Sette anni di crisi italiana nella narrazione dei media. Un'analisi socio-comunicativa, Ilenia ColonnaDott.ssa Ilenia Colonna, Lei è autrice del libro Sette anni di crisi italiana nella narrazione dei media. Un’analisi socio-comunicativa edito da Mimesis: com’è stata raccontata la crisi dai media italiani e dalla nostra classe politica?
Gli ambiti mediali considerati per indagare la narrazione della crisi sono stati tre: Tv (nello specifico il format del Talk show politico), web (blogosfera, in particolare) e cinema. Pur essendo parte di un sistema mediatico sempre più ibrido, ciascun ambiente mediale continua a mantenere delle peculiarità proprie che, ovviamente, si riflettono sulle rappresentazioni prodotte. Pertanto, anche il racconto della crisi si è sviluppato e ha assunto caratteristiche diverse in ogni medium considerato.
L’analisi relativa ai talk ha riguardato la comunicazione dei rappresentati politico-istituzionali ospiti dei programmi e la comunicazione giornalistica, individuabile nella conduzione e nelle scelte redazionali dei talk considerati.

Dai dati emersi durante la ricerca, si può certamente sostenere che quello televisivo sia stato un racconto soprattutto italiano di una crisi economico-finanziaria dalle dimensioni globali: solo il 12% delle unità di analisi considerate ha trattato la crisi attraverso una prospettiva internazionale. E nelle fasi più “internazionali” della recessione, è stata soprattutto la comunicazione politica a riportare la dimensione del fenomeno all’interno dei confini italiani. La stagione televisiva 2013-2014 è esemplare in tal senso: dai salotti televisivi, i personaggi politici parlano di “crisi italiana”, anche se i grandi temi al centro del dibattito pubblico sono l’Europa e l’euro. La crisi finanziaria del 2008 ha infatti subito una mutazione ed è diventata a tutti gli effetti la crisi dell’euro e dell’intera struttura dell’Unione Europea. Sono le stagioni 2011/12, 2013/14 e 2014/15, quelle che hanno visto lo sviluppo di una narrazione più interessata al contesto mondiale, europeo, in particolare; sono gli anni segnati dall’attesa delle valutazioni delle agenzie di rating, dagli attacchi speculativi all’euro e all’Italia, dalla crisi del debito greco e dell’eurozona.

I temi chiave attraverso i quali si è parlato della crisi sono stati soprattutto tre: Fisco, Europa e Lavoro. Il primo è stato sempre utilizzato in funzione anti-crisi, infatti tutti i provvedimenti fiscali sono stati presentati come aventi l’obiettivo di contrastarne l’impatto. L’area tematica “lavoro” è emersa sin dalle prime fasi della narrazione, assumendo da subito una connotazione negativa, all’interno di frames costruiti sulla preoccupazione, l’allarme, il disagio, la disperazione. Anche il tema chiave della “finanza” è stato caratterizzato sin da subito da un racconto ostile verso gli attori ad esso riferiti: in particolare le banche, più degli altri, sono state al centro di un clima narrativo astioso, probabilmente perché più facilmente individuabili e identificabili rispetto agli sfuggenti e incorporei speculatori e mercati finanziari.

Il racconto televisivo della crisi, nonostante il contesto mediatizzato, è stato, nel complesso, un racconto poco “pop”. Le performance dei personaggi politici non si sono caratterizzate per atteggiamenti marcatamente pop, come ad esempio, i riferimenti alla vita personale, al proprio look, l’assenza di indicazioni di programmi e orientamenti ideologici. Anzi, l’assunzione di tali comportamenti, anche lo strizzare l’occhio alle telecamere, sono stati soprattutto dei mezzi per collocare al centro del dibattito i provvedimenti anti-crisi, per presentarli al pubblico con l’intento di convincerlo della loro efficacia o, comunque, della buona fede di chi li ha proposti.
Anche la conduzione e la produzione dei programmi, se pur con stili diversi, è stata poco incline alla spettacolarizzazione e all’intrattenimento, registrando livelli di conflittualità ed emotività non particolarmente significativi. Con questo non si vuole dire che il racconto dei talk sia stato privo di drammatizzazione, la cui presenza è fisiologica del format; piuttosto, si può affermare che la dose di dramma nella rappresentazione della crisi sia stata contenuta, soprattutto se si confrontano tali rappresentazioni con i dati sulla condizione socio-economica dell’Italia e con l’aumento della conflittualità sociale nei periodi analizzati.

Gli utenti dei blog, nel commentare i post incentrati sulla crisi, hanno manifestato una dedizione all’approfondimento e all’articolazione delle argomentazioni – soprattutto relativamente agli aspetti internazionali della crisi – raramente individualizzabile nella maggior parte delle analisi proposte dai nostri rappresentanti politici. Le fonti utilizzate dagli utenti all’interno dei commenti sono state quasi esclusivamente fonti online. Sin dalle prime fasi della crisi, infatti, è emersa una forte diffidenza nei confronti dei media tradizionali, in particolare dell’informazione televisiva e della carta stampata. Allo stesso modo, il disagio e l’atteggiamento di protesta espressi nella maggior parte dei commenti, rendono evidente il mutamento del ruolo della fiducia che la comunicazione in rete produce, canalizzando l’insoddisfazione e il malcontento dei cittadini verso istituzioni, partiti politici e organi di informazione.

Nel cinema italiano è stato soprattutto il genere della commedia a raccontare la crisi come tema-problema di sfondo sul e dal quale si sono sviluppate le storie dei personaggi, con esiti talvolta tanto esilaranti e improbabili quanto drammaticamente attuali (penso soprattutto al geniale Smetto quando voglio di Sydney Sibilia).
A differenza di diverse pellicole americane realizzate nello stesso periodo, che hanno affrontato in maniera più diretta le problematicità insite nella rappresentazione delle dinamiche di funzionamento del capitale – ad esempio Too big to fail di Curtis Hanson, La grande scommessa di Adam McKay, Capitalism. A love story, di Michael Moore, Inside Job, di Charles Ferguson – i film italiani hanno raccontato l’impatto devastante della crisi nella dimensione sociale del paese. Se i film americani sono riusciti, con stili ed esiti diversi, a rappresentare la crisi e/o i meccanismi per mezzo dei quali agisce il capitalismo finanziario alla base della crisi del 2008, il cinema italiano ne ha catturato e indagato gli effetti sociali, preferendo una dimensione micro-sociale, l’intimità o comunque la dimensione privata: la famiglia, l’amicizia, il racconto biografico dei protagonisti, la coppia e le sue contraddizioni. Le produzioni cinematografiche italiane hanno privilegiato la lettura del dramma sociale; anche in quelle pellicole che hanno fatto emergere con più chiarezza il dominio del capitale, le sue forme di oppressione e alcune dimensioni specifiche della crisi (Il Capitale umano di Paolo Virzì e L’industriale di Giuliano Montaldo, in particolare), il capitalismo e i suoi meccanismi sono stati solo sfiorati, mentre ci si è concentrati sui suoi effetti disastrosi nelle vite degli individui.

Quali rappresentazioni della società italiana in crisi sono emerse dai racconti del sistema mediale italiano?
I talk politici hanno cercato di offrire una rappresentazione della società italiana quanto più possibile vicina alla realtà. Drammatizzazione fisiologica a parte – alla quale ho accennato poc’anzi – i talk esaminati hanno fatto continuo riferimento ai dati socio-economici sulle condizioni del paese, che hanno raccontato con argomentazioni approfondite e plurali, evitando una presenza dominante della retorica mainstream del pensiero liberista.

L’Italia della crisi, per come è stata rappresentata dal cinema, è un’Italia “precaria”, raccontata soprattutto attraverso due dimensioni del lavoro nelle quali la precarizzazione diventa esistenziale, oltre che lavorativa: i call center dove lavorano giovani laureati dall’elevato ma inutile capitale culturale, e la classe operaia, i cui principi fondativi sono sostituiti dalla rincorsa al denaro, al benessere, al possesso delle cose materiali. Tuttavia, emerge, in modo più o meno marcato, un tratto peculiare con cui si è soliti rappresentare il carattere sociale della popolazione italiana, ovvero la fiducia nelle proprie capacità, la speranza di trovare sempre una soluzione ai problemi, soluzione che spesso giunge dalla famiglia, rappresentata nel ruolo “salvifico” di  tenuta della coesione sociale effettivamente svolto durante l’ultima recessione.
In questi film, la classe politica è assente o inutile; rappresentazione che si avvicina molto a quella degli utenti del web, che nei loro commenti hanno raccontato di una politica incapace, di un sistema dell’informazione di scarsa qualità e di un’Italia divisa tra più e meno Europa.

Nei tre ambiti mediali sono emersi alcuni elementi comuni che possono suggerire un’immagine complessiva della crisi e della società italiana, così come è emersa dall’insieme delle rappresentazioni mediatiche: la presenza della tematica “lavoro” e la lettura nei termini del dramma sociale.

In che modo si è manifestata l’inadeguatezza della comunicazione politica?
Il racconto della crisi elaborato dalla classe dirigente, non solo politica, ha proposto una rappresentazione troppo lontana dalle reali condizioni del paese; una rappresentazione che non solo non ha sedotto i cittadini, ma che ha reso evidente l’ipocrisia della politica, la perdita di forza e credibilità di un potere decisionale, sempre meno decisionale. La comunicazione politica e stata percepita non solo come contraddittoria, ma nell’insieme anche confusa e poco consapevole della complessità del fenomeno. In merito all’Unione Europea e alle sue istituzioni, poi, si è assistito a una comunicazione schizofrenica, oscillante tra la visione dell’Europa come causa di tutti i mali, e come unica fonte di salvezza. Tutto questo non ha fatto che aumentare lo scollamento tra politica e cittadini, che durante la crisi si è tradotto nella crescita del “partito dell’astensionismo” nelle dichiarazioni sulle intenzioni di voto.

Quale ruolo ha assunto la narrazione “contro” dei talk politici nelle dinamiche di composizione dell’opinione pubblica?
Il ruolo dei talk è cresciuto di importanza a partire dalla stagione televisiva 2011-2012.
Dopo la caduta di Berlusconi e l’insediamento del nuovo governo Monti, il 16 novembre 2011, i talk, soprattutto attraverso i conduttori, hanno preso una posizione netta nei confronti della politica di governo e si sono schierati dalla parte delle fasce di popolazione più duramente colpite dalla crisi. La narrazione dei talk è stata significativa in diverse fasi: nei momenti in cui il racconto politico si concentrava sulle polemiche interne ai partiti o sugli scandali politici; quando la comunicazione politica tendeva alla schizofrenia; quando è tornato in auge il frame dell’ottimismo e della fiducia nella ripresa. In tutti quei momenti in cui la politica ha fornito un racconto confuso e poco coerente con la realtà, la narrazione “giornalistica” ha risposto con analisi approfondite e continui riferimenti a dati oggettivi, comprovanti il contrasto tra la rappresentazione fornita dai politici e le reali condizioni del paese.

Schierandosi contro la classe politica, su temi importanti dell’agenda degli italiani, i talk si sono inseriti, quindi, nel dibattito politico e pubblico sulla crisi, contribuendo a formare il clima d’opinione al riguardo. La validità di tale ruolo va misurata sia in relazione al grado di aderenza alla realtà rappresentata, sia relativamente da un lato al sostegno espresso verso le questioni dei cittadini, e dall’altro, al contrasto manifestato nei confronti della classe dirigente. Il racconto dei talk è risultato efficace perché ha cercato di aderire il più possibile alla reale condizione del paese. Inoltre, non limitandosi a fornire rappresentazioni, ma condividendo e sostenendo le istanze, le ragioni e le proteste di cittadini e gruppi di interesse, i talk non solo hanno raccontato l’opinione pubblica, ma si sono identificati con essa.

Quale ruolo ha avuto il cinema nell’indagine sociologica dei fenomeni sociali?
Nel cinema italiano la traduzione delle dinamiche del capitalismo in immagini filmiche non è pienamente riuscita, ma si è comunque dimostrato un forte ancoraggio al presente e alla realtà della crisi, raccontata privilegiando la lettura del dramma sociale, quindi, puntando lo sguardo sugli effetti disastrosi del capitalismo, piuttosto che sui suoi meccanismi. Quello che l’indagine ha fatto emergere e che reputo molto importante, è il fatto che il cinema, nonostante i processi di ibridazione, riesce a mantenere intatte le qualità che lo rendono interessante per gli studi sociologici, sia in quanto strumento di indagine sociologica, in grado di raccogliere e memorizzare gesti, parole, rendendo i film documenti preziosi di fenomeni complessi; sia come rappresentazione della realtà sociale, in grado di andare a captare anche le dimensioni più intime e personali del malessere, alle quali senza l’occhio del medium il nostro sguardo non potrebbe accedere.

Qual è l’atteggiamento del popolo del web nei confronti dei media tradizionali?
Nei loro commenti ai post sulla crisi gli utenti hanno sempre manifestato diffidenza verso i news media tradizionali, stampa e tv. Se non era indicato come poco qualificato, questo giornalismo veniva accusato di asservimento al potere economico e/o politico. La preferenza per le fonti di informazioni online è evidente, basta guardare alla costante citazione, a sostegno delle proprie argomentazioni, di documenti, articoli, notizie, analisi reperibili in rete. Un tratto, questo, che spicca soprattutto nelle discussioni che hanno come tema l’euro o le istituzioni dell’UE. Quanto emerso dalla ricerca potrebbe indicare che chi partecipa al dibattito sui temi di carattere politico-economico soprattutto attraverso piattaforme online, è anche chi, al fine di informarsi su tali tematiche, utilizza soprattutto i media digitali.