Dottor Cirri, la Sua ultima fatica, pubblicata per i tipi di Bompiani, si intitola Sette tesi sulla magia della radio. Tra i mass media la radio è quella più vecchia ma dotata di una straordinaria vitalità: come mai?
Sette tesi sulla magia della radio Massimo CirriLa radio è vecchiotta solo anagraficamente. Perché muta continuamente, ringiovanisce, cambia di forma, si plasma a seconda dei tempi. All’inizio, quando nasce come fenomeno di massa, la radio è un oggetto grande come una credenza e sta al centro della casa, nel salotto buono, con tutta la famiglia che le si siede intorno ad ascoltarla con venerazione. È la regina del tinello. Poi arriva la tivù e le ruba il posto. Lei non se la prende: va in cucina, in bagno e nella camera dei ragazzi. Si muove, si adatta ai tempi e ai cambiamenti. Un giornale di oggi – proviamo a pensarci – è tutto sommato uguale ad uno del 1917. Un’automobile è cambiata, ma neanche tanto: quattro ruote, benzina, un volante. La radio è rimasta sé stessa mutando continuamente. Io credo in meglio: diventando sempre più vicina alla vita delle persone. Adesso, come oggetto, quasi non esiste più: la radio sta nel telefonino, esce dal pc, è un’app: ce la portiamo sempre addosso. Così è cresciuta una delle sue doti particolari – nel libro le abbiamo chiamate “magie” per evocare una dimensione esoterica e vendere più copie – la vicinanza che si crea tra chi parla e chi la ascolta, l’intimità. La radio, quando è ben fatta, l’ascoltano in tanti ma sembra parlare a te personalmente. E’ un mezzo di trasloco, un furgoncino, tra dimensione privata e sfera pubblica. La radio, la voce alla radio, il mix tra musica e parole, ti prende su, imbarca e trasporta. Così, ascoltandola, ti sposti senza uscire di casa o dall’ufficio. Resti in connessione con gli altri. Poi scendi e non hai problemi di parcheggio.

Il Suo racconto comincia dal Titanic e prosegue evidenziando un legame storico tra la radio e le tragedie di tutti i tempi.
La radio che conosciamo adesso nasce, come idea, nella notte della tragedia del Titanic. È il 1912 e va a fondo la nave più bella del mondo, carica di miliardari e di persone famose, quella che era inaffondabile e invece sparisce tra i ghiacci in poche ore anche per via di un marconista permaloso. Un altro marconista, a New York, ascolta i messaggi che partono dal Titanic e poi dalla nave che ha soccorso i naufraghi e li sta portando lì. Ma per arrivare in porto ci vorranno giorni. E il marconista, si chiama David Sarnoff ha 21 anni e diventerà un padrone della radio americana, ascolta quelle liste di nomi – i sommersi e i salvati – che tutti vogliono. Così intuisce che quella lista e le notizie potremmo darle noi, con la radio, a tutti, saltando l’intermediazione dei giornali, se tutti avessero una radio in casa. Lo propone ai suoi capi: facciamo una “Music box” che dia a tutti musica e notizie, vendiamola. I capi non ci credono; lui insite e vincerà, nel 1921.
Un po’ di quell’intuizione – la radio, la tragedia – è rimasta. La radio, quella che accompagna la quotidianità di tutti noi nelle giornate “normali” mentre accompagniamo a scuola i bambini, resta capace di dare il meglio di sé nelle grandi emergenze: i disastri, i terremoti, gli scombussolamenti. Perché è veloce, immediata, perché è a pile e non ha bisogno di molto. Perché è informazione allo stato puro, l’essenziale che serve quando viene giù tutto: una torcia, una bottiglia d’acqua e la radio. Perché un “disperato appello”, alla radio funziona sempre: se ai giardinetti sotto casa hai perso il barboncino chiedi aiuto alla radio della tua città. Chi l’ha visto? Aiutateci, chiamateci.

La radio è sempre stata rivoluzionaria: dalle radio libere fino ai programmi sperimentali, da Orson Welles ad Alto gradimento. Quali le ragioni, a Suo avviso?
Per la sua leggerezza tecnica – la radio si fa con poco, è un artigianato mentre giornali e tivù sono industrie – che le permette di aderire subito e velocemente alle innovazioni: dei linguaggi, dei mezzi tecnici. Si pensi al felice matrimonio della radio con il telefono cellulare che ha trasformato ogni ascoltatore in un potenziale “inviato” che racconta in diretta quello che sta vedendo.

Il web sta rivoluzionando il panorama dei media mondiale: con quali conseguenze per la radio?
Il web ha reso la radio “immortale”. Prima ogni programma si esauriva con la sua messa in onda, poi sfumava per sempre. Adesso vive in eterno nella rete. Lo si può scaricare, sentire quando si vuole, tenerselo. Basta aprire il grande frigorifero del web. Mio cugino Simone ascolta la radio in podcast, ogni giorno. Ha accumulato un po’ di ritardo ma gli dispiace saltare l’ascolto dei suoi programmi preferiti. Così sente tutto con quindici giorni di ritardo. Ma dice che gli va bene così.
Poi i web, i social, sono un altro canale di comunicazione per gli ascoltatori della radio. Che è il mezzo di comunicazione che da più spazio ai suoi fruitori: con le telefonate, i dibattiti, gli sms e il web. Nel libro diciamo che è “porosa”, la radio, come la frontiera tra Siria e Turchia, quella che dovrebbe essere sigillata ma ci passa di tutto. Sempre per vendere qualche copia in più.
E anche la principale funzione dei social network – sfanculare qualcun altro – è stata anticipata dalla radio. Basti pensare a Radio Radicale negli anni ’80 che apre i suoi microfoni a chiunque pensi di aver qualcosa da dire e diventa “Radio Parolaccia”: insulti, offese, “terroni di merda” e tante cose dette con cattiveria per il piacere di dirle. Tutto quello che oggi galleggia sui social era già stato anticipato dalla radio.

Quale futuro per la radio?
Saperlo!
Di sicuro nella radio del futuro rimarrà il valore della voce: per la sua immediatezza, l’emozione profonda che c’è dentro, la seduzione e la leggerezza. Quel legame che ti fa sentire un po’ meno solo – “Ascolto la radio perché mi fa compagnia”, dicono in tanti – un antidoto alla solitudine. E, man mano che si sgretolano le grandi macchine sociali, la solitudine sarà un pezzo del futuro di tutti.
Il mondo delle tecnologie – la tecnica dominerà il mondo, è chiaro – si sta molto interessando agli usi della voce: i miei figli comunicano su WhatsApp solo con messaggi vocali; ci sono già le applicazioni con cui fare la spesa on line senza digitare i tasti del pc, basta dirlo a voce. Con il rischio che il sistema ascolti tutti i tuoi discorsi, anche se giura di non farlo, e poi venda i dati a chi glieli paga meglio o alla CIA. O a tutte e due. Ma ritornerà un primato dell’oralità – si chiama “oralità secondaria” – rispetto alla scrittura. Perché la voce è più veloce e più immediata. La radio ci sarà dentro di sicuro. Il primo che capisce come diventa miliardario.