Sfide geoeconomiche. La conquista dello spazio economico nel mondo contemporaneo, Giuseppe GaglianoDott. Giuseppe Gagliano, Lei è autore del libro Sfide geoeconomiche. La conquista dello spazio economico nel mondo contemporaneo pubblicato da Fuoco Edizioni: qual è l’importanza dell’École de Guerre Économique francese nella riflessione geopolitica contemporanea?
In primo luogo, seppure in modo sommario, ritengo sia opportuno precisare per il lettore non specialista quando è sorta la Ege e chi ha contribuito a fondarla. L’École de Guerre Économique è stata creata a Parigi nel 1997, su indicazione della Commissione di Intelligence Economica e Strategia d’Impresa, presieduta da Henri Martre, all’interno del Commissariato Generale del Piano. I fondatori sono stati Christian Harbulot e il generale Pichot-Duclos. Christian Harbulot ha iniziato le sue ricerche sui problemi economici e sulle strategie di potenza negli anni ’80. Nel 1990 mentre era direttore delle relazioni esterne di ADITECH (la futura ADIT, società nazionale di intelligence strategica) pubblicò il saggio, Tecniche offensive e Guerra Economica. I suoi lavori portarono l’allora Primo Ministro, Edith Cresson, a nominarlo consigliere personale di Henri Martre, Commissario Generale del Piano. In quella veste è stato coautore del rapporto che fece nascere l’Intelligence Economica in Francia. Nel 1993 entrò come direttore delle operazioni, del Dipartimento di Intelligence Economica Intelco, nel gruppo Défense Conseil International. Constatando il deficit culturale nell’Intelligence Economica delle imprese francesi creò nel 1997, insieme al generale Pichot-Duclos, l’Ecole de Guerre Economique. Dagli anni 2000 concentra il suo lavoro sulla guerra dell’informazione insegnando anche all’ESSEC, l’alta scuola di commercio, e all’Ecole des Mines di Parigi. Conferenziere all’Istituto degli Alti Studi della Difesa nazionale è membro del Consiglio Scientifico della Formazione e della Ricerca Strategica (CSFRS) e vice presidente dell’Istituto Internazionale dell’Intelligence Economica e Strategica.

In secondo luogo, il contributo dato dalla Ege alla geopolitica è fondamentale poiché, grazie ad una griglia di lettura innovativa delle relazioni internazionali che ruota intorno ai concetti di guerra economica, intelligence economica, guerra della informazione e patriottismo economico, la Ege ha profondamente rinnovato, sul piano epistemologico, il modo di guardare e leggere la dinamica conflittuale delle relazioni internazionali.

Cosa si intende per «Guerra economica»?
Come ho avuto modo di illustrare nel corso di quasi sei anni attraverso le mie pubblicazioni, la guerra economica non è una guerra in cui il denaro, nervo di ogni conflitto, è messo al servizio dello sforzo bellico senza farvi parte direttamente. Christian Harbulot spiega che la guerra economica non è una guerra in senso classico; tale espressione serve a rappresentare in forma estrema i rapporti di forza non militari. Se il loro obiettivo è identico, ovvero l’accrescimento della ricchezza e della potenza di un Paese, i metodi utilizzati sono assolutamente diversi. Anche i risultati possono divergere, poiché la guerra conduce abbastanza spesso a un risultato inverso a quello atteso dal vincitore. La Francia del 1918 e il Regno Unito del 1945 sono testimonianze esemplari. Può sembrare paradossale, ma la guerra economica si fa in tempo di pace! Solo quando essa si rivela inefficace, i cannoni possono sparare. Un’altra definizione possibile è quella che qualifica la guerra economica come la competizione fra gli Stati nazionali per il controllo delle risorse rare, necessarie alla loro economia. Tale visione non contraddice quella di Harbulot; anzi, in un certo senso le è complementare. La prima pone l’accento sugli obiettivi a breve termine, la seconda su quelli a lungo termine. Ma sono necessarie precisazioni ulteriori. La guerra economica è un fatto tra Stati nazionali. Le imprese giocano un ruolo importante, ma subordinato. Alcune volte rifiutano di essere coinvolte, altre volte si comportano in modo controproducente: delocalizzano, trasferiscono competenze tecnologiche all’estero, vi trasferiscono persino le proprie sedi legali. D’altra parte, la maggioranza delle imprese conta sullo Stato, affinché le aiuti a proteggersi dalla concorrenza sleale, dallo spionaggio economico e da qualsiasi manovra scorretta di competitor commerciali stranieri. Le teorie possono insegnare che lo Stato non deve immischiarsi nella vita delle imprese, ma le imprese danno prova di pragmatismo, rivolgendosi allo Stato per averne protezione. Emerge poi un secondo elemento: la nozione di guerra economica presuppone che gli Stati nazionali mantengano la propria centralità. Si tratta di un dibattito troppo lungo perché sia qui riaperto. Agli occhi di alcuni, la globalizzazione abbatte le frontiere e riduce l’importanza della sfera nazionale. Ma d’altra parte essa costringe gli Stati a intervenire fortemente, per lottare contro i suoi effetti perversi – come la crescita dell’ineguaglianza – o per difendere l’economia nazionale esposta alla competizione internazionale.

In breve gli attori della guerra economica sono:

  • Gli Stati, innanzitutto, che restano i regolatori più influenti dello scacchiere economico, nonostante il loro relativo declino nella vita delle nazioni e i diversi vincoli che pesano su di loro, a partire dalle organizzazioni internazionali, come l’Unione Europea. Ciò che è davvero cambiato è che oggi gli Stati devono tener conto di numerosi stakeholder (ONG, istanze internazionali, imprese, media). Tuttavia, essi conservano un ruolo d’arbitro che ciascuno degli altri attori non fa che mettere in luce, sollecitando regolarmente un loro intervento.
  • Le imprese che, di fronte al nuovo scenario geoeconomico ipercompetitivo, hanno adottato il controllo dell’informazione strategica come strumento di competitività e di sicurezza economica.
  • La società civile: l’ampliamento dei dibattiti su questioni sociali riguardanti l’attività delle imprese stesse (alimentazione e benessere, progresso tecnico e rischi di salute pubblica, industria e ambiente, trasporto e sicurezza dei viaggiatori, tecnologia dell’informazione e libertà individuale), la massificazione e democratizzazione dell’uso di internet, il crescente coinvolgimento della giustizia nel monitoraggio dell’operato delle imprese, comportano un aumento degli attacchi informatici contro le imprese da parte di attori della società civile. L’allargamento dei dibattiti sui rischi associati all’ambiente, sullo sviluppo sostenibile, sull’investimento socialmente responsabile, sulla responsabilità sociale d’impresa, amplifica la legittimità delle questioni sociali.
  • L’infosfera: questa non costituisce una categoria di persone fisiche o morali, ma piuttosto una dinamica, ossia l’insieme degli interventi, dei messaggi diffusi tramite i media e la rete. Si tratta di uno strumento particolarmente insidioso perché opera come una cassa di risonanza in cui si mescolano e ricombinano di continuo idee, emozioni e pulsioni emesse da un numero infinito di persone, senza un vero soggetto dominante e che tuttavia, esercita un’influenza determinante, positiva o nefasta, sugli individui e sulle organizzazioni. Lanciata nell’infosfera, una dichiarazione può avere il potere di scatenare feroci polemiche, dure reazioni politiche, crisi mediatiche, danni reputazionali a spese di imprese. Può divenire, quindi, un’arma di destabilizzazione particolarmente efficace. Non dimentichiamo che l’immagine e la reputazione di un marchio rappresentano un capitale strategico che impatta sulle attività commerciali e finanziarie delle aziende.

Strettamente legato al concetto di guerra economica è quello di intelligence economica. La minaccia non è più solo quella a cui eravamo abituati e che poteva localizzarsi dal punto di vista geografico nell’attacco di una grande potenza contro un’altra potenza. Oggi la minaccia è asimmetrica, diversa, cambia in continuazione, viaggia in rete, è immediata e, soprattutto, è rivolta contro l’intero sistema. Non mira a colpire bersagli militari o politici, ma interessi commerciali, industriali, scientifici, tecnologici e finanziari. Questo porta l’intelligence a strutturarsi su compiti nuovi: proteggere non solo l’intero sistema, ma anche gli anelli deboli della filiera produttiva. È infatti principalmente dopo la fine della Guerra Fredda che i rapporti di forza tra potenze si articolano attorno a problematiche economiche: la maggior parte dei governi oggi non cerca più di conquistare terre o di stabilire il proprio dominio su nuove popolazioni, ma tenta di costruire un potenziale tecnologico, industriale e commerciale capace di portare moneta e occupazione sul proprio territorio. Ebbene, l’intelligence economica è la ricerca e l’interpretazione sistematica dell’informazione accessibile a tutti, con l’obiettivo di conoscere le intenzioni e le capacità degli attori. Essa ingloba tutte le capacità di sorveglianza dell’ambiente concorrenziale (protezione, veglia, influenza) e si distingue dall’intelligence tradizionale per la natura del suo campo di applicazione (informazione aperta), per la natura dei suoi attori (calati in un contesto di cultura collettiva dell’informazione), per le sue specificità culturali (ogni economia nazionale genera un modello specifico di intelligence economica), rappresentando il tutto secondo uno schema di intelligence economica a tre livelli: quello delle imprese, il livello nazionale e quello internazionale.

Quali le implicazioni di uno scenario di «Guerra della informazione»?
Veniamo adesso alla guerra della informazione. Lo sviluppo della società dell’informazione ha modificato profondamente il quadro dei conflitti. Secondo gli analisti americani John Arquilla e David Rundfeldt, esperti della guerra in rete (netwar) alla Rand Corporation, non è più chi ha la bomba più grossa che prevarrà nei conflitti di domani, ma chi racconterà la storia migliore.
In quest’ottica, gli americani hanno parlato, fin dal 1997, del concetto chiave di information dominance. Definita come il controllo di tutto quanto è informazione, questa dottrina avrebbe la vocazione di plasmare il mondo attraverso l’armonizzazione delle pratiche e delle norme internazionali sul modello americano, col fine di mettere sotto controllo gli organi decisionali.
Basti pensare, osservano gli studiosi, come all’epoca della invasione del Kuwait l’opinione pubblica americana si era mobilitata a seguito di un processo disinformativo pianificato a livello militare o, più precisamente, a livello di guerra psicologica. I processi di manipolazione dell’informazione permettono di marginalizzare determinati fatti e perciò il dominio dell’informazione è divenuto una priorità per la strategia americana.
A tal proposito Harbulot ha sottolineato il ruolo profondamente innovativo sul piano strategico della guerra informativa e le implicazioni che questa determina sulle imprese.

È proprio alla luce delle scelte politico – militari americane che la strategia francese ha sentito la necessità di definire in modo rigoroso cosa sia la guerra informativa. L’espressione usata nel contesto strategico francese è quella di “guerra cognitiva”, definita come la capacità di utilizzare la conoscenza a scopo conflittuale.
In particolare, la Scuola di Guerra Economica francese riconosce nella guerra cognitiva uno scontro tra diverse capacità di ottenere, produrre e/o ostacolare determinate conoscenze, secondo rapporti di forza contraddistinti dal binomio “forte contro debole” o, inversamente, da quello di “debole contro forte”.

La campagna di boicottaggio lanciata da Greenpeace nel maggio del 1995 contro la piattaforma petrolifera Brent Spar della Shell nel Mare del Nord è un perfetto esempio di guerra dell’informazione. L’offensiva è stata condotta in tre fasi. La prima fase dell’attacco verteva intorno all’esposizione dei fatti. L’arma utilizzata da Greenpeace era elementare ma efficace: screditare le argomentazioni dell’avversario mettendo in dubbio la buona fede degli scienziati nominati dalle autorità. Una multinazionale del calibro di Shell poteva essere facilmente accusata di influenzare i giudizi degli esperti.
Nella seconda fase sono stati mobilitati gli organi d’informazione. L’assalto alla piattaforma condotto da alcuni militanti dell’organizzazione ecologista era stato organizzato affinché la scena fosse ripresa e diffusa dai grandi network televisivi.
La terza fase dell’attacco è stata l’invito rivolto agli automobilisti di tutto il mondo a boicottare i distributori Shell. La campagna ha causato ingenti perdite alla società, che si è vista costretta a fare marcia indietro sotto la pressione dell’opinione pubblica mondiale.

L’operazione di Greenpeace dimostra l’efficacia dell’uso offensivo dell’informazione in tempo reale. Poco importa che gli esperti di Bureau Veritas abbiano dimostrato qualche mese più tardi che gli argomenti di Greenpeace erano inesatti: la Shell ormai era stata sconfitta. L’esempio di Greenpeace, Davide che batte Golia, è paragonabile alle azioni di guerriglia e può essere imitato in tutti i settori della vita economica. A differenza dello spionaggio industriale, che privilegia di solito i risultati a breve termine, la guerra dell’informazione si combatte sul medio e lungo termine e costa molto meno.

Che rapporti ci sono tra guerra della informazione e terrorismo islamico?
Attualmente Internet è la nuova frontiera della guerra dell’informazione e si è rivelata un mezzo ideale per diffondere il terrore. Inoltre, con l’ISIS, il terrorismo ha fatto enormi progressi anche dal punto di vista strategico.
L’autoproclamato Stato Islamico è il risultato delle azioni di guerriglia e degli atti di terrorismo compiuti in Iraq dal 2003 e in Siria dall’inizio del 2013. Fin dalla sua origine l’organizzazione ha usato i metodi della guerra dell’informazione, come la diffusione dei video in cui venivano mostrati ostaggi decapitati, senza limitarsi alle rivendicazioni del terrorismo politico ma perseguendo finalità politico˗militari. Vediamo di illustrare il ruolo della guerra della informazione con alcuni esempi.

  1. Nel luglio 2014 una manovra informazionale tipica della guerra psicologica è stata decisiva per la conquista di Mossul, dove le truppe governative irachene, superiori per numero e armi, sono state in parte indotte alla fuga dai messaggi simultanei lanciati da tutte le moschee della città al momento dell’attacco. Dopo la presa di Mossul, l’ISIS ha annunciato la creazione del califfato islamico, il 19 giugno, primo giorno di ramadan.
  2. La visione politica dell’organizzazione è diffusa in inglese, lingua universale, dalla sua rivista ufficiale, Dabiq e, come ha osservato Jessica D. Lewis, l’utilizzo di argomentazioni religiose nei discorsi di propaganda presuppone che abbiano collaborato alla loro stesura anche autorità religiose.
  3. I sostenitori dello Stato Islamico conducono campagne mediatiche quotidiane su tutte le piattaforme più diffuse nel Ad esempio, durante i mondiali di calcio in Brasile, l’ISIS ha usato hashtag su Twitter come #Brazil2014 e #WC2014 per accedere a milioni di ricerche sulla Coppa del Mondo, strumentalizzando i centri di attenzione del bersaglio. Da uno studio condotto dalla Brookings Institution è risultato che tra l’ottobre e il novembre 2014 su Twitter c’erano 46.000 account a sostegno dell’ISIS. Il conteggio escludeva gli account creati automaticamente, che possono essere moltiplicati in modo industriale ma sono facilmente rilevabili qualora vengano segnalati.
  4. Dal settembre 2014 l’ISIS ha cominciato a imitare i media occidentali trasmettendo reportage presentati dal giornalista britannico John Cantlie, divenuto ostaggio del gruppo. La strumentalizzazione del format e dello stesso giornalista occidentale mirano a rendere più credibili i contenuti propagandistici diffusi.
  5. L’ISIS ha realizzato un numero grandissimo di film e video, curati dall’Al Hayat Media Center, che in alcuni casi appaiono rustici per dare l’idea della dimensione reale del progetto, in altri invece sono prodotti con tecniche hollywoodiane. L’impiego di tali tecniche serve in primo luogo a dimostrare la professionalità dell’organizzazione, affinché sia credibile che possa realizzare i suoi ambiziosi programmi, e in secondo luogo a rendere “glamour” degli atti barbari. Le uccisioni di ostaggi e altre atrocità filmate corrispondono a pulsioni profonde dell’essere umano, proiettate su uno sfondo mitico. Le fantasie più atroci sembrano giustificate dal fatto di essere inscritte in un’epopea collettiva e costituiscono uno strumento di reclutamento, oltre che una fonte di terrore per i nemici.