Sembrava solo un’influenza. Scenari e conseguenze di un disastro annunciato, Lella Mazzoli, Enrico MenduniProf.ssa Lella Mazzoli, Lei è autrice con Enrico Menduni del libro Sembrava solo un’influenza. Scenari e conseguenze di un disastro annunciato edito da FrancoAngeli: quali novità, introdotte nella nostra vita dal Covid-19, sono destinate a non abbandonarci per un lungo periodo?
Tanto è cambiato e tanto continuerà a cambiare. Ci siamo abituati a forme di comunicazione diverse ma non meno social del passato. Si pensi ai gruppi sociali così come la sociologia classica li ha studiati. Primario, secondario ed effimero.

In questo periodo, a partire dal lockdown, poi alla riapertura, è ancora alla parziale richiusura i gruppi sociali si vanno a configurare diversamente ma mantengono caratteristiche comuni con il passato.

I gruppi primari si riferivano e possiamo ancora riferirli alla famiglia seppur oggi cambiata, più o meno estesa, più o meno tradizionale. Intendiamo gruppi familiari i nuclei che sono formati da persone conviventi, -altre specifiche potrebbero essere fatte, lo so bene, ma non è questo l’oggetto della riflessione-, e sono rimasti gruppi che, più o meno obbligatoriamente, hanno mantenuto relazioni in uno spazio comune condiviso. Non sempre la convivenza è stata ed è vissuta in modo positivo dai singoli componenti. I gruppi primari nella tradizione pre-anni ‘60 erano quelli con regole accettate e date per certe, oggi queste regole sono sicuramente meno rigide, maggiormente discusse; ciò è determinato dalla evoluzione della società e perciò della famiglia, e dalla complessità e incertezza della contemporaneità. Da sottolineare che l’evoluzione della società nella sua strutturazione e organizzazione, che coinvolge necessariamente anche la famiglia, ha fatto sì che le vite dei suoi componenti siano maggiormente separate per l’organizzazione del lavoro o dello studio e ne consegue che le persone vivano la gran parte del giorno fuori dalla famiglia e non siano più abituati alla condivisione di tempi e spazi spesso troppo stretti. Ma nonostante ciò i gruppi primari hanno relazioni spaziali e temporali ancora forti. Durante la pandemia si è potuto constatare che il gruppo primario, pur con molte difficoltà, spesso forzatamente, ha sostanzialmente mantenuto il suo ruolo di attivatore di principali relazioni condivise interne al nucleo ma ancor di più con altri elementi fuori dal nucleo familiare. Questo grazie alle connessioni digitali.

I gruppi sociali secondari sono quelli che la sociologia identifica come quei gruppi che vedono una condivisione di spazi e tempi dettati dalla vita di lavoro o dalla scuola. Questi spazi non sono stati più condivisi secondo un approccio tradizionale, in presenza, ma sono stati condivisi in modo digitale mostrando così differenze relazionali determinate dall’assenza fisica ma rinnovate dalla ‘presenza’ digitale che ammette parola e immagine attraverso la tecnologia. In questo caso abbiamo visto una maggiore partecipazione e, a mio parere, rafforzamento di alcuni aspetti della relazione.

Ultimo ma non di minor importanza, soprattutto per la sociologia della comunicazione, è il gruppo effimero, quello che si forma occasionalmente come per esempio al caffè, all’attesa in un ufficio, in autobus o in treno. Destinato a nascere e morire in poco tempo. Certo che questo gruppo sociale è sostanzialmente cambiato per spazio e tempo. Possono oggi chiamarsi effimeri quei gruppi che si formano nelle chat, negli hangout o similari ai quali ci si iscrive o si partecipa per curiosità o per interesse specifico verso un argomento, non per lavoro o studio. Differenti per l’assenza di spazio condiviso ma non così distanti da quelli tradizionali come si potrebbe supporre; il digitale è ed è stato in grado di definire uno ‘spazio’ all’interno del quale si sono sviluppate relazioni e condivisioni che, a differenza del gruppo effimero tradizionale, ha prodotto relazioni talvolta non effimere o solo legate al momento contingente e in quel periodo di lockdown abbiamo avuto sorprese piacevoli.

Ecco io credo che questa rivisitazione dei gruppi sociali, in questo momento storico, sia un’ottima occasione per il lavoro della sociologia e per una riflessione utile a capire l’evoluzione e la complessità contemporanee.

In che modo è cambiata l’informazione e quali strascichi avranno gli avvenimenti attuali per la professione giornalistica?
L’informazione e il giornalismo hanno dimostrato di saper affrontare il momento che abbiamo vissuto e stiamo vivendo.

Al di là dei contenuti concentrati soprattutto in una prima fase esclusivamente sulla pandemia come se null’altro esistesse, l’informazione ha modificato il lavoro del giornalista, la macchina della organizzazione e diffusione della notizia.

Nel capitolo da me scritto Sarà tutto come prima? Il volto vecchio e nuovo del giornalismo, racconto, attraverso la voce di direttori vicedirettori conduttori inviati di tante delle testate tv radio carta e web, la trasformazione di un lavoro che prima era soprattutto in presenza e che durante la pandemia è stato “in assenza fisica” ovvero in digitale sia nelle testate di carta che tv e radio pur con la garanzia della ‘diretta’ per opera degli inviati che con grande attenzione e generosità ci hanno permesso di vedere ‘in presenza’ ciò che accadeva (e accade!) nei luoghi difficili e complicati della pandemia.

Il racconto della pandemia ha modificato sostanzialmente il lavoro del giornalista che è stato costretto a far uso di tutta la tecnologia a disposizione che ben si conosceva ma che fino a quel momento poco o nulla si usava, per servizi e cronache. Anzi si pensava che l’uso di collegamenti web (in primis Skype) fossero ‘sporchi’ e poco professionali. Si scoprono così competenze tecniche e comunicative molto interessanti che a mio parere resteranno nel lavoro futuro del giornalista come la Scuola di giornalismo di Urbino da tempo sostiene e insegna.

Come è mutata la scena politica nell’«era Covid»?
Quello che ho rilevato anche nel mio lavoro di ricerca è che i politici sono stati assenti o quasi nella scena informativa del momento centrale del lockdown. Poi sono riapparsi e hanno dato indicazioni quasi a riprendere la parola dopo aver delegato agli scienziati la comunicazione e forse anche la strategia politica. Questa confusione di ruoli non credo abbia fatto bene alla informazione e ai cittadini. Altro dato che ho sottolineato nella elaborazione delle interviste che ho condotto e che ho integralmente riportato nel volume Sembrava solo un’influenza è che si evidenziano nuove e importanti agenzie di informazione. E sono, assieme a quelle tradizionali come Ansa, Agi, etc, i social o i siti delle istituzioni. Insomma questi ‘battono la notizia’ e i giornalisti li guardano con grande attenzione. Ancora una delega perciò. Occorre che il giornalismo si riappropri dei suoi ruoli anche attraverso una maggiore competenza scientifica. Abbiamo sempre dedicato lezioni al giornalismo scientifico nella Scuola di giornalismo di Urbino, sicuramente dedicheremo più tempo a questo nel biennio 2020-2022 con lezioni che sviluppino una maggiore capacità interpretativa dei fenomeni legati alla scienza assieme a una maggiore competenza professionale nell’uso della tecnologia digitale. Non vogliamo preparare né scienziati né tecnologi ma firme del giornalismo competenti in temi e tecniche ormai fondamentali per svolgere la professione del giornalista.

Quali conseguenze economiche di lungo corso è destinato a produrre il Covid-19?
Fuor di dubbio dopo le conseguenze sociali e relazionali prodotte dalla pandemia, quelle più significative sono e saranno quelle economiche.

Spesso abbiamo sentito correlarle a quelle di salvaguardia della salute dei cittadini. È assolutamente vero che non si debba monetizzare la salute. Già dagli anni ‘70 questo tema della monetizzazione della salute è stato centrale per la sociologia del lavoro e delle organizzazioni. Oggi è più che mai importante riflettere su questo argomento. Occorre intervenire per la salvaguardia dei lavoratori e dei cittadini tutti. Si può, credo, tutelare la salute e contestualmente pensare allo sviluppo del lavoro e della economia con nuove e differenti attenzioni sui processi organizzativi. Occorre però che di questo si occupino non solo gli economisti ma avvenga un confronto che preveda figure professionali con competenze e conoscenze diverse. Credo che serva lo statistico sociale, il demografo, il sociologo…oltre che l’economista. E che l’informazione ne dia diffusione.

Lella Mazzoli è professore emerito di sociologia della comunicazione e direttore dell’Istituto per la Formazione al Giornalismo dell’Università di Urbino Carlo Bo nonché direttore del Festival del giornalismo culturale

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