaggi, anche economici, che il possesso dell’isola comportava: per Cicerone, «per prima essa insegnò quanto fosse bello governare su popoli stranieri» (Verrine, 2, 2, 2) e per Diodoro (23, 1, 1) fu proprio la conquista dell’isola ad aumentare il potere dei suoi dominatori.
Roma, alla stregua di altre città del mondo antico, era stata più volte minacciata da carestie e penurie alimentari e, senza dubbio, la conquista della fertile Sicilia, in passato già fonte di approvvigionamento per l’Urbe e per i suoi eserciti, consentì a quella che si apprestava a diventare la capitale di un vasto impero, di porre fine a buona parte dei problemi alimentari che la attanagliavano.

Come influirono le frumentationes sul ruolo annonario dell’isola?
Già all’indomani della conquista dell’isola, Roma impose dei tributi sulla produzione cerealicola, fissati nella misura di un decimo del raccolto (le cosiddette “decime”); a questi si aggiunsero, nel II sec. a.C., altri prelievi (pur remunerati: si parla di acquisto forzoso), in origine occasionali e destinati a soddisfare sia le necessità degli eserciti impegnati nelle varie guerre che Roma stava combattendo, sia i bisogni derivanti da una legge, approvata nel 123 a.C., che prevedeva la distribuzione ai cittadini romani di un quantitativo di frumento, ceduto a prezzo “politico”, ossia più basso rispetto a quello vigente sul mercato; nel 73 a.C. un’altra legge rese regolari gli acquisti del grano siciliano, probabilmente proprio per rispondere alle aumentate necessità di cereali derivanti dalle frumentazioni.

Come avveniva il trasporto del grano siciliano a Roma?
Su questo punto non abbiamo notizie certe perché le fonti non sono esplicite; nel mio volume ho provato a ricostruire i percorsi, i mezzi e i tempi di trasporto, desumendo le informazioni necessarie dalle Verrine di Cicerone e da altri testi coevi.
Probabilmente il grano veniva trasportato, a bordo di carri o sul dorso di muli o altri animali da soma, fino ad alcune località di imbarco (la deportatio ad aquam), scelte in base all’importanza e all’ampiezza dei porti: tra queste, sicuramente Siracusa, Catania, Messina, Tindari, Lipari, Alesa (Castel di Tusa), Termini, Palermo, Trapani, Marsala; quindi era caricato sulle navi in partenza verso Ostia, dove veniva registrato, scaricato e nuovamente caricato a bordo di altre imbarcazioni, di stazza inferiore alle precedenti, che risalivano per alaggio il corso del Tevere e giungevano a Roma. Mentre si discute sui soggetti gravati dell’onore del trasporto via terra (coltivatori, appaltatori delle decime, città sottoposte al tributo), è certo che fosse lo stato romano a sobbarcarsi l’onere del trasporto per mare.

La propretura di Verre generò un grave danno alla produzione cerealicola isolana: come mai?
In questo caso occorre precisare: è Cicerone, ossia l’avvocato chiamato dai Siciliani a sostenere l’accusa contro Verre, ad affermare che la propretura dell’ex governatore aveva causato un grave danno alla produzione cerealicola isolana, ma è evidente che la sua posizione lo rendeva un testimone tendenzioso; in realtà, recenti indagini archeologiche sembrano dimostrare che il governo di Verre non sia stato così catastrofico per l’economia dell’isola come Cicerone, a detta del quale i campi siciliani sarebbero divenuti vastati atque deserti, «devastati e deserti» (cfr. Verrine, 2, 3, 47), intese far credere…

Quale fu il ruolo annonario della Sicilia in epoca imperiale?
Anche questa, in mancanza di fonti esplicite sull’argomento, è una questione poco chiara e molto dibattuta; una lettura delle fonti letterarie diversa da quella impostasi fino ad oggi e un’attenta disamina delle fonti epigrafiche, numismatiche ed archeologiche mi ha indotto a riconsiderare l’intera questione. Sono convinta, e ho cercato di dimostrarlo nel mio libro, che occorra abbandonare la visione tradizionale secondo cui la Sicilia smise di essere la «nutrice del popolo romano» in epoca imperiale: senza dubbio, l’isola perse il ruolo di principale fornitrice dell’Urbe, perché ad essa si affiancarono altre province, quali l’Africa e l’Egitto, la cui produzione era certamente più abbondante e competitiva; tuttavia, la Sicilia dovette continuare ad inviare il suo grano a Roma sia grazie alle transazioni commerciali, sia sotto forma di tributo, non più variabile in base al raccolto (la “decima” di repubblicana memoria), ma fisso.

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