Serenissima, inquieta. Venezia tra Oriente e Occidente nel secondo Cinquecento, Claudia PingaroDott.ssa Claudia Pingaro, Lei è autrice del libro Serenissima, inquieta. Venezia tra Oriente e Occidente nel secondo Cinquecento edito da Aracne: quali erano le strategie politiche, diplomatiche e commerciali veneziane nella seconda metà del secolo XVI?
Nel mio libro Serenissima, inquieta. Venezia tra Oriente e Occidente nel secondo Cinquecento ho evidenziato come nel corso del secolo XVI Venezia – secondo la sua antica vocazione – continuò a mantenere salde relazioni con l’Impero ottomano. Le strategie politiche, diplomatiche e commerciali della Repubblica furono costantemente modulate dalle priorità economiche che costituirono – come afferma Cristian Luca nella Prefazione al mio volume – «l’ago della bilancia sia nelle alleanze politico-militari alle quali aderì sia nelle campagne belliche affrontate durante le sue complesse vicende storiche». Una considerazione mi sembra preliminare rispetto ad ogni analisi sul ruolo storico svolto da Venezia nel contesto internazionale cinquecentesco: tra gli antichi Stati italiani preunitari Venezia fu protagonista indiscussa del “dialogo” con l’Oriente che si concretizzò nelle forme e nei modi che brevemente mi accingo a descrivere. Se in Occidente la percezione della Sublime Porta oscillava tra sentimenti contrastanti e controversi (l’Impero del Sultano appariva ora come nemico inesorabile della fede cristiana e predatore spietato delle coste mediterranee, ora come meta obbligata del viaggio verso Oriente), per i veneziani il “Turco” rappresentò un partner privilegiato per la realizzazione di scambi politico-economici. Pertanto, le relazioni tra Venezia e la Porta nel Cinquecento furono caratterizzate da una complessa rete di rapporti intessuti tra guerre e riconciliazioni, tra legami conflittuali, in uno scenario profondamente articolato.

Dalle sponde della Serenissima il viaggio verso Oriente, per terra (attraversando i Balcani) o per mare (dall’Adriatico, allo Ionio, all’Egeo) si svolgeva attraverso un cammino che conduceva sulla via delle Indie (ad Aleppo, a Babilonia distesa nella fertile pianura tra Eufrate e Tigri, ad Ormùs ai confini dell’antica Persia, nel Pegù, a Goa etc.) o verso Costantinopoli. Un itinerario ricco di suggestioni, fortemente attraente, altamente rischioso. I viaggiatori veneziani che nel Cinquecento raggiunsero l’Oriente erano spinti da esigenze commerciali o diplomatiche: mercanti o in missione diplomatica, secondo un fenomeno usuale e non occasionale dell’epoca in questione, entrarono in contatto con la religione e con la cultura islamica. Il binomio Venezia/Oriente trovò la sua eco negli scritti di letteratura, nelle immagini artistiche, nella cultura in generale, determinando un “incontroˮ che non si limitò soltanto al commercio o all’incarico politico. L’impresa del viaggio in sé considerato, come itinerario da percorrere necessariamente per raggiungere la sede del bailo a Costantinopoli o i ricchi mercati del medio e dell’estremo Oriente – conosciuti e più volte raggiunti dai veneziani nel corso dei secoli – rappresentarono una sorta di “apprendistatoˮ per quei cittadini veneziani dediti al commercio o per quegli esponenti del patriziato che, prima di accedere ai ranghi della politica cittadina, si esercitavano nell’arte della mercatura. Il viaggio da Venezia a Costantinopoli – partendo dalla laguna, toccando le città dalmate, le isole dell’Arcipelago, fino alla capitale dell’Impero Ottomano sede del bailo e di una stabile colonia veneziana fin dai tempi della Quarta Crociata (1202-1204) – stabiliva un asse marittimo su cui Venezia costruì simbolicamente e strategicamente un proprio spazio geo-politico all’interno del quale i traffici di uomini e merci, di saperi e conoscenze reciproche avvicinarono due mondi che nel corso dei secoli hanno contribuito a vicendevoli contaminazioni. Il viaggio a Costantinopoli mutuava le sue forme principali dal pellegrinaggio in Terra Santa che aveva tradizionalmente avuto il suo punto di partenza nella città lagunare. E in tal senso il motivo del pellegrinaggio prima e del viaggio poi, consisteva non nell’esplorazione del “nuovoˮ bensì nell’affermazione del già visto, del conosciuto, del notorio: la meta ultima del nuovo e moderno “pellegrinaggioˮ verso la capitale dell’Impero ottomano risiedeva, ora, nella visione del Gran Serraglio del Sultano.

Nel corso del Cinquecento, dunque, il governo della Serenissima promosse, mediante la pubblicazione a stampa e la committenza di cicli figurativi, un cliché della letteratura di viaggio veneziana. Inoltre, le nuove conoscenze geografiche consentirono ad un numero crescente di mercanti e ambasciatori di intraprendere il cammino verso Oriente e alla città di acquisire al proprio patrimonio politico e culturale la rivendicazione di un preciso ruolo storico di mediazione privilegiata con l’Oriente. Il felice appellativo «Porta d’Oriente» che Marcel Bataillon ha attribuito a Venezia come luogo di convergenza per tutti coloro che intendevano intraprendere la via del Levante è quanto di meglio possa esplicitare e chiarire la funzione svolta dalla città come “mediatriceˮ esclusiva e passaggio obbligato tra due “mondiˮ. La permanenza del bailo, del mercante o dell’uomo d’affari a Costantinopoli assumeva un carattere spiccatamente politico, legato alle contingenze storiche e all’esigenza della Serenissima di mantenere rapporti durevoli con la Sublime Porta. L’Oriente, in generale, rappresentò il luogo più indicato per la “formazioneˮ diplomatica e per l’esercizio della buona pratica mercantile. Le Relazioni presentate al Senato dagli ambasciatori di ritorno dalla propria missione informavano le autorità cittadine sugli esiti dell’incarico politico svolto presso la corte del Sultano e non tralasciavano impressioni o valutazioni sul mondo ottomano tout court. Ne sono un esempio le numerose Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato – raccolte da Eugenio Albèri nella sua ponderosa opera in quindici volumi – in cui emergono le analisi sul Serraglio, sul ruolo dei giannizzeri, sugli usi e sui costumi ottomani e su tutta quella serie di stereotipi “costruitiˮ ad hoc per raccontare e descrivere quel mondo lontano.L’interesse politico e la mercatura rappresentarono, quindi, i motivi salienti del viaggio in Oriente nel secolo XVI e l’esperienza maturata e i guadagni realizzati nei fondachi del Levante contribuivano all’iter formativo utile per ricoprire, a tempo debito, un ruolo di prestigio nella compagine politico-sociale cittadina. Non è un caso se nel corso del Cinquecento ricoprirono il dogato Antonio Grimani e Andrea Gritti: il primo, «partito da condizioni modeste, con la mercatura in pochissimo tempo era diventato ricchissimo, forse superando ogni altro a Venezia, e talmente reputato che aveva ricoperto le più alte cariche, illustrando la famiglia e la Repubblica»; il secondo, avendo commerciato per lungo tempo a Costantinopoli, ne fu agevolato durante la sua missione diplomatica presso la corte del Sultano Bayezid II dove ottenne onori e consensi. La mercatura, dunque, rappresentò la maggior fonte di guadagno e di accumulazione della ricchezza del ceto patrizio che godeva di una serie di privilegi a garanzia delle proprie attività politico-imprenditoriali: trattamenti fiscali di favore relativamente al carico delle navi e delle assicurazioni, anticipazioni di capitali a condizioni convenienti, appalto dei viaggi marittimi organizzati dalla Serenissima, posti di “balestriereˮ sulle galere da mercato, incarichi pubblici di vario genere che incentivavano un ben pianificato tirocinio marittimo e commerciale, l’attiva partecipazione nei gangli dei massimi organi istituzionali della Repubblica ove si esercitava il potere decisionale in merito alle scelte di politica economica e finanziaria. Il consueto e numerose volte sperimentato viaggio verso il Levante, nel corso del Cinquecento, incoraggiò la partenza di molti uomini, mercanti o ambasciatori della Repubblica a Costantinopoli. Si trattava di “missioniˮ che il più delle volte duravano anni e i viaggiatori-ambasciatori-mercanti che raggiungevano quei luoghi lontani intendevano il viaggio come realizzazione di un compito connesso alle proprie funzioni di bailo o di mercante. Molto spesso le mansioni di quei “valent’huomini” si congiungevano nella medesima persona e – come è stato osservato – non sarebbe storicamente corretto pensare a un Contarini, a un Barbaro, a un Querini o a un Zeno nella loro unica veste di ambasciatori della Serenissima, mercanti o umanisti poiché la loro formazione culturale trascendeva i confini delle singole competenze professionali armonizzandosi – nella pur variegata operosità del proprio ruolo – nella propensione alla mercatura. Nel corso del secolo XVI la predilezione veneziana per i mercati extraeuropei era oltretutto dettata dalle contingenze politiche poiché il predominio di Spagna e Francia in Europa suggeriva ai veneziani di ritagliarsi spazi politico-commerciali verso Oriente. La via del Levante, per tutto il Cinquecento, restò ancora prerogativa della Serenissima e di quei veneziani che a vario titolo partirono per Costantinopoli o seguirono la via tracciata da Marco Polo fin dal lontano 1271. Tra tutti gli Stati orientali, l’Impero ottomano, temuto dalle potenze europee, rappresentò per Venezia – anche nei momenti di tensioni internazionali – un riferimento imprescindibile che tra guerre, paci, accordi commerciali e traffici intensi, e non smise di allettare viaggiatori attratti sia dalla visione del Gran Serraglio del Sultano sia dalla possibilità di realizzare affari redditizi. Un legame, quello tra Venezia, Costantinopoli e il Levante in generale, senz’altro costellato di contraddizioni ma consolidato da una tradizione secolare di scambi e contaminazioni reciproche.

Come risentirono le relazioni tra la Serenissima e l’Impero ottomano della partecipazione di Venezia alla Lega Santa?
Quando nel 1571 Venezia aderì alla Lega Santa voluta da Filippo II e da papa Pio V, i rapporti tra il Governo Marciano e la Porta furono inevitabilmente compromessi. Ma procediamo con ordine.

Il trattato di Cateau Cambrésis (1559) aveva imposto l’egemonia spagnola in Italia e Venezia, di fronte alla leadership del potente Impero occidentale, non poté che ridimensionare il proprio ruolo nello scacchiere europeo, constatando l’impotenza a fronteggiare da sola il colosso spagnolo e, pur riconoscendo l’effettivo ruolo della Spagna in Occidente, non era affatto intenzionata a troncare le relazioni con la Porta. Soltanto quando fu chiaro che l’allestimento di una potente flotta turca serviva, in realtà, per impadronirsi di Cipro, Venezia iniziò a considerare un’eventuale alleanza con la Spagna. Era in gioco il controllo dello spazio geografico su cui tradizionalmente insistevano i possedimenti dello Stato da Mar. Se a Occidente la Repubblica doveva necessariamente tener conto del complesso imperiale spagnolo, verso Oriente continuava a coltivare i propri rapporti con la Porta ottomana alternando, in un quadro articolato e contraddittorio, periodi di guerra e di pace con Costantinopoli e mantenendo con essa relazioni commerciali e diplomatiche, come ho già affermato. Quando Selim II riprese il progetto di espansione verso Occidente con l’intenzione di occupare Cipro, Venezia non riuscì a bloccare l’avanzata ottomana e l’Europa prese coscienza, al cospetto dell’inarrestabile offensiva nemica nel cuore del Mediterraneo, di dover intervenire. Quando Selim II decise di conquistare l’isola di Cipro, avamposto dei possedimenti veneziani in Levante, iniziò a prefigurarsi il pericolo di un conflitto che avrebbe interrotto bruscamente la pace tra i due Stati. Quella che fu considerata come una “dichiarazione di guerra” fatta pervenire a Venezia il 28 marzo 1570 dal çavuş Kubad che portava con sé l’ultimatum del Sultano per la cessione di Cipro, nascondeva altre ragioni che spingevano l’Impero ottomano verso il conflitto. L’Impero, in realtà, mostrava segnali di insofferenza verso la Repubblica poiché essa non smetteva di edificare castelli e villaggi in Dalmazia al di là delle linee di confine dei territori che le erano stati attribuiti dai precedenti accordi di pace. La posizione strategica di Cipro – e la sua condizione di énclave cristiana – la rendeva maggiormente appetibile per gli ottomani che conquistandola, avrebbero precluso la possibilità di ancoraggio e rifornimento alle navi corsare assicurandosi, così, una navigazione sicura nel Mediterraneo. Nelle acque del Mare Nostrum– soprattutto nella seconda metà del secolo XVI – le azioni piratesche erano diventate sempre più audaci e a fronte di questa aggressività le flotte cristiane rispondevano con egual impegno bellico. La conseguenza di quelle scorrerie e di quegli scontri continui determinò un progressivo impoverimento delle popolazioni e la crisi cerealicola coinvolse il bacino mediterraneo. Nella guerra di Cipro, insomma, convergevano sia motivazioni di ordine geo-strategico, sia motivazioni marcatamente economiche. E da questo punto di vista la conquista ottomana di Cipro costrinse Venezia a rivolgersi altrove per assicurarsi i rifornimenti di grano necessari al fabbisogno della Repubblica. L’estenuante assedio di Famagosta nell’agosto del 1571 consentì ai turchi di impossessarsi definitivamente dell’isola lasciando presagire in Europa una ulteriore avanzata degli “infedeli” nel Mediterraneo. Tutto ciò contribuì al risveglio in Occidente di un rinnovato spirito di crociata cristiana e, per affrontare il comune nemico che spadroneggiava nel Mediterraneo, una Lega Santa avrebbe riunito Venezia e altri Stati minori (Malta con i suoi Cavalieri, la Repubblica di Genova, il Granducato di Toscana, il Ducato di Urbino, il Ducato di Parma, la Repubblica di Lucca, il Ducato di Ferrara, il Ducato di Mantova e il Ducato di Savoia) sotto la guida di Filippo II e sotto l’ala protettrice di papa Ghislieri. In seguito a quanto accadeva nel Mediterraneo, Venezia fu costretta a rivedere le prerogative che nel corso del tempo l’avevano resa protagonista di una diplomazia altalenante tra l’immagine di partner privilegiato della Porta e, al contempo, baluardo della Cristianità occidentale. La Signoria, nel 1571, infine, entrò nel concerto della Lega Santa. Da quel momento in poi, nonostante i trascorsi commerciali e i preferenziali rapporti economici con Costantinopoli, iniziò a delinearsi una strategia politica che favorì sia il sorgere di un ampio ventaglio di luoghi comuni sul mondo ottomano sia la divulgazione di notizie concernenti lo spettro del pericolo turco per la cristianità occidentale. Si trattava di un preciso disegno politico che si concretizzava prima di tutto nel mutamento dei rapporti tra Venezia e la Sublime Porta assecondando le contingenze che imponevano alla Serenissima un riavvicinamento alle potenze occidentali unite e garantite da Filippo II.

A delineare il quadro delle alleanze e a conferire maggiore enfasi al nuovo ruolo assunto dalla Serenissima nel concerto dell’alleanza cristiana, contribuì il clima creatosi nella città lagunare. A Venezia, nel volgere di un breve arco temporale, tra la nascita della Santa Lega e la battaglia di Lepanto, andò fiorendo una pubblicistica aggressiva nei confronti dell’avversario Turco. Pian piano la rappresentazione del mondo ottomano, da espressione di una più o meno genuina curiosità per una cultura “diversaˮ si trasformò in un’evidente visione “turcofobicaˮ che nell’immaginario collettivo, in concomitanza con l’alleanza cristiana, aveva contribuito a rafforzare l’immagine denigratoria dell’Impero ottomano e dell’universo musulmano tout court. La propaganda contro il Turco si diffuse a Venezia grazie alla circolazione di numerosi testi a stampa che esortavano gli Stati riuniti sotto il vessillo della Santa Lega a proseguire la lotta contro gli “infedeliˮ. A Venezia, come nel resto d’Europa, serpeggiava l’ansia per l’incombente minaccia del nemico e il desiderio “profeticoˮ di una sconfitta del comune avversario ottomano rappresentò il leitmotiv delle numerose pubblicazioni di quegli anni. Prima e dopo Lepanto, pertanto, la cultura lagunare veicolò una pubblicistica divulgativa avente ad oggetto sia il timore dell’espansionismo ottomano sia la convergenza sui valori incarnati dai “paladiniˮ dell’Occidente cristiano: Pio V, Filippo II e «l’inclita città di Vinegia». Alla difesa e alla salvaguardia di questi valori fu attribuita una funzione simbolica e celebrativa della vittoria sulle forze ottomane. È appena il caso di ricordare una Canzon sopra la Santissima Lega, intrisa di toni encomiastici e celebrativi della condotta cristiana, in cui l’autore enfatizzava il ruolo sia degli Stati confederati nella Lega Santa a cui era affidato il compito di arginare l’espansionismo turco sia di Filippo II che coagulava intorno a sé le forze per condurre la missione salvifica e rigeneratrice dell’Europa cristiana. Passava, in tal modo, un preciso messaggio politico che celebrava «Venetia trionfante» e attribuiva alla città e ai valorosi uomini che si erano battuti alle Curzolari il merito di aver contribuito a determinare «lo stratio occorso all’Othomana belva».

Nel maggio 1572, la morte di Pio V lasciò la Lega orfana del suo sostenitore spirituale determinando nel consesso occidentale un’inesorabile spaccatura. Gli interessi veneziani e spagnoli divergevano palesemente e il nuovo papa, Gregorio XIII Boncompagni, pur proseguendo l’azione del predecessore e mostrando la ferma volontà di favorire la coalizione antiturca, non riuscì nell’intento di mantenere in vita la Lega Santa e – nonostante l’impegno politico e diplomatico profuso – bisognò prendere atto del suo definitivo tramonto. Il quadro delle alleanze era inevitabilmente destinato a mutare e le ragioni economiche veneziane prevalsero su qualunque altra considerazione. Fernand Braudel ha affermato che il «tradimento» di Venezia – ossia la conclusione del trattato di pace con la Porta – si consumò il 7 marzo 1573. Più che di tradimento è preferibile parlare, dice l’Autore, di «abbandono» veneziano dell’unione stabilita a Roma tra gli Stati cristiani federati contro il Turco. Nell’arco temporale in cui Venezia fu coinvolta nella guerra di Cipro, la situazione in cui versava la Repubblica fu caratterizzata da una grave crisi commerciale che incise profondamente sulla tenuta del tessuto mercantile cittadino. La guerra che ormai durava da tre anni non aveva arrecato alla Repubblica alcun profitto sostanziale. Semmai essa aveva sofferto gravose perdite, a partire dall’isola di Cipro fin dal 1571, fino a una serie di avamposti strategici nei territori adriatici. Così, l’ombra del malcontento dovuto alle pesanti perdite economiche frutto della guerra in corso, la divergenza di interessi con la Spagna, l’esigenza di conservare la propria indipendenza dal giogo spagnolo – che dominava politicamente buona parte della Penisola italiana – spinsero Venezia a riprendere il dialogo preferenziale con il Levante ottomano. Senza preannunciare agli alleati la fuoriuscita dalla Lega e l’intenzione di firmare una pace separata con il Turco, la Serenissima agì nella convinzione di aver bene operato, a tutto vantaggio dello Stato. Negli ambienti diplomatici occidentali e principalmente presso la corte di Filippo II, lo “scandalo” provocato dal trattato di pace sottoscritto da Venezia con il Turco «en prejuicio de la cristiandad», poneva una seria ipoteca sui futuri rapporti tra la Serenissima e gli Stati dell’Europa occidentale. L’ampia documentazione archivistica che ho utilizzato per interpretare e spiegare le tematiche oggetto del mio studio mi inducono ad affermare che dopo Lepanto Venezia si mostrò più interessata a ricomporre i rapporti con l’Impero ottomano, mettendo in piedi un difficile tavolo di trattative con il governo di Selim II. E per tirare le somme del discorso mi sembra corretto affermare che all’indomani di Lepanto sembrano perlomeno due le strategie poste in essere dalla Serenissima: a) un’azione consapevole – pur nell’ambito di una pace “umiliante” – per ritrovare e ripercorrere le vie del commercio con l’Oriente ottomano, secondo la sua antica vocazione; b) la coscienza politica derivante da tale scelta che indusse Venezia a privilegiare l’azione indipendente a vantaggio dei propri interessi, a dispetto della politica occidentale imperniata sul contenimento del pericolo turco nel Mediterraneo e attratta nell’orbita del sistema di potere spagnolo.

Infine, mi sembra che sia ancora duplice la prospettiva in cui devono essere considerate le relazioni tra Venezia e la Porta nell’arco temporale considerato: la prima è quella dei rapporti commerciali; la seconda è quella delle relazioni politiche. Questi due elementi costituirono l’essenza del legame tra i due Stati che, tra scontri bellici alternati a lunghi periodi di pace, costruirono un asse preferenziale tra Venezia e Costantinopoli su cui si mossero uomini, merci, idee e culture. Il periodo di pace inaugurato nel 1573 durò fino al secolo successivo, quando nuove vicissitudini condussero allo scontro per il possesso di Candia (tra il 1645 e il 1669).