Senza Veli. La vera storia della Monaca di Monza, Linda CianoProf.ssa Linda Ciano, Lei è autrice del libro Senza Veli. La vera storia della Monaca di Monza pubblicato dalle Edizioni Mondo Nuovo: chi era realmente la Monaca di Monza?
È una domanda complessa, alla quale io, come sottolineo nel mio libro, non ho più urgenza di dare una risposta. Quantomeno una risposta univoca. Nei miei anni di studiosa e lettrice, ho imparato ad interpretare ogni singolo avvenimento alla luce del paradigma della complessità, provando ad analizzare fatti, fenomeni e sviluppi prendendo in considerazione una molteplicità di fattori ad essi direttamente o trasversalmente correlati. Il risultato? Tante domande, poche certezze e un forte desiderio di non giudicare. Mai. Ho iniziato la mia ricerca sulla monaca di Monza per puro interesse accademico, legato alla mia professione di insegnante di Lettere. Poi Maria Anna, più che la Signora di Monza, mi ha indotta a proseguire le mie letture per conoscerla un po’ di più. Ma, con crescente stupore, più mi sforzavo di seguire una linea ermeneutica sicura ed univoca, più il fascino polisemico della vicenda mi irretiva piacevolmente. Chi era realmente la Monaca di Monza? Fu una bambina triste, una ragazza indecisa, una donna divisa tra la presunzione derivante dalla consapevolezza del suo stato sociale – anche all’interno del chiostro – e il desiderio di condurre un’esistenza comune, sebbene non sia del tutto sicura che tale fosse il suo più intimo sentire. Volendo fornire una chiave di lettura vagamente pirandelliana, la sua personalità subì delle periodiche mutazioni, come attestato dallo scambio epistolare che ho parzialmente riportato nell’Appendice al mio libro. Negli anni della relazione con l’Osio fu Signora di Monza, amministratrice diretta dei beni di famiglia, feudataria del borgo brianzolo, pronta a ricordare ai suoi interlocutori il suo essere una de Leyva; meschina e bugiarda nel tentativo disperato di tenere segreta una storia di passione che l’avrebbe presto gettata nel più infernale degli abissi; poi il processo, il pentimento, la meditazione, forzata anche questa, che la trasformarono in un’ombra, in cui la senilità precoce, la paura e la sofferenza ne deformarono completamente la precedente identità.

Nel libro la protagonista si racconta in prima persona, come se scrivesse un diario: quale profilo emerge dal racconto?
Quello di lasciar parlare in modo diretto i miei personaggi è una tecnica narrativa che ha sempre contraddistinto la mia scrittura. Con la Monaca di Monza, questa scelta è stata immediata, naturale, spontanea. Da cattolica, prima di approfondirne la vicenda, fin da quando ero adolescente, ho sempre giudicato il personaggio, così come creato dalla regia interpretativa di Alessandro Manzoni. E la mia “sentenza” è rimasta negli anni insindacabilmente negativa. Scrivere un libro a lei dedicato ha totalmente rovesciato la mia opinione. Nel momento stesso in cui ho cominciato a destrutturarne il giudizio, Maria Anna mi ha chiesto di cederle la parola affinché si raccontasse attraverso quelle emozioni, quei dubbi, quei timori che forse la attraversarono realmente. Credo che la donna rappresentata in “Senza veli” possa essere amata proprio per la sua vulnerabilità, la sua incostanza, il suo dualismo e, nel contempo, la nostra incapacità di collocarla in una dimensione convenzionalmente riconoscibile: né donna, né monaca. O forse tutte e due. Lascio ai lettori la possibilità di decidere, oppure, come ho fatto io, il privilegio di non scegliere.

Il Suo libro offre uno sguardo sul tema della monacazione forzata: quanto era diffusa e quali ne erano le cause?
La monacazione forzata rappresenta una delle questioni storiche femminili più spinose e controverse, soprattutto negli ultimi decenni. Nel giugno del 2012 compariva un articolo di Franca Giansoldati su Il Messaggero, in cui la giornalista scrive, con tanto di sbigottimento nei lettori:

«Sorpresa: è dietro le grate di un convento che nei secoli passati le donne hanno potuto assaporare spazi di assoluta libertà. Altro che isolamento, reclusione, vita grama. Potrebbe sembrare un paradosso eppure è storicamente provato che nel corso dei secoli la vita claustrale, anche quella più rigorosa e dura, è riuscita a garantire all’universo femminile una libertà intellettuale impensabile per le società dell’epoca. Nessun’altra realtà ha saputo fare tanto.»

Dopo le perplessità iniziali, in effetti, a ben pensarci, il chiostro ha rappresentato per la monaca di Monza, e non solo, una possibilità di istruzione (altrimenti negata) – si ricordi, tra le altre cose, che lei fu anche maestra delle educande – ed il privilegio di intrattenere relazioni amministrative con il mondo esterno. Se questa seconda opportunità le derivò indiscutibilmente dal suo status nobiliare, il monastero offriva a tutte le ragazze che vi entravano il diritto all’istruzione; un’istruzione controversa, faziosa, ottenebrata dalle imposizioni controriformistiche, ma pur sempre una valida alternativa all’analfabetismo dilagante. I due antitetici aspetti della “cultura del chiostro” e della monacazione coercitiva coesistono, in singolare e dolorosa contraddizione, in Arcangela Tarabotti, al secolo Elena Cassandra, che nel suo Inferno monacale scrive:

«[…] ch’io resti di scrivere m’è impossibile il farlo. In queste carceri e ne’ miei mali non ho altro di che contentarmi. Ho perduto le amiche, sono rimasta un’ombra senza di voi; onde se non avessi questo trattenimento, sarei di già morta. […] solo una penna temperata ha valore di temperar le mie pene. Non m’atterrisse punto il sentire che gli studi mi causeranno la morte, perché non mi spiacerà il mutar aria, variar tormenti, conversar con altri angeli, e praticar altri demoni.»

La storia di Arcangela, come quella di tante altre suore velate per forza, è contenuta nel primo capitolo del mio libro. Nonostante queste considerazioni, l’impossibilità di scelta e l’annientamento del proprio desiderio, che sottendono le storie di queste giovani vittime di un secolo ottuso, instillano una grande tristezza. Si diventava monache per motivazioni riconducibili alla meschinità di un tempo in cui la Chiesa, dopo il Concilio di Trento, divenne una sorta di “palcoscenico del male”, legittimando ogni forma di tortura e di morte in nome di un significativo rinvigorimento della fede; e la legge, con il maggiorasco, imponeva che tutto il patrimonio familiare andasse al primogenito maschio, lasciando ai figli cadetti poche possibilità di decidere del proprio destino. Queste furono le cause principali per le quali tante ragazze, come Maria Anna, si ritrovarono a convivere con lo stato di spose di Cristo, rinunciando per sempre ad un mondo che intravidero soltanto tra le strette maglie di una grata metallica.

Quali diversi sentimenti animano la suora e la donna?
È difficile definire dove finisce la donna e dove inizia la suora. Quello che posso suggerire al lettore è una pallida traccia delle emozioni che, in maniera confusa e prorompente, convissero probabilmente nell’intricato labirinto delle azioni e delle conseguenze di cui la monaca fu protagonista. La relazione con l’Osio, tra alterne vicende e colpevoli ripensamenti, durò circa dieci anni. La passione per il bel “vicino di chiostro” fu certamente fonte di tormento e di debolezza. Come si evince dagli Atti del processo, suor Virginia Maria non lo incontrò per alcuni periodi, interrompendo il flusso notturno delle visite dell’amante al convento; soprattutto dopo la prima gravidanza, dopo la nascita di quel “putto morto” che turbò così profondamente la monaca da costringerla a letto per un tempo molto lungo e che la indusse a tentare il suicidio. La sua complessa sfera emozionale, senza che ci sia stata da parte mia nessuna pretesa di sviscerarne l’intricato ordito che si ostinò a tessere voracemente nel corso degli anni in cui fu ospite di Santa Margherita, è il riverbero della volubilità del suo carattere e della fragilità della sua indole. L’impercettibile cortina di nebbia che separa la suora dalla donna è un caleidoscopio di sentimenti: la superbia dei de Leyva, la finta austerità impostasi nel monastero, che la spinge a rivolgere all’Osio il “gran rebuffo” per l’atteggiamento sconveniente tenuto dallo stesso verso una delle educande, i sensi di colpa, la passione, il tormento, la menzogna, l’ipocrisia, un istinto materno destinato a spegnersi lentamente nel capriccio della sua insoddisfazione, la sofferenza; fino al pentimento, ancora non pienamente maturato durante il processo, esploso con inattesa spettacolarità durante gli anni della prigionia. Immaginarne i molteplici riflessi della sua anima è stato per me difficile e, a tratti, doloroso, perché, dopotutto, la storia della monaca di Monza, è una storia di inquietudine ed è soprattutto il triste epilogo di un’esistenza rubata.

Completano la Sua opera gli Atti del processo: quali elementi emergono dal loro esame?
Leggere ed esaminare gli Atti del processo ha rappresentato per me la parte più bella e coinvolgente del mio lavoro. Ero nella casa del Manzoni di Milano, in una caldissima settimana di giugno, seduta nello studio del celeberrimo scrittore con le finestre spalancate, immersa nel silenzio e nella riflessione, nonostante i rumori provenienti dalla strada. Li ho visti tutti in quell’aula, a raccontare la verità, la propria verità, ciascuno – tranne il prete Arrigone – animato dalla volontà di porre fine ad una vicenda che sconvolse gli animi monzesi e provocò uno scandalo la cui eco infettò con il suo potere virulento lo spirito tridentino, minandone apertamente la solida impalcatura di bigottismo ed apparenza. Proprio così. Il processo fu lunghissimo, perché coinvolse tutti gli attori, diretti e indiretti, che recitarono la loro parte nel castello di passioni e di orrori che, forse inconsapevolmente, suor Virginia e Gian Paolo costruirono negli anni. Quello che emerge dagli Atti del processo è, secondo quanto io ho percepito, un senso di colpa collettivo, un’improvvisa presa di coscienza che si tradusse nel desiderio di liberarsi di un fardello diventato insostenibile. Di fronte ai vicari criminali, le suore complici di Virginia, suor Candida, suor Benedetta, suor Silvia e suor Ottavia, raccontarono gli eventi con dovizia di dettagli e le loro testimonianze sono straordinariamente simili, e stupiscono per la loro obiettività in una narrazione tesa alla ricostruzione dei fatti più che alla personale difesa delle imputate. La deposizione della monaca, invece, ha un’impostazione diversa: gli avvenimenti sono filtrati dal sottile tentativo di “alleggerire” le proprie colpe: suor Virginia sostiene di essere stata vittima di malie, incantesimi, sortilegi, armi demoniache che la indussero a cadere nel tranello peccaminoso teso dall’Osio. Più di una volta si fa riferimento alla magia, in perfetta linea – potremmo asserire – con le credenze del tempo, alimentate dall’intento riformistico della Chiesa del Seicento. Una Chiesa pronta a cacciare streghe ed eretici, a punire il crimine in maniera esemplare, con la tortura – la monaca sarà sottoposta a quella dei sibilli – e con la condanna. Durante il processo, suor Virginia Maria non confesserà mai di essere stata innamorata dell’Osio, né proverà a difenderlo, come lui, al contrario, aveva fatto in diverse occasioni. Sebbene sia filtrata dal persistente riferimento all’ “opera diabolica” che la spinse nel baratro della tentazione, la sua ricostruzione è del tutto analoga a quella delle sue consorelle. Ammessi i peccati, scovati i colpevoli, gli inquisitori ebbero il gravoso compito di infliggere una pena che avrebbe costituito un monito che impressionò i contemporanei e lascia sgomenti noi oggi, causando un’amarezza senza tempo: murata viva, così si legge negli Atti. Un brivido corre lungo i nostri corpi e ci induce a fare un passo indietro, a desistere di fronte all’incalzante necessità del giudizio. Fermi dinanzi a quelle quattro pareti, all’angusto spazio del pentimento. Cala il sipario sulla nostra tristezza.