“Sfogliando una fiamma. Storia letteraria dei Carabinieri” di Emilio Limone

M.llo Emilio Limone, Lei è autore del libro Sfogliando una fiamma. Storia letteraria dei Carabinieri edito da Ianieri: quale rilevanza assume la figura del carabiniere nella letteratura italiana?
Sfogliando una fiamma. Storia letteraria dei Carabinieri, Emilio LimoneIn ogni epoca, la letteratura ha subìto l’influenza degli umori e dei momenti storici della società, assorbiti dai vari autori e riversati nero su bianco sulla scorta del pensiero e dello stile letterario personali. Sin dalla fondazione, avvenuta nel 1814 per volontà di Vittorio Emanuele I, sovrano del Regno di Sardegna, la costante presenza dell’Arma dei Carabinieri ha accompagnato la vita del cittadino in ogni spaccato della quotidianità, così come nei grandi eventi consacrati dalla storia. La popolarità dapprima circoscritta alla vita di un piccolo Stato preunitario si è evoluta, con le vicende risorgimentali prima e l’Unità d’Italia poi, in un tassello importante ed insostituibile del patrimonio nazionale italiano. É quasi scontato, dunque, che la figura del carabiniere entri di diritto nelle rappresentazioni letterarie alla stregua del quotidiano impegno che, da più di due secoli, rende l’istituzione un punto di riferimento del cittadino nella vita reale.

In che modo la rappresentazione letteraria ha messo nero su bianco il legame inscindibile tra il popolo italiano e l’Arma dei Carabinieri?
Ciò che appare straordinario è proprio la normalità nell’immaginare i carabinieri spuntare alla nostra vista, nel corso di una giornata qualsiasi in un posto qualsiasi, non necessariamente in seguito ad un misfatto ma semplicemente a garanzia della tranquillità collettiva. Mi vengono in mente le parole del critico letterario Pietro Pancrazi il quale, agli inizi degli anni Venti del secolo scorso, nel celebrare i privilegi dell’Italia umbertina di fine Ottocento, indicava nella presenza dei militari della Benemerita per le strade l’indice della serenità popolare: “E la sera, quando i compiti eran finiti e tutti i lumi in casa s’erano spenti, sul marciapiede di sotto si sentiva passare rassicurante, sul son­no di tutti, il calmo passo doppio dei carabinieri”. In questa ottica non risulta difficile comprendere che, in ogni periodo storico sin dalla fondazione del corpo, sia concreta la possibilità di incrociare la figura del carabiniere tra le pagine di un romanzo, anche come semplice comparsa: accade, ad esempio, con la raccolta di storie “Racconti Romani” in cui lo scrittore Alberto Moravia, pur descrivendo episodi che nulla hanno a che fare con l’Arma, nel momento in cui la narrazione necessita delle forze di polizia menziona esclusivamente i carabinieri, anzi “i soliti carabinieri” citando proprio uno stralcio dei suoi racconti. Fatta questa premessa, è d’uopo ricordare che sono numerose le opere che invece vedono protagonisti proprio i militari dell’Arma, nei cui confronti l’interesse del lettore è forte appunto per la vicinanza che ogni cittadino sente quasi come una tradizione popolare. Che si tratti di personaggi d’invenzione o di militari realmente esistiti, la letteratura ha attinto in abbondanza dalla vita dell’Arma per rappresentare l’Italia.

I versi di Costantino Nigra “Usi obbedir tacendo e tacendo morir” sono entrati nella storia dell’Arma: in che modo il carabiniere incarna nell’immaginario comune sentimenti quali onore, lealtà, fedeltà, dovere e sacrificio?
I versi da lei citati sono stati il motto dell’Arma dei Carabinieri fino all’inizio degli anni Trenta del Novecento. Sono tratti da “La Rassegna di Novara”, una stupenda poesia che il poeta e diplomatico Nigra dedicò ad un evento doloroso della storia sabauda, una disfatta nel corso della Prima Guerra d’Indipendenza che indusse il re Carlo Alberto ad abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II. In quelle parole si racchiude appunto il senso della missione del carabiniere che può essere contestualizzata in ogni epoca, a prescindere dagli eventi per cui si è chiamati a prestare servizio. Oggi chi indossa questa uniforme storica, che è un po’ la seconda pelle della nazione, ne difende la tradizione e l’onore e, con lealtà e fedeltà verso la Patria ed i suoi cittadini, è pronto a tutelare con abnegazione il bene della collettività, consapevole che talvolta il rischio possa comportare anche l’estremo sacrificio.

A quando risale la prima apparizione dell’Arma nella letteratura italiana?
Una delle prime note apparizioni dell’Arma nella letteratura giunge dalla penna di Giovanni Verga, con la raccolta di novelle “Vita dei campi”. Il periodo storico che seguì l’Unità d’Italia fu sicuramente controverso e nel meridione della penisola i Carabinieri Reali furono impegnati nella lotta al brigantaggio. Non è mio compito entrare nei meriti della vicenda storica, che comunque necessita di attenzione ed imparzialità per onorare la verità qualunque essa sia. Verga presenta la scena in cui una donna siciliana, infatuatasi di un brigante e decisa a seguirlo in clandestinità, prova sentimenti contrastanti alla vista dei carabinieri, talvolta rasentanti il fascino, anche dopo il ferimento e l’arresto dell’amato.

Con Carlo Collodi si assiste indiscutibilmente alla consacrazione dei militi: come si presenta nelle Avventure di Pinocchio l’Arma?
La storia di Pinocchio fu inizialmente pubblicata a puntate, su un giornale per bambini, nel 1881. L’Unità d’Italia era realtà da ormai vent’anni ed i Carabinieri erano un’istituzione ormai radicata dalle alpi all’estremo sud della penisola. Nel romanzo di Collodi, la figura del carabiniere è decisamente austera ma non manca un tocco d’ironia quando l’autore ne sottolinea una rigidità forse estrema. Quando il burattino scappa per le strade del paese, rincorso da Geppetto, è proprio un carabiniere ad acciuffarlo “per il naso” e riconsegnarlo al padre. A Pinocchio capita perfino di essere arrestato dalla Benemerita, poiché creduto colpevole del ferimento di un compagno nel corso di una zuffa, ricevendo dai militi l’intimazione “con accento soldatesco” di camminare spedito, ma un furbo escamotage gli permette di eludere il controllo dei carabinieri e scappare. “Le avventure di Pinocchio” è il classico esempio di romanzo in cui i carabinieri, seppur non protagonisti della storia, lasciano una traccia indelebile nei decenni. Sono numerose, infatti, le rappresentazioni artistiche del burattino in mezzo ai due militari dell’Arma.

Quali sono i più riusciti esempi di carabinieri nati dalla fantasia dello scrittore?
Nel corso dei decenni, sono stati numerosi i personaggi in uniforme inventati per le pagine di un romanzo e divenuti popolari. Indubbiamente, chi per primo ha permesso ad un carabiniere d’invenzione di raggiungere l’apice della celebrità è stato Leonardo Sciascia con “Il giorno della civetta”: è indimenticabile la figura del Capitano Bellodi, parmense, ex partigiano e repubblicano per convinzione e tradizione familiare, il quale si trova a combattere in Sicilia contro una mafia collusa con i poteri forti; tra le citazioni del romanzo, una frase in particolare è diventata di uso comune nel gergo quotidiano e lo scrittore la attribuisce al capo mafioso nel corso di un colloquio proprio con l’ufficiale dell’Arma, nello specifico “l’umanità […] la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà”. In relazione agli altri esempi di carabinieri ben riusciti nelle pagine di un libro, non è mia intenzione far torto ad alcuno, menzionando o dimenticando taluni personaggi anziché altri. Tuttavia, a caldo e non in ordine cronologico mi vengono in mente il maresciallo Maccadò, comandante della Stazione di Bellano nato dalla penna di Andrea Vitali; Bartolomeo Saltalamacchia, comandante dei carabinieri con la passione per la scrittura, nell’immaginario Borgo Propizio creato dalla compianta Loredana Limone; Saverio Bonanno, sottufficiale frutto dell’ingegno di Roberto Mistretta e tradotto in molte nazioni di lingua tedesca; il maresciallo Guarnaccia alla guida della Stazione di Firenze Uffizi nei romanzi dell’inglese Magdalen Nabb.

Ne I racconti del Maresciallo Mario Soldati sancisce la popolarità del personaggio in uniforme: che figura è il maresciallo Arnaudi?
“Il colorito pallido, i capelli biondi, gli occhiali d’oro, gli occhi celesti, tutti toni che si accordavano così bene con il kaki della divisa estiva, e l’ac­cento piemontese”: insomma, nella descrizione fornita dallo stesso Soldati c’è l’esatto contrario di ciò che il luogo comune associa al tipico maresciallo dei carabinieri, che per convenzione deve essere per forza meridionale, semmai abbronzato e con un marcato accento del sud. Arnaudi è un tipo all’antica, formale e severo, che a prima vista pare non farsi coinvolgere dalle emozioni ma in realtà nasconde una sensibilità carpita ed apprezzata dall’interlocutore con cui si interfaccia nel corso delle storie narrate, corrispondente allo stesso autore. Arnaudi diventò anche protagonista di uno sceneggiato televisivo in bianco e nero, una sorta di antesignano del maresciallo Rocca.

Tra i numerosi carabinieri con la passione per la scrittura, spicca nel libro il generale Roberto Riccardi, autore dal multiforme ingegno dalla cui penna è nata la serie letteraria di Rocco Liguori: quale stile caratterizza i personaggi della sua Arma?
Le opere del generale Riccardi, giornalista, saggista, appassionato d’arte e letteratura, sono contraddistinte da un forte realismo, frutto anche dell’esperienza diretta sul campo dell’autore e di un grande ingegno capace di creare personaggi interessanti e storie emozionanti, mai banali, ricche di sorprese e dettagli. È interessante il parallelismo creato dall’autore tra le vite di Rocco Liguori e Nino Calabrò, bambini che sull’Aspromonte giocano spensierati ma non sanno che da grandi le strade dovranno giocoforza dividersi: il papà di Nino è un boss della ‘ndrangheta, mentre Rocco è figlio di un carabiniere; entrambi seguiranno le strade dettate dalla tradizione familiare. Il generale Riccardi è autore non solo di romanzi e, tra le sue tante opere, mi piace citare l’emozionante biografia del maresciallo Giangrande, ferito nel 2013 nell’area antistante la Presidenza del Consiglio.

Tra tutte le opere che ritraggono la figura del carabiniere, il grado di maresciallo è quello più rappresentato: perché, a Suo avviso, tale scelta?
Senza dimenticare le tante eccellenze dei reparti speciali e della linea territoriale, a mio parere la peculiarità dell’Arma dei Carabinieri è indubbiamente la presenza capillare in ogni angolo d’Italia, che si tratti di una metropoli o di un piccolissimo paese incastonato tra le montagne. In un quartiere di Roma così come in un minuscolo borgo dell’entroterra, il cittadino ha la certezza di poter contare su una Stazione dei carabinieri, comandata appunto da un maresciallo. La figura è entrata a far parte della tradizione nostrana e talvolta è diventata addirittura proverbiale. Uno dei tanti detti della saggezza popolare indica il maresciallo dei carabinieri tra i punti di riferimento di una comunità, insieme al sindaco ed al farmacista. Ci si rivolge al maresciallo per denunciare un torto subìto, per un consiglio, per fare appello al sentimento di un padre di famiglia, talvolta per un mero sfogo liberatorio, come ebbe modo di scrivere Andrea Camilleri nel 2005 prima per il Calendario Storico dei Carabinieri e poi nel libro “Il medaglione”. Ciò non toglie che chiunque indossi l’uniforme dell’Arma, a prescindere da ruoli e gradi, rivesta un’importanza indispensabile nell’espletamento del servizio e nella risoluzione delle esigenze del cittadino. Io ho avuto la fortuna di prestare servizio in realtà grandi, medie e piccole nonché l’onore di essere un Comandante di Stazione: l’emozione più grande è arrivata vedendo le lacrime scorrere sul viso di chi stava apprendendo che avrei a breve lasciato il reparto per una nuova esperienza professionale. Non ho difficoltà a pensare che ad uno scrittore, a maggior ragione se cresciuto in una realtà di provincia dove i carabinieri sono la rappresentazione diretta dello Stato sul territorio, risulti facile affidare al maresciallo il compito di prendere per mano la società e portarla al sicuro.

Emilio Limone, nato ad Avellino nel 1986, è maresciallo dei Carabinieri e giornalista pubblicista. Prima di arruolarsi nell’Arma ha lavorato per varie testate giornalistiche. Appassionato di storia e letteratura, ha ottenuto diversi riconoscimenti nell’ambito di concorsi per racconti brevi. Nel 2014 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Le poche righe sopravvissute (NeP Edizioni). Sfogliando una fiamma (Ianieri Edizioni) è il suo primo saggio.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Non perderti le novità!
Mi iscrivo
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link