Senza Paradiso. Miti e credenze sull’aldilà greco, Doralice FabianoD.ssa Doralice Fabiano, Lei è autrice del libro Senza Paradiso. Miti e credenze sull’aldilà greco edito dal Mulino: in che modo gli antichi Greci immaginavano l’aldilà?
Le descrizioni dell’aldilà greco sono numerose e anche molto diverse tra loro. Tuttavia vi sono alcuni elementi che possiamo definire «tradizionali» perché ricorrono con particolare frequenza. Un capitolo del mio libro (cap. 3) è dedicato proprio a quella che possiamo chiamare la geografia immaginaria del mondo dei morti.

L’Hades (questo è il nome greco del mondo dei morti e del dio che vi regna) è descritto come un regno sotterraneo e senza luce, spesso collocato all’estremo occidente del mondo. Il suo nome significa, secondo un’etimologia antica, «l’invisibile», perché chi vi entra scompare alla vista dei vivi. L’Hades è separato dal mondo dei vivi da un fiume paludoso che porta il nome di Acheronte. A partire dal V s. a.C., i testi e le immagini antiche attestano che il defunto è scortato fino a questo fiume da Hermes e che varca le sue correnti con l’aiuto di un traghettatore, Caronte. Molti altri corsi d’acqua percorrono il territorio infero e caratterizzano la natura umida e prevalentemente acquatica di questo mondo. Uno di questi, Stige, è anche una possente divinità, figlia di Oceano, il fiume che circonda il mondo: con le sue acque letali per uomini e dèi esso collega verticalmente la dimensione sotterranea a quella superiore dei vivi. Un altro fiume, invece, il Lete (il cui nome rinvia all’«oblio») fa sì che il defunto che vi si disseta dimentichi la sua vita passata e tagli i ponti, per così dire, con il mondo dei vivi.

Al di là dei suoi confini, l’Hades appare un luogo misterioso: molto diverso dall’oltretomba medievale descritto da Dante, accuratamente organizzato e gerarchizzato, l’aldilà greco sembra difficile da rappresentare geograficamente e si presenta per lo più come un mondo omogeneo, tetro e buio, spesso disorientante. Tuttavia, sin dall’età arcaica, iniziano ad apparire parziali eccezioni a questo quadro: coloro che hanno partecipato ai Misteri di Eleusi, riti celebrati in onore della dea Demetra e di sua figlia Kore, si attendono ad esempio il privilegio di risiedere dopo la morte in un luogo sotterraneo ma luminoso, che si oppone alle tenebre nelle quali gli altri defunti trascorrono la loro esistenza.

Oltre all’Hades, vi sono anche altri spazi di esistenza post mortem, inizialmente distinti da esso, ma che progressivamente sono integrati alla dimensione infera. Alcuni individui, specialmente coloro che hanno legami di parentela diretta con gli dèi, riescono ad esempio a sfuggire alla morte in contrade «paradisiache» come le Isole dei Beati, che si trovano anch’esse a occidente, ma sulla superficie terrestre: qui gli uomini sono liberati dalla fatica del lavoro e dalla necessità di sostentarsi. Gli empi, invece, appaiono talvolta puniti nel Tartaro, un’immensa voragine percorsa da venti tempestosi, inizialmente riservata a rinchiudere gli dèi ribelli al regno di Zeus, e poi «aperta» anche ai comuni mortali.

Quali erano le condotte destinate a venir punite nell’aldilà?
Prima di rispondere è meglio precisare che nella religione greca antica, che non conosce dogmi, non sussiste alcun «obbligo» di credere a un giudizio oltremondano che determina premi e punizioni in base alla condotta tenuta in vita. Molte fonti antiche (testi letterari, iscrizioni funerarie, immagini) descrivono infatti un aldilà nel quale tutti i defunti incorrono nella medesima sorte, senza che vi sia un premio per i meritevoli e una punizione per gli ingiusti. Tuttavia, accanto a questa concezione, ne esistono anche altre che prevedono una retribuzione oltremondana. Il cap. 4 del libro tratta proprio del tema del giudizio infero.

A partire dal V s. a.C., infatti, alcuni testi (di Pindaro, Eschilo e successivamente di Platone) descrivono – sotto forme spesso assai diverse – un vero e proprio «processo» al quale i defunti sono sottoposti: laddove sono specificate, le condotte punite nell’aldilà consistono nell’avere violato i doveri di ospitalità, nell’avere maltrattato i propri genitori o, ancora, nell’aver spergiurato o nell’essersi macchiati di un comportamento empio nei confronti degli dèi. Anche l’omicidio può apparire tra i comportamenti sanzionati nell’oltretomba. Spesso, tuttavia, essere puniti nell’aldilà appare come una sorte riservata solo a chi ha compiuto atti particolarmente gravi, mentre la maggior parte degli individui non si attende un destino particolare che lo differenzi dagli altri.

Quali punizioni i Greci temevano di subire nell’aldilà?
Si può constatare innanzi tutto che esiste una certa differenza tra le punizioni nelle quali incorrono i personaggi del mito nell’aldilà e quelle degli individui «comuni». Di queste ultime, curiosamente, i testi antichi spesso non specificano la natura, limitandosi a farvi riferimento come a un destino terribile. Tra gli autori che fanno eccezione in questo senso spiccano senza dubbio Platone e un suo fervente ammiratore, Plutarco. È interessante leggere queste descrizioni facendo sempre riferimento alle istituzioni e alle problematiche giudiziarie dell’epoca in cui questi testi sono stati scritti. Nel Fedone di Platone, ad esempio, coloro che hanno commesso un omicidio premeditato e volontario sono scaraventati nel Tartaro senza speranza di uscirne. Invece coloro che lo hanno commesso in modo che noi oggi definiremmo involontario, passano un lungo periodo nel Tartaro, dal quale possono uscire solo se ottengono il perdono dei parenti delle vittime. Questa procedura sembra ricalcare da vicino quella realmente attestata nel diritto attico sotto il nome di aídesis, grazie alla quale l’omicida poteva rientrare dall’esilio dopo aver trovato un accordo con la vittima. Plutarco, invece, in un trattato intitolato Sul ritardo della punizione divina descrive le punizioni oltremondane come simili a quelle in uso presso i popoli barbari, che infliggono frustate e scorticano vivi i colpevoli. Si tratta di un modo di sottolineare l’implacabilità e l’eccezionale crudeltà degli inflessibili dèi dei morti. Molti vasi provenienti dalla Magna Grecia, inoltre, mostrano un Hades popolato di creature alate, talora identificate come Erinni dagli interpreti moderni, intente a flagellare i malcapitati defunti.

Quali racconti mitici sono esemplificativi delle punizioni eterne dell’aldilà?
Alle punizioni infere è dedicata la seconda parte del libro, nella quale cerco di spiegare quali fossero i significati che i Greci attribuivano a queste strane storie. Alcuni racconti incentrati sulle punizioni nell’aldilà sono particolarmente famosi, al punto da essere proverbiali (possiamo ancora oggi parlare di una fatica di Sisifo, un supplizio di Tantalo, il vaso delle Danaidi). Molti castighi sono caratterizzati, più che dal dolore fisico, dal fatto di essere fatiche inutili, ripetitive, senza senso e senza fine. In una cultura dominata dallo spirito agonistico di competizione e di emulazione tra i cittadini, la frustrazione e il fallimento risultavano esperienze particolarmente penose.

Viene subito in mente Sisifo, costretto per l’eternità a far rotolare lungo un pendio una pietra destinata a ritornare ogni volta a valle. Sisifo subisce questa punizione per essere riuscito a ingannare Thanatos, la morte, e per essere fuggito dall’Hades. La fatica inutile ed senza fine alla quale è condannato sembra essere un astuto mezzo del dio Hades per impedirgli per sempre una seconda fuga dagli inferi.

O, ancora, si può ricordare Tantalo, condannato a subire fame e sete di fronte a una tavola imbandita, mentre un enorme masso gli pende sulla testa minacciando di cadere da un momento all’altro. Secondo una delle versioni che ci sono tramandate, Tantalo avrebbe avuto il privilegio di condividere la tavola degli dèi, ma ne avrebbe violato l’ospitalità: proprio per questa ragione, il suo castigo è incentrato sulla negazione dei piaceri della commensalità.

Le cinquanta figlie di Danao, invece, macchiatesi dell’omicidio dei mariti durante la prima notte di nozze, sono condannate a versare acqua in un vaso forato senza mai arrivare a riempirlo, una punizione che, nella cultura greca, rinvia simbolicamente al loro fallimento di madri, di ventri incapaci di accogliere prole, proprio come un recipiente rotto.

Quale sorte era riservata a coloro che non erano stati iniziati ai misteri di Eleusi?
Con l’espressione «non iniziati» si indicano coloro che non hanno partecipato ai riti in onore di Demetra e Kore, celebrati ogni anno durante la festa dei Misteri che si teneva a Eleusi, presso Atene. Sebbene questi riti fossero accessibili a uomini e donne, a liberi e schiavi, a greci e stranieri, parteciparvi non era un obbligo, ma una scelta che imponeva anche costi finanziari non indifferenti. Essere iniziati comportava anche (ma non solo) dei vantaggi nell’aldilà: gli iniziati nutrivano infatti la speranza di accedere dopo morti a una condizione privilegiata, nella quale avrebbero potuto godere della luce del sole in una parte degli inferi a loro specificatamente riservata.

Secondo la tradizione di Eleusi, coloro che non erano iniziati erano invece condannati nell’aldilà a restare immersi per sempre in un pantano fangoso. Questo castigo potrebbe rinviare all’idea che chi non si è iniziato è destinato a restare per sempre in una condizione di impurità rituale, esemplificata dal fango. In ogni caso, però, è il fatto di avere effettuato o meno un certo rito che determina quasi automaticamente la sorte nell’aldilà, mentre non c’è traccia dell’idea di un giudizio oltremondano. Secondo altre testimonianze, i non iniziati nell’aldilà sarebbero invece stati obbligati a riempire d’acqua un vaso forato (come le Danaidi) oppure a prendere dell’acqua con un setaccio forato. Nel libro cerco di avanzare alcune spiegazioni plausibili per queste strane punizioni.

Alcuni studiosi hanno infine riferito al contesto religioso dei Misteri di Eleusi anche il misterioso personaggio di Ocno, costretto nell’aldilà a intrecciare una corda continuamente divorata da un asino alle sue spalle. Sebbene alcuni testi vi facciano riferimento come a un povero marito costretto a lavorare senza sosta per mantenere una moglie dissipatrice, altre testimonianze lo associano ai non iniziati: in virtù del suo nome, che significa «indugio», «pigrizia» la sua figura potrebbe essere stata usata in alcuni contesti per mettere in guardia coloro che rinviavano la loro iniziazione ai Misteri.

Doralice Fabiano è ricercatrice (RTDa) in Storia delle Religioni presso l’Università Statale di Milano. Formatasi alla Scuola Normale Superiore di Pisa, nel 2009 ha conseguito il dottorato in Antropologia del Mondo Antico presso l’Università di Siena, con una tesi sulle punizioni infere. Fino al 2018 è stata ricercatrice in storia delle religioni in Svizzera, presso le Università di Ginevra, Losanna, Friburgo. È autrice di numerosi contributi sulla religione greca antica, in particolare relativi al mondo infero e al culto delle Ninfe.