Sfogliare il passato. La storia nei giornali italiani, Barbara BraccoProf.ssa Barbara Bracco, Lei ha curato l’edizione del libro Sfogliare il passato. La storia nei giornali italiani edito da Viella: che rapporto esiste tra storia e giornalismo?
Tra giornali e storia esiste – direi quasi da sempre – un rapporto forte. Almeno da due punti di vista. Partiamo dal dato più evidente e quasi ovvio. Da Il Corriere della sera dei tempi di Luigi Albertini o da La Stampa di Alfredo Frassati fino, sempre con maggior insistenza, ai giorni nostri il passato è stato ed è parte essenziale del racconto del quotidiano, cioè dell’attualità. Basta sfogliare un quotidiano per notare che la storia – anche nella sua forma più sintetica – è riferimento quasi imprescindibile della stampa; i saggi che compongono il volume Sfogliare il passato. La storia nei giornali italiani (frutto del lavoro di selezione della stampa che la Società per lo studio della storia contemporanea sta conducendo da alcuni anni) ne danno ampiamente conto. La storia è stata ed è presente non solo nelle note che segnalano un convegno, un saggio, un anniversario (per il centenario della Grande guerra o i 150 anni dell’Unità italiana le testate non solo nazionali hanno fatto a gara per proporre ai lettori letture e spunti), ma anche nella cronaca politica, di costume, persino in quella sportiva. Il riferimento ai “precedenti” è spesso diventato una componente essenziale della comunicazione dell’attualità; oggi più che mai il giornalismo sente evidentemente la necessità di ancorare i fatti del giorno al passato o di usare (ma su questo poi torneremo) l’analogia per dare senso alla confusa e complessa vita contemporanea. Ma esiste anche un altro rapporto forte tra storia e giornalismo ed è quello che si è stabilito più in particolare tra storici e comunicazione. E qui la questione diventa un po’ più complicata perché se è vero che gli storici sono stati (si pensi al ruolo di intellettuali importanti nei giornali del periodo della Grande guerra) e sono presenti nella comunicazione, il loro contributo è andato incontro a trasformazioni importanti e non tutte positive. Sulla carta stampata resiste ancora (almeno in parte) la tradizione di affidare per esempio alla penna degli storici il commento di un evento culturale o addirittura di fatti politici. I canali tematici delle televisioni hanno poi fatto di alcuni colleghi presenze ormai quasi familiari per i telespettatori italiani. Ma sorprende notare che nella televisione generalista e, almeno negli ultimissimi anni, anche sulla carta stampata lo storico è stato sostituito da “esperti” di altre discipline o da giornalisti. Nulla di male ovviamente; la storia è e deve essere materia di tutti (vorrei quasi dire come il calcio). Ma faccio notare che, sulla scia della tradizione inaugurata da Indro Montanelli, il racconto dei grandi fatti della storia diventa patrimonio pubblico solo quando passa attraverso le mani dei non storici. Ancora di recente mi è capitato di seguire una trasmissione sul trentennale della caduta del muro di Berlino; non c’era neanche uno storico a commentare l’evento di snodo del ‘900. Sarà anche “colpa” del linguaggio degli storici che spesso non sono riusciti a raggiungere il grande pubblico ma c’è anche dell’altro. Ed è la rinuncia della società contemporanea alla complessità. Il ricorso a un racconto semplificato – dove cioè non esistono subordinate ma solo apodittiche verità – spinge inevitabilmente a limitare la presenza non solo dello storico ma anche di coloro (poco importa la loro formazione) che propongono racconti più complicati e tortuosi.

Quale ruolo ha assunto la storia nella comunicazione pubblica?
La storia sembra aver vinto la sfida della comunicazione moderna. A decretarne il successo sono due elementi. Il primo è un innegabile bisogno, ampio nella società contemporanea, di riferimenti sicuri. Il passato viene percepito come un ancoraggio forte in grado di dare senso a una contemporaneità sempre più fluida e cangiante. Non è un caso che spesso venga usata l’analogia storica per spiegare eventi politici o sociali attuali; un dispositivo narrativo che può funzionare in direzioni molto diverse. Qualche volta deve evocare le terribili minacce che ancora incombono sulla società contemporanea (si pensi per esempio all’uso smodato che, complice il centenario sansepolcrista, si è fatto del fascismo per “spiegare” lo stato attuale della vita italiana); altre volte l’analogia è stata un espediente semplice per relativizzare un evento attuale accostandolo a qualcosa di simile del passato. In ogni caso, a ben vedere, l’analogia – drammatizzante o banalizzante che sia – finisce sempre per proporre una visione fuorviante ma in fondo sempre rassicurante. La storia si ripete; nulla di nuovo può stupirci, abbiamo già vissuto tutto.

Il secondo elemento che ha contribuito al successo della storia nella comunicazione pubblica sono ovviamente i media. A parte i quotidiani (con i limiti che ho detto) e i periodici (moltissimi e di varia qualità sono quelli di sola divulgazione storica), a decretare l’apparente trionfo della storia sono soprattutto le televisioni e il web. Oggi studiosi ma anche studenti, giovani o cultori della materia hanno a disposizione documenti e materiali che anche solo venti o trenta anni fa sarebbero stati consultabili solo attraverso una ricerca tutt’altro che facile. Penso all’opera meritoria dell’Istituto Luce che ha reso disponibili materiali anche di difficile consultazione o alle banche dati delle istituzioni culturali (biblioteche, archivi) o ai siti tematici (notevolissimi per esempio quelli dedicati ai documenti della prima guerra mondiale) che in pochi istanti forniscono documenti, immagini, mappe che in altri tempi sarebbero stati disponibili solo attraverso un complicato lavoro di ricerca e di consultazione in luoghi non sempre facilmente accessibili. Insomma, sì la storia è oggi bene diffuso ma ciò non vuol dire che abbia trionfato il metodo storico. Il facile accesso alle fonti storiche o al passato non si traduce nell’acquisizione di quella profondità che lo studio della storia (non necessariamente a livello accademico) deve sempre comportare. Posso “sapere” tutto di un fatto, aver acquisito tutti i documenti che ad esso si riferiscono, ma aver capito poco o nulla di quell’evento se non lo si colloca in un contesto e con la profondità che lo studio del passato impone. Peggio ancora; la consultazione acritica dei documenti oggi disponibili inducono alcuni a ricostruire il passato attraverso schemi interpretativi del tutto distorti. Senza che un dubbio li sfiori, anzi spesso con la presunzione di padroneggiare il tema.

Dalle pagine culturali dei quotidiani all’istituzione di un canale Rai interamente dedicato alla storia, in apparenza il passato sembra dominare l’orizzonte culturale degli italiani: è davvero così?
Per quanto apparente e molto complesso, il trionfo della storia è indubitabile. Il caso di RaiStoria che lei cita è paradigmatico. Da quello che sappiamo il canale gode di buoni indici di ascolto. E sono meritati perché oltre ai documentari e trasmissioni di stagioni televisive di molti anni fa (si pensi per esempio a La notte della Repubblica riproposto di recente), RaiStoria ha prodotto e mandato in onda racconti spesso ben costruiti e avvincenti della storia. E, non lo dico per spirito di corporazione, è anche il solo vero regno che sia rimasto agli storici nella sfera pubblica. Dalla trasmissione quotidiana “Passato e Presente” ai documentari prodotti direttamente dal canale, lo storico riveste qui un ruolo che i canali generalisti spesso gli negano. Ma tornando ai contenuti storici qualche dubbio – che evidentemente è materia essenziale per gli storici – sorge anche in questo caso. Chi segue i programmi di RaiStoria? I soliti noti, cioè utenti mediamente più colti e avvertiti? Cosa rimane di queste trasmissioni? Soprattutto quanto incide il racconto per immagini di RaiStoria nel dibattito pubblico sulla storia nazionale e le vicende internazionali? Insomma è solo intrattenimento o strumento di riflessione culturale e, nel senso più ampio e nobile, politica?

Quali interpretazioni storiografiche popolano le pagine dei giornali italiani?
Alcuni saggi compresi nel volume Sfogliare il passato prendono in esame proprio questo aspetto. Per sommi capi potrebbero dire che quasi tutte le testate nazionali dedicano – come ho detto – ampio spazio alla storia. Quotidiani come Il manifesto o Il Giornale (curioso e interessante che due testate politicamente così lontane condividano la stessa passione – ovviamente con prospettive interpretative diverse) sono tutt’altro che avari non solo di riferimenti al passato (dalle recensioni alla segnalazione di convegni, oltre ovviamente ai molti articoli sugli anniversari). Se poi si vedono i contenuti delle piattaforme a pagamento dei siti di molti quotidiani la storia è forse uno dei protagonisti della stampa. Ma inevitabilmente diversi sono non solo i fatti e i personaggi presi in considerazione ma anche le impostazioni e le interpretazioni del passato; per semplicità potremmo definire revisionista l’interpretazione che le testate di area del centro-destra dedicano ad alcuni ambiti soprattutto della storia nazionale, se non fosse per il fatto che la storiografia è sempre – per sua natura – revisionista. Anche solo aggiungere qualche dettaglio importante alle ricostruzioni precedenti sulla guerra civile in Italia tra il 1943 e il 1945 o sulla gestione della guerra da parte di Luigi Cadorna tra il 1915 e il 1917 è di per sé cambiare il racconto storico o addirittura la prospettiva con cui si guarda alla prima o alla seconda guerra mondiale. Ciò che invece va sottolineato è l’ossessione per la memoria condivisa. Che non è fatto nuovo. Almeno da venti anni a questa parte il dibattito pubblico sembra essere dominato dalla necessità o aspirazione a trovare un patrimonio appunto condiviso che, si dice, alla storia dei vincitori possa affiancare o rendere di pari dignità e importanza a quella dei vinti. Questo ha portato a inevitabili forzature. Si pensi alle polemiche sulla storia dei combattenti della Repubblica di Salò o più di recente al filone neoborbonico che – anche in alcune testate locali – ha voluto riabilitare gli antichi regimi preunitari. In una chiave – sia detto un po’ per tutte le testate – vittimista. Il “paradigma vittimario” di cui Giovanni De Luna parlò alcuni anni fa è diventato il codice omnicomprensivo (e spesso fuorviante) della storia. Con tutti i suoi limiti lo Stato unitario cercò di mettere (e in alcuni anche riuscendoci) mano ai problemi antichi di molte zone del Paese. E questo a ricordalo sono in pochi, anche sui giornali. A smentire per esempio l’immagine della “conquista” del sud da parte dei “piemontesi” basterebbe per esempio ricordare che i quadri dell’esercito italiano come della classe politica nazionale videro sin nel primo ventennio del Regno d’Italia la presenza forte di politici meridionali (Francesco Crispi su tutti) e di ufficiali che spesso avevano combattuto nelle fila borboniche solo qualche anno prima.

Come avviene la ricezione dei contenuti storiografici da parte dei lettori?
Il gruppo di lavoro, che ha reso possibile il volume, ha cercato di affrontare il problema la ricezione, cioè cosa e come viene recepito dai lettori e telespettatori. Sarebbe interessante avviare una vera e propria indagine sociologica sulla ricezione ma, nel nostro piccolo, abbiamo cercato di ricostruire il profilo del “consumatore” di storia e ci siamo trovati di fronte a un pubblico molto vario. Accanto infatti al lettore colto che si avvicina alla storia nella comunicazione pubblica armato di un bagaglio di conoscenze personali, troviamo per esempio anche il giovane o il consumatore occasionale che seleziona molto i contenuti storici di giornali o siti o canali televisivi sulla base di bisogni o necessità di vario genere (studio, interesse politico, ecc..).

Quale uso e valorizzazione delle fonti archivistiche viene fatto nella comunicazione giornalistica?
Da questo punto di vista i mezzi di comunicazione hanno fatto e stanno facendo molto. Non mi riferisco solo alla segnalazione di archivi o documenti inediti (lo scoop storico è sempre e giustamente parte importante dell’informazione giornalistica) ma anche alla valorizzazione di banche dati o raccolte documentarie (costante per esempio è stata l’attenzione dei quotidiani per i documenti relativi alle stragi nazifasciste disponibili in questi anni nel web). D’altra parte alcune testate hanno promosso in proprio la diffusione delle fonti archivistiche mettendo a disposizione (a pagamento o liberamente) la raccolta delle annate del loro giornale. Particolarmente meritevole è poi l’opera che RaiStoria sta facendo su questo fronte. Alcune trasmissioni hanno reso disponibile allo sguardo dello spettatore quello che è il primo laboratorio dello storico e cioè gli archivi e le biblioteche. Rendere visibile i luoghi e i documenti che sono alla base del lavoro storiografico mi pare opera che rende giustizia alla complessità e alla fatica del fare storia.

Barbara Bracco è professore associato di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale (DSRS) dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca