Dott. Sergio Valzania, come definirebbe la Sua passione per i libri: bibliofilia, bibliomania, o come?
Difficile dare nomi. Anche passione mi pare una definizione azzardata. Forse vizio sarebbe più corretto. A volte, in treno, in una sala d’attesa, ai giardinetti, vedo intorno a me persone capaci di vivere con se stesse: siedono tranquilli, se in treno con un leggero dondolare della testa, senza bisogno di leggere in continuazione. Per secoli uomini e donne hanno vissuto senza leggere libri né baloccarsi con i telefonini. I libri, per me, sono divertenti, ecco tutto.

Quando è nato il Suo amore per i libri?
Da ragazzo. Penso per imitazione, come nelle colonie di scimmie. I piccoli osservano come si comportano gli adulti e fanno lo stesso. È capitato per mia figlia e sta capitando per mio nipote. Mia madre era una grande lettrice e questo mi ha spinto ad essere lettore e quindi a formarmi un gusto, ad appassionarmi a qualche autore, Salgari o Rex Stout, e a evitarne altri, che magari mia mamma mi proponeva con entusiasmo. Dickens non mi attira, era il suo preferito.

Come si diventa scrittori?
Lo dice la parola stessa: scrivendo. Se uno ne ha voglia, se gli piace, allora scrive. Sempre di più. Un po’ alla volta impara. Scrive testi più impegnativi. Ossessionando tutti quelli che conosce, finisce che un libro glielo pubblicano e poi avanti. Come le valanghe. Sempre ricordando che l’organo che scrive i libri è il sedere, che deve stare a lungo posato sulla sedia.

Viene prima la passione per la lettura o quella per la scrittura?
Sono passioni diverse, che possono incontrarsi o meno. Certo per scrivere bisogna leggere, molto, e per farlo è necessario divertirsi. La scrittura è un’attività dalla natura auto terapeutica, la lettura meno, ma anche lei con una certa efficacia.

Le capita mai di fare tsundoku, acquistare cioè compulsivamente libri senza però poi trovare il tempo o la voglia di leggerli?
Cerco di evitarlo con ogni cura. I libri hanno una natura infestante, riempiono le librerie e poi tutti gli spazi che trovano in casa. È difficile scacciare persino quelli che non interessano, quelli che invece hanno sollecitato un qualche interesse sono pervasivi. Una volta accolti non te ne liberi più.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Non mi farei troppi problemi. Leggere è un divertimento, se uno non si diverte non lo si può obbligare, né mi sembrerebbe giusto farlo. Il libro ha perduto la centralità culturale che ha avuto per cinque secoli, è una realtà che si deve accettare. In cambio abbiamo la consapevolezza che nessuna forma di comunicazione è scomparsa nel corso della storia: anche i libri continueranno a vivere e ad avere i loro appassionati.

Può dare a chi non legge una ragione per farlo?
Ripeto: leggere è un divertimento, e si comincia a farlo per imitazione. È una prassi che si diffonde per contagio. Se qualcuno legge gli è facile convincere qualcun altro a farlo, posto che dimostri la capacità di indirizzare le prime letture verso testi adatti al neofita. Tutti hanno interessi, perciò per tutti c’è il libro giusto.

È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
Leggendo testi divertenti. Il rovescio di quello che fa il nostro sistema scolastico, che propone a bambini e ragazzi libri impegnativi, spesso moraleggianti, non attuali, con troppe ambizioni, magari fondate, ma destinate a scoraggiare i nuovi lettori. Nessuno dovrebbe mai essere costretto a leggere, ma piuttosto aiutato a trarre divertimento dalla lettura.

Lei ha dedicato molti libri alla figura di Napoleone: quanto è attuale la lezione del generale fattosi imperatore dei francesi?
Non so se ci sia una lezione da apprendere da Napoleone. Certo dimostrò che nello zaino di ogni soldato c’è un bastone da maresciallo, un altro modo di dire che tutti gli uomini sono uguali, che è il principio della democrazia. La sua convinzione che con la guerra si possa sistemare qualsiasi problema mi trova in totale disaccordo. Considero affascinante la sua figura di eroe romantico, e geniale la sua capacità di creare il mito di se stesso. Pensiamo al costume che ideò per sé.

La guerra rappresenta un tema costante nei Suoi libri: dall’antichità ai giorni nostri, passando per Wallenstein e la guerra dei trent’anni, ne ha analizzato miserie e retroscena. Da storico: è un male inevitabile la guerra?
Il mistero da sondare è quello del peccato originale. Perché all’uomo è concesso fare il male e come mai ci sono situazioni nelle quali lo sceglie? La guerra è sempre il tentativo di risolvere in modo brutale una situazione di disaccordo che avrebbe potuto essere risolta con una tecnica migliore e a costi minori. Quando questo dato sarà acclarato ci saranno meno guerre. Le situazioni di disaccordo rimarranno. È impossibile che qualcuno abbia tutte le ragioni e qualcun altro tutti i torti. Il problema è che la guerra punta ad affermare tutta la giustizia di una parte, la pace passa attraverso l’accettazione di una parte delle ragioni dell’altro che viste dall’altro campo paiono torti.

Parliamo di Sparta e della sua educazione: quali pregi aveva il suo modello educativo?
Il buono del modello spartano consisteva nel rifiuto di una politica espansiva, nel desiderio di godersi i privilegi acquisiti, nel vivere frugalmente tra feste e ginnastica. In cambio veniva richiesta una disponibilità estrema al sacrificio per la comunità, caratteristica condivisa con i gruppi dirigenti delle altre poleis greche. Buona parte di quello che sappiamo della sua organizzazione politica e militare, della sua determinazione guerresca, proviene dalla propaganda con la quale Sparta intimoriva gli avversari. Per evitare di doverli combattere davvero armi alla mano. Quando fu costretta a fare la guerra entrò in crisi e alla fine scomparve.

La tecnologia fatta di tablet ed e-book reader insidia il libro cartaceo: quale futuro per i libri?
Come dicevo, non mi preoccuperei troppo. Forse qualcuno riuscirà perfino a fare un device di lettura che funzioni per bene, trovando le pagine e sfogliandole senza perdercisi, e sarebbe una comodità. Fino al medio evo non c’erano i libri, ma i rotoli. Due tecnologie diverse. Le cose cambiano.

Quali provvedimenti andrebbero a Suo avviso adottati per favorire la diffusione dei libri e della lettura?
Proprio non lo so. È come chiedere quali provvedimenti adottare perché si continuino a costruire belle cattedrali o si componga ottima musica sacra. Come dicevo il mondo cambia e stare troppo attaccati all’esistente non è l’atteggiamento migliore. I libri ci sono e chi si diverte a leggerli può farlo. Non c’è bisogno d’altro.