Segnali in codice. L’analisi del comportamento non verbale, Alessandro BalzeraniDott. Alessandro Balzerani, Lei è autore del libro Segnali in codice. L’analisi del comportamento non verbale edito da Armando: quale importanza riveste la comunicazione non verbale nella comunicazione umana?
Albert Mehrabian, famoso antropologo e linguista, è stato tra i primi ad effettuare studi scientifici sul “peso percentuale” della CNV all’interno della comunicazione complessiva: nella sua nota ripartizione, al linguaggio del corpo è stato assegnato il 55% del contenuto comunicativo, alla voce (o meglio al para-verbale) il 38% e il 7% è la quota relativa alla comunicazione verbale. Pertanto, secondo Mehrabian, la CNV rappresenta il 93% della comunicazione totale. Questi studi risultano ormai datati e le quote assegnate da Mehrabian sono state oggetto di dibattito scientifico e di revisione da più parti: il dato ancora attuale è che in ogni caso la comunicazione veicolata attraverso il canale verbale risulta di gran lunga limitata sia nella quantità che nella qualità dei contenuti rispetto a quanto espresso dai vari canali non verbali. Le moderne neuroscienze e gli studi effettuati sulla neurofisiologia della comunicazione, hanno progressivamente evidenziato un concetto di comunicazione e apprendimento denominato “embodied cognition”. Numerosi esperimenti scientifici condotti sull’apprendimento in ambiente scolastico hanno chiaramente mostrato che, in assenza di gesti, movimenti del corpo, uso del para-verbale ed espressioni facciali da parte del docente, la quota di comprensione dei concetti condivisi era del 58% inferiore a quella espressa in modalità integrata “verbale e non verbale”. Uno studio di Margaret Wilson (“Six views of embodied cognition” Università della California, Santa Cruz, California – 2002) espone il punto di vista emergente della cognizione incarnata o Embodied cognition, sostenendo che i processi cognitivi sono profondamente radicati nelle interazioni del corpo con l’ambiente circostante. C’è un crescente interesse in ambiente scientifico sul concetto per cui le attività cognitive debbano essere inquadrate nel contesto della loro relazione con un corpo fisico che interagisce con il mondo. Molti scienziati sostengono che disponiamo di un cervello che si è evoluto da creature le cui risorse neurali erano dedicate principalmente all’elaborazione percettiva e motoria, e la cui attività cognitiva consisteva in gran parte nell’interazione immediata con l’ambiente, piuttosto che essere centralizzato, astratto e distinto dai moduli periferici di input e output. Questo approccio generale sta godendo sempre di più ampio sostegno, non solo in ambito neuropsicologico ma dai risultati derivanti dallo studio delle funzioni primarie delle strutture specchio (mirror neurons) e dalle evidenze emerse dagli studi di neurobiologia della cognizione umana (vedi Damasio, Edelman e Kingsbourne, per esempio). In sintesi, sia da un punto di vista psicologico e antropologico, sia sul piano neurobiologico, l’insieme di gesti, emblemi, gestione della prossemica e dello spazio, qualità del para-verbale ed espressioni facciali sono il sostrato che integra e talvolta sostituisce la comunicazione verbale per finalizzare la comprensione e i processi cognitivi più complessi come la motivazione all’azione e l’apprendimento.

Che relazione esiste tra comunicazione verbale e non verbale?
Partendo dal carattere prevalentemente pubblico della comunicazione verbale a differenza della dimensione non verbale, molto più personale e privata, possiamo determinare sei possibili modalità in cui comunicazione verbale e non verbale vengono correlate. Seguendo la schematizzazione proposta da Ekman e Friesen, la comunicazione non verbale può sostituire, ripetere, contraddire, essere di complemento, accentuare, regolare la comunicazione verbale. Possiamo sostituire un con un movimento della testa; possiamo ripetere il accompagnando alla verbalizzazione il movimento della testa (sembrerebbe la stessa cosa, ma chi sostituisce non vuole dire, chi ripete vuole anche dire); possiamo contraddire il sì verbale con il no con la testa; possiamo allargare (complemento) la comunicazione aggiungendo al verbale un sorriso per far capire che è un piacevole; possiamo accentuare ovvero evidenziare il contenuto verbale usando per esempio un gesto ritmico contemporaneamente; possiamo regolare non verbalmente i turni di conversazione durante l’interazione. In relazione alla tipologia di studi e ricerche, la quota stimata di informazioni comunicate attraverso il canale non verbale durante l’interazione oscilla tra il 65% e il 95% della comunicazione totale. Questo dato può sembrare stupefacente, soprattutto in relazione al fatto che le persone normalmente fanno riferimento a indicatori verbali nella formazione del giudizio sugli altri. La comunicazione non verbale è una sorta di linguaggio silenzioso: non considerarlo può impedire la corretta comprensione di quello che gli altri ci vogliono veramente dire.

In che modo le espressioni facciali comunicano le nostre emozioni?
La complessità del comportamento facciale spiega da una parte l’interesse della comunità scientifica per lo studio del volto e dall’altra ci introduce all’interno dell’universo delle emozioni umane, delle quali il viso è il display principale. Secondo quanto sostenuto da Darwin nel famosissimo libro Le espressioni facciali delle emozioni negli animali e nell’uomo (1872), la funzione principale delle espressioni facciali è quella di comunicare gli stati interni del soggetto e, contemporaneamente, leggere le stesse informazioni nel viso degli altri. È palese l’importanza per ognuno di noi di saper interpretare correttamente le informazioni emotive che provengono dalla persona che abbiamo di fronte: gli stati emotivi sono alla base delle intenzioni, delle motivazioni, della personalità e quindi dei comportamenti (anche di quelli manipolatori e menzogneri) degli individui, quindi questa abilità si dimostra critica in innumerevoli casistiche relazionali, sia nel dominio professionale che in quello personale. Le reazioni emotive agli eventi importanti per noi sono: automatiche, immediate, involontarie e inconsce e le espressioni facciali delle emozioni sono universali, del tutto indipendenti da etnia, razza, sesso, genere e cultura. Le emozioni sono alla base del nostro comportamento e spesso la lettura delle espressioni emotive ci prepara al meglio alla gestione delle possibili intenzioni di chi abbiamo davanti, oltre a fornire informazioni sulla sua personalità e motivazioni. Questa abilità è di grande aiuto per fondare nuove relazioni e costruire e/o mantenere rapporti positivi con i nostri simili, oltre a evidenziarci eventuali incongruenze tra i canali di comunicazione, a facilitare le relazioni negoziali e la nostra capacità di influenza. Le ricerche in ambito neurofisiologico hanno evidenziato due diversi network neurali dai quali si originano le espressioni facciali delle emozioni, situati in due diverse aree del cervello umano: l’area piramidale dalla quale si originano le espressioni facciali volontarie, in particolare dalla corteccia motoria; l’area extrapiramidale dalla quale si originano le espressioni facciali involontarie, in particolare dalle aree subcorticali del cervello. Le aree subcorticali sono quelle che abbiamo in comune con i primati non evoluti: i segnali emozionali provenienti da quest’area determinano una serie di risposte fisiologiche, cognitive e comportamentali e una di queste è rappresentata dalle espressioni facciali. Quando noi proviamo un’emozione si attivano sia le aree subcorticali che la corteccia motoria nel nostro cervello: la prima provvede alla attivazione completa del processo di elicitazione emotiva; la seconda convalida o meno i comandi motori attivati dalla prima, in relazione alle necessità “sociali” di controllo: pertanto tutte le nostre emozioni sono soggette ad un doppio controllo neurale durante la fase di emissione. A questo doppio controllo corrispondono modalità differenti di esibizione delle espressioni facciali: macroespressioni (durata tra 0.5 e i 4 secondi); microespressioni (dai 67 millisecondi in poi); espressioni sottili o soffocate (a tutto viso o in modalità parziale, con bassissima intensità/contrazione muscolare).

Quali informazioni non verbali offre la voce?
Quando parliamo con uno sconosciuto al telefono immaginiamo spontaneamente, sulla base delle caratteristiche della sua voce, i suoi tratti somatici: alcune ricerche hanno mostrato quanto siamo abili in questo, con correlazioni tra la voce ascoltata e una foto del soggetto emittente superiori al 76%. Ci sono elementi che possono facilmente essere dedotti dalle caratteristiche vocali, per esempio il genere, altri meno o per niente (la taglia delle scarpe indossate, per esempio). Per meglio identificare gli elementi informativi reperibili dall’analisi della voce, dobbiamo dividere le caratteristiche generali in tratti stabili (età, genere), tratti momentanei o transitori (analogamente alle espressioni facciali, le emozioni) e strumenti interattivi. I tratti durevoli si riferiscono alle caratteristiche stabili delle persone, come le informazioni demografiche e le caratteristiche della personalità. L’età è uno degli elementi più facilmente riconoscibili, unitamente al genere sessuale, alle origini etniche (accento). La personalità non è strettamente legata alle qualità vocali, tuttavia alcune tipologie di personalità sembrano avere delle caratteristiche particolari che le rendono identificabili attraverso la voce: per esempio gli individui estroversi presentano un eloquio veloce e sostenuto, brevi pause e un tono molto più variabile dei soggetti introversi. La dominanza nella relazione è spesso associata ad un tono di voce più basso e ad un volume elevato. I tratti momentanei o transitori comprendono le emozioni e i processi mentali complessi e la ricerca scientifica su questi aspetti si è focalizzata sul grado di correlazione tra le caratteristiche momentanee della voce, l’influenza degli stati emotivi e le espressioni facciali delle varie emozioni. L’attuale ricerca sulla neurofisiologia delle emozioni ha confermato che, come per le espressioni facciali, diverse aree del nostro cervello inviano segnali in modalità indipendente alle strutture di emissione dei suoni linguistici che si trovano nella laringe. In particolare questi segnali producono delle modifiche (effetto della concentrazione di particolari sostanze nel nostro corpo) del grado di umidità e idratazione delle corde vocali, dell’ambiente della trachea o della frequenza respiratoria. Possiamo quindi presupporre, come per le espressioni facciali, un determinato tono di voce associato ad una specifica emozione; dobbiamo tuttavia evidenziare una serie di importanti differenze nella correlazione emozione/voce e in particolare il fatto che gli input provenienti dal cervello non sono diretti specificatamente alle strutture dell’apparato vocale ma alle strutture di supporto. Dalle ricerche effettuate emerge un sostanziale accordo infatti sulla una stretta relazione tra emozioni di rabbia, paura, felicità e tristezza, anche in una prospettiva cross-culturale; invece un minore grado di accordo è stato evidenziato relativamente alle espressioni facciali riferite alle singole emozioni: il livello più elevato di accordo è risultato per le espressioni di rabbia e tristezza e il più basso per la felicità, ovvero l’opposto di quanto rilevato per le espressioni facciali. In questo senso dobbiamo considerare il diverso impatto dei fattori culturali: i soggetti giapponesi, per esempio, tendono ad essere molto più influenzati dalla voce che dalle espressioni facciali rispetto agli olandesi. Dobbiamo anche considerare che le emozioni di rabbia, paura, felicità e tristezza sono state oggetto di un maggior numero di studi rispetto a quelli che hanno riguardato il disgusto, il disprezzo e altre emozioni secondarie come l’imbarazzo, il senso di colpa, la vergogna, il divertimento, il sollievo, etc.: i risultati relativi a queste ultime non sono molto chiari ed univoci. Il dato di maggiore interesse, documentato largamente dalle ricerche, è che l’ansia è molto più facilmente intercettabile nella voce che nell’espressione facciale e questa caratteristica dello stress vocale è di grande importanza nell’analisi degli indicatori comportamentali della menzogna, come vedremo in seguito. Gli strumenti interattivi sono caratteristiche paralinguistiche interne ed esterne della voce che spesso caratterizzano l’interazione in molti modi osservabili: per esempio le informazioni paralinguistiche favoriscono o meno, a seconda della loro presenza/assenza nella conversazione la comprensione dei concetti, cosicché per le persone è più facile ricordare delle informazioni fornite da uno speaker attraverso una voce modulata in tono e volume che in modalità “monotona”. Le persone inoltre risultano più facilmente persuadibili da un eloquio verbale caratterizzato da pause, brevi tempi di latenza nelle risposte ed eloquio spedito. Un caso particolare è la modalità in cui le mamme parlano ai loro bambini non ancora linguisticamente sviluppati; tale modalità si manifesta spontaneamente con un tono e un volume esagerati con l’obiettivo di catturare l’attenzione. In fasi ancora precedenti dello sviluppo del neonato, la tendenza spontanea materna è verso l’utilizzo del “babytalk”, un linguaggio composto da toni e segregati vocali derivato dai primati non umani. I segnali paralinguistici sono utilizzati massicciamente come regolatori della conversazione: le persone, tramite modifiche del tono, ampiezza e velocità dell’eloquio segnalano all’altro che il loro discorso sta per finire; attraverso segregati vocali tipo “uhm, ah,” o ripetendo le iniziali di una parola tipo “I … I… I” segnalano all’altro la loro intenzione di parlare; accelerano l’eloquio e alzano il volume per segnalare che vogliono parlare ancora; quando l’eloquio è terminato lo segnalano attraverso uno stop nella modulazione di tono e volume e/o prolungando la parola finale o le sillabe che la compongono; quando il discorso termina con una domanda il tono si innalza sull’ultima parola; se vogliamo che l’altro continui a parlare lo segnaliamo con “mm – hm”, con brevi sorrisi e cenni affermativi del capo.

Come vanno interpretati il comportamento motorio-gestuale e il body language?
I gesti sono principalmente movimenti delle mani (nonostante esistano anche gesti della testa e del viso) che sono utilizzati principalmente per due scopi: illustrare il linguaggio verbale e trasmettere significati verbali; movimenti che esprimono alcune categorie di pensiero o processi di pensiero (embodied cognition). Il gesticolare denota elevato carico cognitivo quando una persona sta riflettendo su cosa dire; i gesti ci aiutano nelle interazioni e facilitano alcuni processi di recupero dei ricordi: per questi motivi i gesti possono trasmettere importanti informazioni interne sullo stato mentale e sulle rappresentazioni mentali di chi parla. I gesti possono essere classificati in due macro-categorie: quelli che vengono utilizzati durante la conversazione o illustratori del discorso, e quelli che vengono utilizzati in maniera indipendente dal parlare o emblemi. Gli illustratori del parlato o semplicemente illustratori sono movimenti che hanno la funzione specifica di illustrare, rinforzare e meglio chiarire il contenuto verbale dell’interazione. In generale molte culture utilizzano con elevata frequenza varie tipologie di illustratori, con vari livelli di ampiezza durante l’interazione verbale; la matrice culturale comporta delle differenze non solo nell’utilizzo ma anche nella forma dei gesti illustratori (per esempio il modo di enumerare con le dita è molto diverso in America e Germania). Gli emblemi, anche conosciuti come gesti simbolici hanno la funzione di esprimere contenuti verbali in assenza di parole: ogni cultura ha il proprio specifico linguaggio e ogni cultura possiede i propri emblemi gestuali specifici; questa regola è valida non solo per le culture nazionali ma anche per culture specifiche come il mondo militare o quello sportivo. Differentemente dagli illustratori, gli emblemi definiscono un significato specifico in assenza di una verbalizzazione, ovvero sostituiscono in toto il linguaggio verbale. Nonostante la loro validità limitata al contesto socioculturale di riferimento, esiste anche un utilizzo cross-culturale degli emblemi gestuali, ma con significati del tutto diversi. L’origine culturale degli emblemi documenta molto spesso una provenienza molto antica, trasmessa di generazione in generazione e il cui significato è mutato nel corso del tempo. Nonostante la loro valenza socio-culturale, ci sono alcune tipologie di emblemi gestuali il cui significato è universalmente riconosciuto: gesti come “vieni, andiamo, ciao, arrivederci, sì, no” sono il risultato di un apprendimento collettivo effetto della grande importanza che i mass media rivestono nella vita contemporanea, in particolare la televisione e Internet; in ogni caso si tratta di gesti che sono oggetto di apprendimento e che non hanno alcuna origine biologica. Seppure i gesti siano comunemente considerati movimenti delle mani è importante considerare che anche le nostre espressioni facciali e i movimenti della testa sono gesti. Noi impariamo a usare le nostre sopracciglia come illustratori, sollevandole quando alziamo la voce e abbassandole quando parliamo a voce bassa: i musicisti alzano e abbassano le sopracciglia quando suonano note acute o gravi. Quando vogliamo sottolineare una parte del nostro discorso solleviamo le sopracciglia e molto spesso utilizziamo anche il movimento della testa (per esempio il sì e il no, anche se ci sono culture in cui questi gesti hanno un significato inverso). Gli umani gesticolano anche con il corpo: per esempio per dire “non lo so” o esprimere dubbio si utilizza la scrollata di spalle, a volte accompagnata da un movimento semi-circolare in alto delle braccia e da una precisa conformazione della bocca (in giù, a ferro di cavallo). Lo sguardo è un potentissimo canale di comunicazione non verbale, con solide radici nel comportamento animale e dei primati non evoluti. Ricerche sugli umani e sui primati non umani hanno evidenziato che lo sguardo è associato a potere, dominanza e aggressività così come affiliazione, seduzione e protezione. Il significato e la funzione dello sguardo sono comuni in molte culture diverse: le differenze rilevate riguardano la quantità di sguardi e il contatto oculare. Numerose ricerche hanno inoltre correlato la presenza o meno di contatto oculare ad una maggiore/ minore comprensione dei messaggi verbali. L’utilizzo dello spazio durante l’interazione è un altro importante elemento del comportamento non verbale, altresì definito prossemica. Nella classificazione di E.T. Hall troviamo quattro diversi livelli di spazio interpersonale, correlati ad altrettante possibili modalità sociali di relazione: spazio o distanza intima (da 0 a 46 cm), personale (da 47 cm a 120 cm), sociale (da 121 cm. a 360 cm), e pubblica (oltre 360 cm). Queste distanze sono espresse in centimetri e raffigurate comunemente come una specie di “bolla” di dimensioni variabili che circonda il nostro corpo, e che cambia in relazione a parametri sociali, culturali e anche geografici. La violazione non autorizzata della prossemica scatena generalmente reazioni di fastidio, imbarazzo e anche rabbia, generando comportamenti difensivi o in alcuni casi aggressivi. Lo spazio individuale risulta anche influenzato dall’età, con un incremento che si verifica in un intervallo di età compreso tra i 3 anni e 21 e anche l’età “dell’invasore” risulta importante: se un bambino di 5 anni invade lo spazio personale di un adulto viene tollerato; se l’età del bambino è 10 anni e oltre l’adulto indietreggerà per ristabilire la distanza corretta. Infine, molte ricerche hanno mostrato una correlazione tra violazione della distanza e status sociale: per esempio in azienda il capo può violare la prossemica senza suscitare reazioni di arretramento e la stessa cosa vale per il contatto fisico e oculare, confermando il rapporto tra questi elementi non verbali e lo status. Diversa è la situazione nei soggetti caratterizzati da psicopatologie, che spesso mostrano una gestione della prossemica completamente diversa (maggiore, per esempio, nei soggetti autistici) dei soggetti normali; anche l’orientamento caratteriale influenza le dimensioni della prossemica laddove al carattere estroverso corrisponde la tendenza ad invadere e a tollerare l’invasione (quindi a restringere la bolla prossemica) e negli introversi si verifica l’esatto contrario (allargamento, scarsa disposizione al contatto). Nei soggetti in carcere infine, alcune ricerche hanno evidenziato una diversa conformazione della “bolla prossemica” con un accrescimento dello spazio da proteggere nella zona posteriore del corpo, come evidente risposta alla possibilità di attacchi da tergo di natura sessuale o violenti. Il contatto corporeo è correlato alla gestione della distanza interpersonale, ed è considerato una delle prime e più antiche forme di comunicazione tra i soggetti umani, derivando probabilmente la sua importanza dalle cure parentali, in particolare verso i bambini. Lo studio scientifico del contatto corporeo è denominato “aptica”: recenti ricerche hanno dimostrato che il contatto non è solamente un segnale che esprime emozioni positive in generale ma anche emozioni distinte come rabbia, paura, disgusto, amore, gratitudine e simpatia in tutte le culture umane. Numerosi studi hanno dimostrato la relazione tra contatto e condiscendenza, laddove al contatto o non contatto corrispondono comportamenti favorevoli o sfavorevoli da parte del soggetto ricevente. La funzione del contatto fisico è la stessa in quasi tutte le culture e così come regole sociali e culturali determinano il valore della distanza o prossemica analoghe regole culturali definiscono quando, quanto e anche dove è consentito il contatto fisico. Analogamente alcuni studi hanno definito, sulla base delle regole vigenti circa il contatto fisico, l’orientamento generale di una data cultura/società come “favorevole o sfavorevole al contatto” (contact or no-contact culture), evidenziando le stesse reazioni alla violazione delle regole sul contatto riscontrate nella violazione della prossemica. Oltre al contatto fisico nel comportamento non verbale esistono anche i cosiddetti “auto-contatti” ovvero quei comportamenti in cui il soggetto tocca sé stesso: questi gesti vengono definiti adattatori o manipolatori perché la loro funzione è quella di supportare il soggetto nell’adattamento agli stimoli esterni e interni attraverso la manipolazione del corpo. Sono gesti non intenzionali, appresi nell’infanzia e riproposti inconsapevolmente dall’individuo adulto, con l’obiettivo principale di scaricare la tensione conseguente ad un mutamento dell’ambiente interno o esterno dell’individuo. I più comuni sono: accarezzarsi i capelli, auto-abbracciarsi, giocare con una ciocca o premere e/o strofinare i palmi, tormentare le dita delle mani, giocare con la collana, la penna, l’orologio, passare la lingua sulle labbra, etc. Il cambiamento della frequenza, della durata e dell’intensità di questi gesti può avere significati importanti sullo stato mentale del soggetto in un dato momento: per esempio, gli individui sotto stress da costrizione possono mostrare un sostanziale incremento dei manipolatori come lenire o accarezzare il corpo o manifestare irrequietezza tramite il tamburellare delle dita, movimenti ritmici dei piedi. La postura comunica attitudini e stati emotivi generici, al contrario della specificità delle espressioni facciali e della voce: preferenza (mi piace, non mi piace), orientazione (aperta, chiusa) e attenzione (diretta, indiretta). Si definisce orientazione il grado di angolazione delle spalle e delle gambe nello spazio rispetto ad un’altra persona: questa gradazione è correlata alla valutazione dell’interazione da parte dell’emittente, laddove ad un’orientazione completa (apertura) corrisponde un valore assegnato piacevole ed a una orientazione ridotta o assente (chiusura) il contrario. Le principali modalità di orientazione sono: faccia a faccia, che corrisponde a intimità e gerarchia; l’uno di fianco all’altro, che indica amicizia e/o collaborazione; a 90° di angolo uno verso l’altro, che si riscontra tipicamente nelle situazioni di aiuto e collaborazione professionale; in base all’altezza, dove i rapporti gerarchici sono regolati da quest’ultima (date un’occhiata alle foto di famiglia e noterete come molto spesso le persone sono posizionate in ordine di altezza; a scuola, in chiesa, negli eventi sociali il personaggio importante è generalmente posizionato più in alto degli altri). In ambito professionale, l’analisi della postura e dell’orientazione dei soggetti nelle riunioni aziendali (anche quando si siede intorno a un tavolo) si rivela un elemento fondamentale nell’assunzione di informazioni non verbali di qualità. Nella lettura e interpretazione di queste informazioni è importante non cedere alla tentazione di “sovra-interpretare” assegnando significati univoci a situazioni ambigue: per esempio, sedere a braccia e gambe aperte può significare apertura e il contrario (braccia e gambe incrociate) può significare chiusura, ma bisogna prestare attenzione se la sedia dispone o meno di braccioli perché, in caso di assenza di questi, le braccia incrociate potrebbero essere semplicemente una posizione di riposo. Se la persona seduta, oltre ad avere le braccia e le gambe incrociate distoglie lo sguardo, emette espressioni facciali di rabbia o disgusto o disprezzo o mostra segnali di auto-conforto e auto-manipolazione allora possiamo concludere che c’è senz’altro qualcosa che non va. Altro aspetto importante nel comportamento non verbale è l’andatura, ovvero lo schema di movimento corporeo negli spostamenti. Alcuni studi nei quali la persona è stata riprodotta digitalmente solo nei contorni e osservata mentre cammina hanno mostrato un elevato grado di correttezza nella valutazione del sesso del soggetto osservato e mostrato notevoli differenze dell’andatura in relazione a differenti stati emotivi provati al momento oppure a diversi tipi di musica ascoltati durante il cammino. Sono state anche correlate sperimentalmente diverse tipologie di andature a caratteristiche specifiche della personalità dei soggetti e ad alcune patologie: per esempio ai soggetti affetti da depressione corrispondeva un’andatura che mostrava una diminuzione della lunghezza del passo, una ridotta coordinazione delle braccia durante il movimento e una velocità più bassa; nei soggetti affetti dal morbo di Parkinson è stata riscontrata una riduzione del passo. È stato rilevato un sostanziale accordo cross-culturale nella percezione dell’età, sesso, forza fisica e felicità nell’andatura, ma ci sono notevoli differenze nella valutazione della dominanza: Mark Frank e David Matsumoto suggeriscono che queste differenze potrebbero derivare da caratteristiche universali della prima valutazione e sociali della seconda.

Quali influenze culturali agiscono sul comportamento non verbale?
La differente origine culturale comporta notevoli influenze e differenze nel comportamento non verbale dei soggetti. Differenze culturali tipiche sono la quantità di gesti illustratori utilizzati, la quantità/qualità di gesti simbolici o emblemi presenti nel repertorio espressivo non verbale, le regole circa l’uso dello sguardo durante l’interazione (per esempio il contatto oculare è spesso utilizzato come segnale di rispetto, ma anche il non guardare l’altro negli occhi). Anche l’uso del canale vocale è soggetto a regole culturali, laddove il rispetto in alcune culture si esplicita attraverso un tono di voce tenue e un eloquio lento e scandito, in altre attraverso un tono di voce più elevato e un eloquio più veloce. Regole culturali influenzano l’uso della prossemica o spazio interpersonale e assegnano determinate quantità di spazio a determinate tipologie di interazione; le stesse regole influenzano la quantità e la modalità del contatto fisico e l’influenza culturale è presente anche nell’andatura, in particolare nella velocità di spostamento del corpo nello spazio. La definizione di “culture espressive” connota gruppi socio-culturali caratterizzati dall’uso frequente di espressioni facciali e gesti, di grande intensità e durata medio-lunga, elevato tono di voce, contatto oculare diretto, caratteristiche rilassate e posture aperte a più breve distanza; le “culture riservate” sono invece caratterizzate da un minore utilizzo delle espressioni facciali e dei gesti, da un tono di voce più tenue, evitamento del contatto oculare diretto e una postura più chiusa a meno breve distanza. Nel considerare le influenze culturali sul comportamento non verbale (o in altri processi psicologici) non possiamo ignorare il pesante ruolo del contesto quale moderatore di queste influenze; al di là della distinzione tra culture espressive e culture riservate che definisce la tendenza generale del comportamento di un gruppo culturale, ci sono determinati contesti in cui un soggetto “espressivo” può essere estremamente “riservato” (e naturalmente il contrario): in questo caso parliamo di culture “ad alta importanza o bassa importanza del contesto” come fattore influenzante il comportamento non verbale degli appartenenti, fermo restando il fatto che una maggiore o minore influenza del contesto sul comportamento può essere visto alternativamente come segnale della maturità culturale di una società o del suo indice di ipocrisia. In termini applicativi, le influenze culturali e quelle del contesto sui comportamenti non verbali hanno una grande importanza nella gestione delle relazioni inter e intra culturali, laddove una non corretta considerazione degli elementi del comportamento non verbale in particolare può incrementare il potenziale dei malintesi, della scorretta attribuzione delle intenzioni e divenire fonte di potenziale conflitto. È relativamente semplice (e semplicistico) appartenere ad una cultura espressiva e giudicare gli appartenenti ad una cultura riservata come inaffidabili, imperscrutabili, astuti e sfuggenti; così come appartenere ad una cultura riservata e giudicare gli appartenenti ad una cultura espressiva come arroganti, maleducati, immaturi o volgari. Molte di queste interpretazioni e attribuzioni sono conseguenza di giudizi basati su filtri culturali che non corrispondono alle caratteristiche dei soggetti valutati: nelle relazioni interculturali i fraintendimenti e le emozioni negative errate sono molto comuni e spesso inevitabili, ma il considerare le relazioni con mente aperta e considerando le differenze culturali e di contesto come elementi da cui partire, può condurre tutti noi ad una migliore e più autentica dimensione comunicativa, focalizzata non sulle differenze bensì sulla valorizzazione degli obiettivi comuni e sullo scambio di idee.

Quali sono i principali indicatori non verbali di menzogna?
La letteratura scientifica in generale rileva che la maggior parte delle persone rileva le menzogne dal comportamento tirando a indovinare: la percentuale media di rilevazione è pari al 54%; leggermente migliori sono i dati relativi alla verità (61%) rispetto alla menzogna (47%). Queste percentuali, sorprendentemente, si ottengono sia nelle persone comuni che nei “cacciatori di bugie” professionisti (ufficiali di polizia, addetti alle dogane aeroportuali, magistrati, etc.) La maggior parte delle ricerche scientifiche sul tema ha esaminato i soggetti mentre mentono in contesti caratterizzati da una relativamente bassa posta in gioco, quindi a minimo impatto emotivo: quando sono stati esaminati casi di investigatori professionisti impegnati in contesti ad elevata posta in gioco la percentuale di successo nell’identificazione degli indicatori di menzogna è notevolmente migliorata (67%). Un modello di analisi mostratosi efficace per l’identificazione degli elementi comportamentali chiave di menzogna nel giudizio personale è il modello RAM – Realistic Accuracy Model: questo modello postula la necessaria soddisfazione di 4 condizioni chiave per l’elaborazione di un giudizio, ovvero: l’individuo oggetto del giudizio deve mostrare comportamenti rilevanti per un tratto o, in caso di menzogna, rilevanti per la credibilità personale; questi comportamenti devono essere disponibili per chi elabora il giudizio (per esempio, molti interrogatori di polizia sono ripresi da una distanza tale che è impossibile riconoscere micro-espressioni o espressioni sottili nel viso del sospettato) e pertanto può essere un errore affermare che le espressioni facciali non sono utili nell’analisi quando queste sono semplicemente indisponibili; colui che giudica deve effettivamente e correttamente rilevare questi comportamenti rivelatori; questi comportamenti non devono essere solamente rilevati ma devono poter essere adeguatamente utilizzati e interpretati nel giudizio stesso. Un’appropriata analisi dello scenario e delle evidenze di prova soddisfa la prima condizione; un filmato audio/video completo soddisfa la seconda condizione; le abilità particolari del soggetto giudicante soddisfano la terza e la quarta. In relazione a queste ultime, alcune ricerche hanno evidenziato le possibili cause delle differenze individuali nell’abilità di catturare gli indizi comportamentali di menzogna: alcuni individui caratterizzati da danni all’emisfero sinistro del cervello (e quindi incapaci di processare il linguaggio) hanno manifestato maggiore abilità nell’individuare i segnali non verbali di menzogna rispetto ai soggetti con danni all’emisfero destro e senza danni cerebrali; analogamente, bambini oggetto di abusi fisici sono risultati più abili nell’identificare le menzogne circa i sentimenti. È evidente che la capacità di riconoscere le menzogne non è una singola abilità individuale ma la somma di più qualità come l’abilità di riconoscere le emozioni, l’abilità di scoprire incoerenze logiche, la capacità di intercettare cambiamenti sottili nel tono di voce e altro ancora. Per concludere, alcuni studi hanno correlato l’accuratezza dei giudizi di menzogna con l’abilità di rilevare accuratamente le micro-espressioni facciali delle emozioni e la ricerca mostra anche la possibilità di addestrare le persone a migliorare le abilità nell’individuare la menzogna con investimenti temporali e tecnici non esagerati purché in linea con l’indagine scientifica sul tema e le effettive abilità dei singoli nel distinguere verità e menzogna non siano direttamente correlate con risultati concreti e misurabili. La stessa ricerca scientifica ha decisamente sottostimato i significativi risultati ottenuti dai professionisti che cercano di scoprire chi mente (investigatori, ufficiali della dogana, esperti di sicurezza nazionale); essi ci mostrano come il tipo di metodologia d’indagine sia l’elemento discriminante per ottenere un buon risultato oppure un insuccesso. Risultati degni di nota si ottengono quando gli indicatori non verbali vengono utilizzati come dati per ampliare la base informativa, per ottenere dagli altri maggiori e migliori informazioni e non come informazioni chiave per l’elaborazione di un giudizio sulla persona che mente o meno. Per dichiarare una persona colpevole di un qualsiasi reato ci vogliono solide prove e gli indicatori non verbali di menzogna non sono mai prova della colpevolezza di qualcuno, ma solo indicazioni della sua volontà di falsificare o dissimulare la realtà o parte di essa. Una micro-espressione di paura può tradire una bugia ma non è un segnale di menzogna di per sé: l’elemento chiave nella ricerca della menzogna (lie dectecion) è la congruenza/incongruenza tra il contenuto verbale espresso e gli indizi comportamentali mostrati in un determinato momento. Secondo quanto espresso dalle ricerche scientifiche sulla cognizione incapsulata (embodied cognition) la cognizione è espressa con le azioni del corpo e se anche ci sforziamo di scegliere e controllare i nostri gesti, questi ultimi possono riflettere i nostri pensieri in maniera impercettibile: per questo è molto probabile che chi mente mostri un gesto che contraddice le sue parole.

In cosa consiste il Metodo PME?
PME è un acronimo che sta per Project Management & Empowerment. Questa etichetta esprime una visione del Project Management che presenta caratteristiche di novità ed utilità pratica. Nello specifico, il metodo PME riflette una “contaminazione” tra la cultura classica del Project Management ed i contenuti e strumenti delle scienze cognitive e del comportamento emozionale, contaminazione che ha determinato una diversa connotazione dei contenuti del percorso formativo tipico del Project Manager. Il Metodo PME pone in atto una sorta di “rivoluzione copernicana” rispetto al concetto di “Soft Skill”, attribuendo loro un significato ed un contenuto scientifico decisamente più “centrale” nella conduzione e gestione dell’attività di progetto. È mia convinzione che le “Soft Skill” siano tali dal punto di vista conoscitivo, ovvero sostanzialmente diverse dagli strumenti tecnici tipici del PM, ma che siano “Hard Skill” dal punto di vista dei risultati di progetto. Per questo motivo, al tradizionale acronimo PM (Project Management), è stata aggiunta la E di Empowerment, con il chiaro obiettivo di sostanziare i motivi della scelta metodologica prima di tutto nell’ attività professionale e contemporaneamente nei moduli formativi erogati a tutti coloro che vogliono entrare in contatto con la cultura del Project Management ottenendone il massimo valore aggiunto in ambito professionale e personale.

Alessandro Balzerani è laureato in Filosofia presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Diplomato Master in Business Administration (MBA), si è specializzato nell’analisi del comportamento umano e delle principali metodologie scientifiche di codifica e decodifica dei comportamenti emotivi. Ha ottenuto la certificazione F.A.C.S. (sistema di codifica delle espressioni del volto, di P. Ekman, W. Freisen & J. Hager), la certificazione M.E.T.T. Advanced (metodologia di analisi e codifica delle micro-espressioni del volto), ed ha frequentato i corsi di alta specializzazione ESaC (Emotional Skills and Competencies), ETaC (Evaluation of Truthfulness and Credibility) presso Paul Ekman International. È diplomato Master in Neuroscienze e si è specializzato in Neurobiologia presso l’Università di Chicago. Ha conseguito il PHD in Comunicazione non verbale presso l’Università di Buffalo (USA), con il Prof. Mark Frank. È fondatore e titolare di Alfa-Beta, società di consulenza e formazione specializzata nell’analisi del comportamento. Collabora inoltre con università, gruppi di ricerca, organizzazioni no profit. Presta inoltre la propria docenza presso l’OSDIFE (Osservatorio per la Sicurezza e Difesa CBRNe – Università di Tor Vergata e Università di San Marino) e il RIS/CIFIGE (Stato Maggiore della Difesa) per l’analisi comportamentale ed elementi non verbali di analisi della credibilità e inganno. È autore di Segnali in codice. L’analisi del comportamento non verbale (Armando Editore, 2017) e Il codice dell’odio. Segnali non verbali di aggressività e odio nelle relazioni tra i gruppi (Armando Editore, 2019)

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