Dott. Diego Castelli, Lei è autore con Marco Villa del libro Serial Moments. I 20 anni che hanno cambiato la tv edito da UTET Università. Le serie TV sono diventate una presenza costante nella nostra vita, modificando le abitudini dei telespettatori: quali sono le ragioni alla base del successo planetario della serialità televisiva?
Serial Moments. I 20 anni che hanno cambiato la tv, Diego Castelli, Marco VillaPrima di tutto è necessario fare una precisazione, su cui ci soffermiamo fin dall’introduzione del libro, e che riguarda il fatto che la narrazione seriale (a prescindere dal mezzo televisivo) è profondamente connaturata con il nostro modo di vivere e descrivere le nostre esperienze quotidiane. Che si tratti dei canti degli aedi nell’antica Grecia, dei menestrelli medievali, dei feuilleton ottocenteschi, o del semplice racconto, diluito nel tempo, che si può fare a un amico circa le proprie vicissitudini sentimentali o lavorative, il narrare per episodi è nella nostra natura dall’alba dei tempi.

Questo ha reso perfettamente naturale il fatto che il racconto a puntate diventasse fin dalla nascita della televisione una risorsa preziosa per riempire i palinsesti, costruire un rapporto continuativo il pubblico (cioè fidelizzarlo), mettere in campo economie di scala che permettessero di produrre grandi quantità di prodotto a costi contenuti.

La grande differenza rispetto all’oggi è che quella serialità, vissuta come una forma di intrattenimento artisticamente inferiore alla letteratura e soprattutto al cinema, che con la tv condivideva la forma audiovisiva, era appunto un passatempo, un modo semplice ed economico di divertirsi, ma che faceva molta fatica a farsi strada nei salotti buoni della cultura alta e, di conseguenza, a essere riconosciuto come fenomeno.

A cavallo fra vecchio e nuovo millennio, e non a caso abbiamo deciso di posizionare qui l’inizio del percorso che raccontiamo nel libro, succede qualcosa nel mondo delle serie tv (qualcosa che fonde il lato produttivo a monte e quello percettivo a valle) tale per cui quel vecchio passatempo comincia a diventare molte altre cose: prodotto artistico degno di analisi accademica; oggetto di ossessione manifesta e condivisa, e quindi non più nascosta come qualcosa di cui vergognarsi; elemento di un processo economico che non vede più la serie tv come “cornice” degli spot pubblicitari, ma vero e proprio oggetto della transazione economica con l’utente finale, che è disposto a spendere denaro al preciso scopo di ottenere quel prodotto.

In questo senso, potremmo dire che la serialità televisiva il successo l’ha sempre avuto, perché sono molti decenni che milioni e milioni di persone si appassionano alle storie a puntate raccontate dalla televisione. A essere cambiati sono il modo e la quantità con cui quella serialità viene prodotta, e soprattutto lo status culturale raggiunto da questa forma narrativa, che ora ha raggiunto i suddetti “salotti buoni”. Ma a dare il colpo finale a questo processo sono state le nuove modalità distributive, e segnatamente lo streaming, che consentendo una visione mondiale pressoché contemporanea della maggior parte delle serie tv che contano, ha favorito un discorso comune e planetario che si autoalimenta, rendendo più facile la nascita di veri e proprio fenomeni privi (o quasi) di confini geografici.

Quale impatto ha avuto sul panorama televisivo l’esplosione delle serie TV?
In realtà, se guardiamo alla tv generalista, quella tendenzialmente gratuita e sostenuta dalla vendita di spazi pubblicitari, l’impatto di questo rinnovato interesse per le serie tv è stato relativo, perché la serialità televisiva si produceva prima, e si produce anche adesso. Per dirla in altro modo, i palinsesti della tv generalista (specie di quella americana) non sono cambiati poi molto rispetto al passato. L’impatto vero delle serie tv si è visto altrove, sui canali a pagamento prima e sulle piattaforme di streaming poi, che si sono trovate a vendere un prodotto che fino a metà anni Novanta non si credeva avesse le potenzialità per essere, per l’appunto, oggetto specifico di una compravendita, e che invece poi è diventato il volano di moltissima offerta commerciale, la pietra preziosa da far luccicare sotto gli occhi di un pubblico sempre più affamato di novità.

La nascita di sempre maggiori soggetti distributivi, poi, ha fatto sì che un impatto “di ritorno” sulla tv generalista ci fosse comunque: in questi anni, la produzione di fiction della tv generalista è diventata molto meno rilevante di prima da un punto di vista culturale, e in molti casi anche economico, senza che per questo venissero necessariamente smontate le vecchie strutture del palinsesto. Ma è un fatto, per esempio, che oggi una serie tv americana che arriva su un canale generalista italiano, magari sei mesi o un anno dopo la messa in onda originale, ha un valore molto minore di quello che quella stessa serie, offerta alle stesse condizioni, avrebbe avuto negli anni Novanta. La globalizzazione, in un certo modo, ha influenzato anche il mondo delle serie tv, rendendo necessaria, per poter competere e prosperare in questo mondo, una capacità strategica, una possibilità economica, e un’abilità artistica, che hanno alzato di molto il livello dello scontro fra i vari soggetti in campo (soggetti che, fra parentesi, sono anche quantitativamente aumentati e continuano ad aumentare).

Quali serie, a Suo avviso, hanno segnato più profondamente la storia della TV?
Questa è una domanda difficilissima, soprattutto perché ci possono essere risposte molto diverse a seconda del punto di vista che scegliamo di adottare. Una prospettiva più economico-produttiva, in termini di capacità di fondare e influenzare i processi a monte della produzione seriale, ci porterebbe a certe risposte. Una prospettiva invece più artistico-culturale ci porterebbe a risposte probabilmente del tutto diverse. E una prospettiva più mainstream, legata al puro successo di pubblico e alla capacità di imprimersi nella coscienza collettiva, ci condurrebbe ad altri titoli ancora.

Poi ci sono anche serie tv che sono riuscite a eccellere un po’ da tutti i punti di vista, e che quindi si prestano forse più facilmente a far parte di un elenco di serie più “significative”. In questo senso sarebbe facile citare Star Trek, oppure Twin Peaks, che fu forse la prima serie “d’autore” a essere davvero riconosciuta in quanto tale, pur essendo anche un prodotto capace di attirare su di sé l’attenzione del grande pubblico. Oppure ancora The Simpsons, che spalancò anche in Occidente le porte a un’animazione pensata per un pubblico adulto e non solo infantile-adolescenziale.

Nel libro noi abbiamo fatto partire il nostro percorso (o meglio, abbiamo identificato la base di un certo cambio di passo, visto che nostro percorso inizia subito dopo) con The Sopranos, che viene usata quasi sempre in questo discorso come la serie che per prima segnò la prepotente entrata in scena delle reti a pagamento nell’arena della serialità televisiva, cambiandone per sempre il volto. E allo stesso modo si potrebbe segnalare House of Cards, anni dopo, come la serie fondativa del Binge Watching.
Ma certo in questo discorso sarebbe impossibile lasciare fuori Lost, forse primo vero fenomeno seriale simultaneamente mondiale, e quella che è a tutti gli effetti la sua erede (per lo meno in termini di impatto mediatico), cioè Game of Thrones.

Insomma, è una domanda complessa la cui risposta non è univoca, ma dipende dalla lente attraverso la quale decidiamo di guardare il processo produttivo e/o di ricezione della serialità.

Il libro presenta 40 scene indimenticabili delle serie TV che hanno fatto la storia degli ultimi 20 anni: quali di queste sono entrate nell’immaginario collettivo?
A qualcuna si è fatto cenno nella domanda precedente e, malgrado il gusto personale sia insindacabile e possa generare risposte anche molto discordanti, è difficile sostenere che una Lost o una Game of Thrones non siano entrate nell’immaginario collettivo, a volte anche in forme negative o di rifiuto, che spesso coesistono con la venerazione: caratteristica ovvia di una narrazione che prosegue per lustri è che si possono amare senza riserve i primi anni di storie, e detestare gli ultimi, con l’aggravante emotiva dell’amore tradito.

Ma Lost e Game of Thrones non sono certo le sole. Serie come Mad Men, o Breaking Bad, che hanno raggiunto un pubblico quantitativamente inferiore rispetto ad altre, sono state però decisive nella riscrittura del ruolo delle serie tv nella percezione e nel discorso collettivi. Sono fra i maggiori simboli di quella passione non solo non celata, ma addirittura esibita per le serie tv, che ha favorito la nascita di una dinamica psicologica e sociale impensabile nei decenni precedenti, cioè la possibilità che un/una appassionato/a seriale potesse guardare dall’alto verso il basso qualcuno che avesse scelto di non partecipare al rito collettivo della serialità televisiva.

Tornando al mainstream, potremmo citare anche The Big Bang Theory, capace di sdoganare la figura del “nerd”, inserendosi in un processo più ampio di rivalutazione di certa cultura pop (si pensi alle saghe supereroistiche del cinema), oppure Black Mirror, portatrice di una fantascienza quanto mai radicata nel qui e ora della nostra esperienza tecnologica quotidiana, e capace di diventare simbolo di tutto ciò che, a partire da una situazione di teorica serenità, può tramutarsi nel suo esatto opposto.
Come per la domanda precedente, insomma, l’impressione è che non esista un solo immaginario, ma più immaginari diversi, che attengono a contesti sociali, culturali e politici differenti, ognuno dei quali ha la possibilità di trovare uno più simboli seriali che ne rafforzino o ne specifichino la narrazione.

Quali ritiene le scene migliori?
Qui è inevitabile finire un po’ nel gusto personale, perché ci sono scene che ci rimangono impresse più di altre, per motivi che c’entrano più con le nostre condizioni emotive e di vita al momento di guardarle, piuttosto che alla loro effettiva “qualità” (concetto sempre sfuggente e poco univoco, che necessita delle virgolette).

Personalmente sono sicuramente legato al finale di Friends, che non a caso è l’unica serie del libro a non essere iniziata dopo il primo gennaio 2000. Una specie di eccezione che abbiamo voluto inserire perché consideriamo l’ultimo episodio di Friends (datato 2004) come la vera fine degli anni Novanta e, per noi, di una certa fase della vita.

Ma potrei sicuramente citare anche l’apertura della botola di Lost, che a mio giudizio resta uno dei migliori finali di stagione di sempre, oppure il Red Wedding di Game of Thrones, fra gli episodi più potenti e strazianti che abbiamo mai visto.

Adoro anche il finale di Bojack Horseman, una delle serie più intelligenti e meglio scritte degli ultimi anni, forse la serie più “umana”, con il paradosso che è un cartone animato popolato di animali antropomorfi.

Quale futuro, a Suo avviso, per la serialità televisiva?
È già complicato analizzare il passato, figuriamoci indovinare il futuro. Volendo provarci ugualmente, c’è sicuramente un tema legato alla quantità: negli ultimi tempi sono in molti ad aver cominciato a manifestare insofferenza nei confronti di una produzione seriale ormai fuori controllo, che propone centinaia e centinaia di titoli all’anno (parlando solo di serie in lingua inglese, ma dovremmo considerare che, per esempio, Netflix punta molto anche sulle serie prodotte localmente e distribuite poi in tutto il mondo, a volte con grande successo, come avvenuto con Dark). Da questo punto di vista, non mi stupirei se a un certo punto di arrivasse a un livello massimo oltre il quale non è più pensabile stare dietro a tutto (questo in realtà è già infattibile), ma soprattutto non è sostenibile la sottoscrizione di troppi abbonamenti per la singola persona. Quale poi sarebbe la conseguenza di questo ipotetico “punto di non ritorno” su eventuali nuovi soggetti distributivi, è tutto da vedere.

C’è poi una questione legata a formati e modalità di fruizione. L’ultima grande rivoluzione, molto più che col contenuto di ciò che si vedeva sullo schermo (elemento fondante della rivoluzione dei primi anni Duemila), ha avuto a che fare con il modo in cui le serie vengono guardate: l’introduzione (o, meglio, l’istituzionalizzazione) del binge watching ha cambiato le abitudini di molti appassionati seriali, e soprattutto ne ha creati di nuovi, perché c’era tutta una fetta di pubblico potenziale che non apprezzava l’idea di aspettare una settimana fra un episodio e l’altro, e che ha accettato di coltivare la passione seriale solo quando ha potuto eliminare quell’ostacolo. Si potrebbe dunque pensare che la prossima rivoluzione venga sempre da quell’ambito, anche se il tentativo più recente è fallito: la piattaforma Quibi, che ha puntato tutto su episodi brevissimi appositamente pensati per essere guardati sullo schermo del cellulare, è fallita dopo neanche un anno di vita nonostante i grandi investimenti e i grandi nomi coinvolti.

A tutto questo si deve poi aggiungere la pandemia, che ha imposto rallentamenti, razionalizzazioni, riscritture delle sceneggiature, e che potrebbe giocare un ruolo importante nello sviluppo dei prossimi progetti e nella creazione di nuovi fenomeni.

Una cosa però mi sembra abbastanza certa: per quanto una reazione di rigetto sia sempre possibile, specie a fronte di una produzione così vasta da mettere un po’ d’inquietudine in chiunque tenti di padroneggiarla interamente, lo sdoganamento delle serie tv come oggetti di passione, cultura, intrattenimento a trecentosessanta gradi, è ormai avvenuto da tempo, quindi è difficile che si possa tornare completamente indietro. Vedremo magari nuove forme, nuove storie, nuovi esperimenti, ma la narrazione a episodi da guardare su uno schermo è ormai un elemento centrale della nostra cultura, e tale resterà ancora a lungo.

Diego Castelli è Channel Manager di Iris20Cine34 a Mediaset. Collabora come esperto di serie tv con Radio24Radio CapitalRadio Deejay. Con Marco Villa è fondatore di Serialminds.com, il più autorevole sito italiano dedicato alle serie tv.

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