Si fa presto a dire psicologia. Come siamo e come crediamo di essere, Alessandra Jacomuzzi, Paolo LegrenziProf.ssa Alessandra Jacomuzzi, Lei è autrice con Paolo Legrenzi del libro Si fa presto a dire psicologia. Come siamo e come crediamo di essere edito dal Mulino. Sui magazine, nei talk show e online, la psicologia è onnipresente: a cosa si deve questa moda?
Non credo si possa parlare di una moda. Le mode vanno e vengono mentre la psicologia c’è da sempre e sempre rimarrà. E questo perché il suo oggetto di studio, la mente umana, è qualcosa che affascina tutti. Ma soprattutto perché la psicologia è l’unica disciplina di cui tutti sanno qualcosa, da sempre, prima ancora di studiarla. Possiamo non conoscere le tabelline, la data della Rivoluzione francese o dell’Unità d’Italia ma di psicologia qualcosa sappiamo. Abbiamo conoscenza di quel sapere comune che ci permette di capire noi stessi e gli altri e che va sotto il nome di “psicologia ingenua”. Ed è proprio questa conoscenza, derivata dal senso comune, che ci porta a parlare di psicologia sui giornali, nei caffè, nei talk show e sui social. Ma bisogna fare attenzione perché non sempre le nozioni della psicologia ingenua corrispondono a verità.

Come discernere la psicologia scientifica da quella del senso comune?
La psicologia scientifica è quella che viene divulgata attraverso libri e articoli di carattere scientifico. La psicologia del senso comune è l’insieme di tutte quelle conoscenze sulla mente e il suo funzionamento che tutti noi abbiamo ma che non abbiamo mai studiato in un libro, durante la nostra carriera scolastica o universitaria o su un articolo scientifico.

Il fatto che si possa parlare di una psicologia scientifica e di una psicologia ingenua non vuol dire che queste due tipologie di psicologia siano sempre, e per forza, in contraddizione tra di loro. Piuttosto potremmo dire che la psicologia scientifica, quella dei laboratori, fatta di esperimenti e dati verificabili aiuta a smascherare alcuni inganni del senso comune e a far percepire una realtà che altrimenti rimane celata.

Qual è il fondamento scientifico della psicologia?
È semplice, per la verità. Il fondamento scientifico è dato dal metodo scientifico utilizzato da questa disciplina. Quello che non tutti sanno è che esistono dei laboratori di psicologia in Italia e nel mondo. In questi laboratori si studia il funzionamento della mente umana attraverso metodologie differenti ma accomunate tutte dall’utilizzo del metodo scientifico e dal fatto che danno luogo a esperimenti replicabili e a dati oggettivi verificabili. Prendiamo l’esperimento sul cubo di Necker solido, che raccontiamo nel primo capitolo di questo libro e che è stato fatto nel 2004 a Trieste. Questo esperimento può essere replicato in qualunque altro posto nel mondo, seguendo le stesse procedure. I risultati trovati saranno sempre gli stessi; ecco perché possiamo definire i dati con esso raccolti dati oggettivi.

Nel libro razionalità, emotività, conoscenza e autonomia vengono poste sotto il dominio dell’illusorietà: per quali ragioni?
Abbiamo scelto di parlare di illusione della razionalità, illusione dell’emotività, illusione della conoscenza e illusione dell’autonomia proprio per mettere l’accento sul fatto che il “come crediamo di essere” della psicologia del senso comune è in realtà illusorio. Prendiamo il dominio della razionalità. L’essere umano, da sempre, è definito un essere razionale eppure gli esperimenti di psicologia del pensiero mostrano molto bene come non sempre quelle che noi definiamo decisioni razionali lo sono. Spesso quando pensiamo di aver scelto nel modo migliore siamo stati tratti in inganno da fattori che non abbiamo saputo valutare, come la nostra percezione del futuro, o la nostra emotività.

Quali distorsioni genera la nostra percezione della realtà?
Possiamo parlare almeno di due tipi di distorsioni. La prima è strettamente legata alla struttura stessa del nostro sistema visivo. Questo si è evoluto in maniera tale da permetterci di conoscere il mondo esterno; quel mondo che il senso comune ci fa credere di conoscere molto bene. Eppure questa nostra conoscenza non tiene conto di tutta la realtà del mondo esterno. Esiste, infatti, una realtà celata delle cose, che solo la psicologia scientifica riesce a mostrarci. Nel libro il prof. Legrenzi ed io facciamo diversi esempi di esperimenti di psicologia della percezione visiva che permettono di svelare un’altra realtà, di far vedere cose che esistono ma non si vedono e cose che non esistono eppure si vedono.

La seconda distorsione deriva dal fatto che noi conosciamo la realtà perché siamo degli esseri percipienti. Questo può trarci in inganno e farci pensare che la realtà esiste solo perché esistiamo noi che la percepiamo e la pensiamo. Una lunga tradizione filosofica ha affermato che le cose stavano proprio così. Ma la realtà esterna non esiste forse anche se noi non la percepiamo? In questo momento storico così particolare abbiamo tutti imparato ad adattarci a vivere e lavorare da casa. Ma l’ufficio di ognuno di noi ha forse smesso di esistere perché non c’è nessun in questo momento che lo percepisce visivamente? No. Anche se è altrettanto vero che la nostra particolare percezione delle cose influenza il nostro pensiero su di esse e a volte anche il pensiero di coloro che si trovano a fianco a noi.

Perché non possiamo dirci esseri realmente razionali?
Noi siamo esseri razionali ma dobbiamo fare attenzione a lasciarci andare a quella razionalità intuitiva, immediata che spesso, come dimostrano molto bene le ricerche di Kahneman e Tsversy ci porta su una strada sbagliata. Secondo questi autori ci sono due tipi di pensiero, uno lento e uno veloce e intuitivo. Molto spesso noi utilizziamo questo secondo sistema. Eppure diverse ricerche hanno dimostrato che il pensiero veloce e intuitivo, spesso, ci porta a conclusioni non corrette.

Quali meccanismi presiedono ai nostri processi cognitivi?
Il nostro cervello è come una macchina molto raffinata in cui ogni area è preposta a un compito ma il risultato finale, ovvero il nostro vivere nell’ambiente circostante, deriva dall’interazione dei vari processi cognitivi tra di loro. Prendiamo la percezione che abbiamo del mondo che si svela dalla finestra della nostra cucina. Abbiamo imparato a conoscere questa realtà attraverso il sistema visivo, che ce ne restituisce un’immagine coerente con il mondo esterno, a tre dimensioni e a colori; ma anche attraverso sistema uditivo che ci ha insegnato che a un determinato rumore corrisponde l’apertura di un portone, o che l’abbaiare che sentiamo quotidianamente appartiene al cane del vicino; e ancora della nostra capacità logico-razionale che ci fa inferire che quel cane, che sosta sempre in quel giardino dev’essere il cane di quella determinata persona, e così via… Quindi i nostri processi cognitivi, quando stiamo bene e non presentiamo patologie di alcun tipo, sono al lavoro sempre e simultaneamente per permetterci di vivere al meglio nell’ambiente circostante. Quello che sicuramente può essere considerato il legame che, in qualche modo, influenza tutti questi processi è l’emozione. Le emozioni sono ciò che fanno di noi quell’essere particolare e non un altro. Le emozioni ci fanno notare visivamente un dettaglio, riescono a bloccare la nostra memoria o a facilitare il nostro apprendimento; le emozioni sono quella componente particolare che fa sì che per quanto siamo esseri razionali, talvolta, pur convinti di agire nel pieno della razionalità, scegliamo l’opzione meno razionale.

Cosa determina il modo con cui ci relazioniamo coi nostri simili?
L’essere umano è essenzialmente un essere sociale. La capacità di vivere insieme ad altre persone è indubbiamente innata nell’uomo ma questo non vuol dire che siamo tutti naturalmente predisposti ad avere buoni rapporti con tutti e fra tutti. La psicologia dello sviluppo ci ha insegnato che le relazioni con le altre persone risentono, nel bene e nel male, delle prime relazioni che instauriamo con il nostro caregiver. Il vissuto di ognuno ha quindi sicuramente un ruolo determinante, tuttavia la psicologia scientifica ha dimostrato che esistono diversi meccanismi che portano l’uomo a essere più o meno predisposto verso le altre persone. Da secoli i filosofi prima e gli psicologi dopo hanno affermato e teorizzato la natura sociale dell’uomo. Oggi, ad aprile 2020, sta fiorendo ogni tipo di comunicazione online. Dalle chat alle videochiamate in due o di gruppo, dall’utilizzo dei social alla condivisione via Facebook o Instagram di piccoli momenti di vita quotidiana in quarantena, tutti chiusi in casa, ogni tipo di comunicazione con le altre persone è diventata prioritaria. Ecco dunque che, in questo momento storico di cui i nostri nipoti leggeranno sui libri, abbiamo una evidente prova empirica del fatto che l’uomo, a prescindere dai vissuti e dalle circostanze contingenti rimane, effettivamente, un animale sociale.

Alessandra Jacomuzzi insegna Psicologia generale e Psicologia dello sviluppo e delle età della vita nell’Università Ca’ Foscari di Venezia

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