Prof. Valerio De Cesaris, Lei è autore del libro Seduzione fascista. La Chiesa cattolica e Mussolini 1919-1923 pubblicato dalle Edizioni San Paolo: qual era il clima sociale e politico dell’Italia tra la Grande Guerra e il dopoguerra?
Seduzione fascista. La Chiesa cattolica e Mussolini 1919-1923, Valerio De CesarisEra un clima di grande effervescenza sociale e politica, sorgevano movimenti nuovi e i reduci della guerra reclamavano spazi. All’entusiasmo per la vittoria in guerra seguì presto il malcontento, quando si diffuse l’idea di una “vittoria mutilata” e la questione di Fiume fu posta al centro dell’attenzione nazionale. Nel dopoguerra, gli ambienti che contestavano il governo insistevano sulla contrapposizione tra l’“Italia vecchia”, in mano a élite inadeguate e bloccata nell’inazione, e l’“Italia nuova”, giovane e dinamica, l’Italia di chi aveva combattuto la guerra e reclamava ora un cambiamento delle classi dirigenti del paese. In quelle letture, la guerra aveva cambiato tutto e non si poteva tornare alla realtà politica dell’anteguerra come se nulla fosse accaduto. La differenza più importante, rispetto agli anni che avevano preceduto la Grande Guerra, era il protagonismo di forze politiche emergenti, che combattevano le loro battaglie nelle piazze. Già nel 1915 le manifestazioni di piazza erano state decisive per l’affermazione delle posizioni interventiste, rivelando la distanza ormai incolmabile tra un modo tradizionale di fare politica, nei palazzi del potere e nei salotti aristocratici, e un modo nuovo, nelle piazze, coinvolgendo e incitando le masse.

Quali erano le origini culturali del fascismo?
La Grande Guerra fu l’incubatrice del fascismo. Nella successiva retorica fascista, Mussolini fu celebrato come il maggiore artefice dell’intervento italiano e i fascisti divennero l’avanguardia interventista che aveva spinto l’Italia in guerra e l’aveva poi condotta alla vittoria. Il 24 maggio, giorno dell’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale, fu celebrato come data in cui nasceva l’“Italia nuova”, una vera cesura nella storia nazionale. Inserendo il 24 maggio tra le date fondamentali per l’Italia, Mussolini volle integrare la guerra nella storia del fascismo, sebbene, com’è noto, la fondazione dei Fasci di combattimento avvenne dopo di essa, nel 1919. Egli riuscì a proporsi come il punto di riferimento di una galassia eterogenea di gruppi e movimenti formati da persone che avevano combattuto nelle trincee e che insistevano sulla necessità di consegnare l’Italia a forze nuove, perché chi aveva combattuto per la nazione aveva ora il diritto di governarla. Mussolini inaugurò sul suo giornale “Il Popolo d’Italia” la rubrica la voce dei trinceristi, in cui il motivo centrale della polemica era la contrapposizione tra coloro che avevano combattuto la guerra e coloro che erano stati neutralisti. Ai primi spettava prendere le redini del paese, strappandole ai giolittiani neutralisti e alle altre forze dell’“Italia vecchia”.

Il nesso tra fascismo e guerra era davvero profondo, per questo chi afferma che il fascismo avrebbe potuto governare a lungo l’Italia, in un regime monarchico autoritario (facendo magari un paragone con la Spagna franchista), se Mussolini non si fosse alleato con Hitler e se l’Italia fosse rimasta fuori dalla seconda guerra mondiale, commette un duplice errore interpretativo: non tiene conto della massima, semplice ma sempre vera, secondo cui la storia non si fa con i se, ma soprattutto ignora il fatto che restare fuori dalla guerra sarebbe stato, per il fascismo, profondamente contraddittorio con le proprie radici culturali e ideologiche, la propria propaganda imperialistica, la predicazione della forza e dello sprezzo del pericolo rivolta ai giovani, la violenza sempre esercitata come strumento di lotta politica. Con l’idea, radicata nel fascismo fin dalle sue origini, che la guerra fosse il momento supremo, e per questo auspicabile, della purificazione e della rinascita. Quel mito della guerra rigeneratrice e quel radicamento nella cultura combattentistica sono fondamentali per capire il fascismo. Va anche detto però che la cultura fascista, quantomeno nei primi anni, era piuttosto caotica: inizialmente i fascisti provenivano in buona parte dal mondo del socialismo e del sindacalismo rivoluzionario, poi già dal 1920-1921, Mussolini impresse una virata a destra, allargando la base del suo consenso a nazionalisti e cattolici conservatori. Il tema della cultura fascista è complesso e gli storici non smettono di interrogarsi su di esso.

Quale atteggiamento aveva Benito Mussolini verso la religione e la Chiesa cattolica?
Da giovane Mussolini era ateo e anticristiano. Quando iniziò il suo attivismo politico, negli anni in cui era emigrante in Svizzera, fece della polemica antireligiosa uno dei suoi temi ricorrenti. Da allora in poi e fino al 1920, scrisse molti articoli di carattere anticristiano. Non era soltanto ostile, in termini personali, verso la religione, ma riteneva che il socialismo, all’interno del quale si stava ritagliando un ruolo, dovesse bandire ogni forma di tolleranza verso il fenomeno religioso. Definiva il cristianesimo “una morale delle rinuncia e della rassegnazione” e più in generale era convinto che tutte le religioni fossero deleterie.

Tra il 1920 e il 1921, invece, Mussolini visse una vera e propria svolta filocattolica. Fu una mossa essenzialmente politica, per attrarre i cattolici conservatori, allargando la base del suo consenso, e mettere in difficoltà il Partito popolare italiano, che appena apparso sulla scena politica nazionale aveva mostrato di avere una base elettorale importante, ottenendo il 20,5% dei voti. Così, il romagnolo iniziò a sottolineare l’importanza del cattolicesimo per gli italiani e proclamò in più occasioni il suo rispetto per la religione, abbandonando le polemiche anticristiane degli anni precedenti. Al tempo stesso, Mussolini si propose come un difensore delle istanze vaticane, tendendo una mano amichevole alla Santa Sede. Ciò divenne rilevante soprattutto dopo la marcia su Roma e la nascita del governo Mussolini.

Quali furono le reazioni di parte cattolica di fronte all’avvento del fascismo e quali cambiamenti intercorsero dopo la marcia su Roma e la nascita del governo Mussolini?
Nel 1919, fascismo e Chiesa cattolica erano due mondi molto distanti. Il primo, neonato, contava pochi aderenti e si confondeva con altri gruppi di quel tormentato dopoguerra, aveva caratteri sovversivi e parlava un linguaggio rivoluzionario e anticlericale. La seconda era guidata da un papa che aveva condannato con forza la guerra e che sperava ora di risolvere l’annosa questione romana, grazie anche a un nuovo impegno dei cattolici in politica. Il primo esaltava la guerra e la seconda, per bocca dei suoi vertici, la deplorava. Il primo ostentava la sua natura violenta e la seconda invocava ordine e pacificazione. Il fascismo delle origini inseriva il papato e il clero nel novero delle cose da spazzare via all’indomani della guerra e considerava il cristianesimo, come tutte le religioni, un residuo di un mondo finito. Nelle visioni futuriste e avanguardiste del primo dopoguerra, terreno di coltura di tante idee confluite nel fascismo ai suoi primordi, il cristianesimo era la religione di un Dio sconfitto, che aveva rinunciato alla lotta e si era lasciato crocifiggere senza combattere. Nulla di più distante dalla cultura combattentistica dei nuovi movimenti politici, che traevano alimento dal mito della guerra come bagno purificatore e necessaria palingenesi.

La stampa cattolica fu inizialmente molto sospettosa verso il fascismo e ne criticò il carattere violento. Peraltro, esisteva una pregiudiziale negativa nei confronti di Mussolini per una vicenda risalente a qualche anno prima: nei mesi di settembre e ottobre del 1916 “Il Popolo d’Italia” aveva ingaggiato un’aspra polemica con la stampa cattolica, che aveva replicato a un articolo blasfemo e ferocemente anticristiano apparso sul giornale di Mussolini. Ne era seguito un botta e risposta con vari articoli da una parte e dall’altra e era infine intervenuta la Santa Sede, con una protesta ufficiale al governo italiano per la mancata censura degli articoli blasfemi. La polemica si era esaurita ma in campo cattolico si era rafforzata un’immagine negativa di Mussolini.

All’inizio, dunque, la distanza tra Chiesa cattolica e fascismo era enorme. La presenza di cattolici tra i primi fascisti era di fatto inesistente, fatta eccezione per Cesare Maria De Vecchi, che comunque era una personalità slegata dall’associazionismo cattolico: il Partito popolare italiano, fondato nel 1919, aveva assorbito praticamente per intero le tensioni politiche presenti nel variegato mondo cattolico italiano, dalla destra conservatrice di Filippo Crispolti ed Egilberto Martire alla sinistra sindacalista di Guido Miglioli.

Dopo la nascita del governo Mussolini molto cambiò, perché il leader fascista aveva già iniziato a corteggiare la Chiesa e a far intendere che puntava a una conciliazione, prefigurando un esito felice della questione romana. Tanti cattolici iniziarono a guardare al fascismo con speranza. Alcuni vi aderirono convinti, mossi da spirito nazionalistico. Altri, con minore entusiasmo, lo considerarono una forza politica utile, soprattutto per combattere socialismo e anarchia e per ridare spazio alla Chiesa nella società italiana.

Quali diverse posizioni caratterizzavano il cattolicesimo politico e come si rifletterono queste sulle vicende del Partito popolare italiano?
Il cattolicesimo politico era variegato ma nel 1919 si era unito nel Partito popolare italiano, nel quale convivevano anime diverse. Presto, all’interno del partito, si delinearono due tendenze chiare, che Mussolini chiamava “ala destra” e “ala sinistra”. Il duce del fascismo mise nel mirino don Luigi Sturzo, reo, a suo dire, di essere “di sinistra” e di essere antifascista. La spaccatura si produsse proprio sull’atteggiamento da tenere nei confronti del fascismo: alcuni, soprattutto la destra conservatrice del Ppi, ritenevano che bisognasse allearsi con Mussolini; altri, la cosiddetta “ala sinistra” ma anche lo stesso Sturzo, erano decisamente contrari a quel tipo di alleanza. Quando Mussolini andò al potere, Sturzo fu considerato l’ostacolo a una collaborazione tra i cattolici e il governo fascista e fu costretto alle dimissioni, anche per le pressioni che vennero in tal senso dalla Santa Sede. Nel 1923, riuscendo a far esautorare Sturzo e a far approvare in parlamento la nuova legge elettorale, Mussolini rafforzò il suo potere e di fatto tolse al Partito popolare il ruolo di portavoce delle istanze cattoliche e di referente per la Santa Sede.

Come si giunse alla nazionalizzazione dei cattolici, al loro ingresso nella vita politica del Paese e alla nascita del binomio “fede e patria”?
La nazionalizzazione dei cattolici ebbe un passaggio fondamentale nella Grande Guerra, dove i cattolici combatterono al fronte e contribuirono alla vittoria italiana, e un altro nella nascita del Partito popolare italiano che permetteva il loro ingresso massiccio nella vita politica nazionale – evento che il grande storico Federico Chabod definì “l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo”. Fede e patria fu un binomio utilizzato durante la guerra, soprattutto da quei cattolici che aderirono allo spirito nazionalistico del tempo. Per loro, non c’era contraddizione nell’esprimere contemporaneamente fede religiosa e fede nella patria, anche se quest’ultima era diventata una vera religione laica. Peraltro, negli anni 1914-1918 si verificò una parziale fusione tra il cristianesimo, nella sua dimensione rituale e simbolica, e il nazionalismo. I caduti in guerra furono celebrati come martiri, le armi furono benedette per la vittoria, la retorica nazionalista si appropriò del lessico religioso.

Il carattere del nazionalismo come religione civile allarmava molto il papa, che infatti considerava il nazionalismo una minaccia alla Chiesa, anche nel dopoguerra. Lo scrittore cattolico francese Maurice Vaussard, nel 1923, avanzò un’ipotesi che si rivelò sbagliata ma che non era priva di fondamento: “Il nazionalismo – disse – sarà la prossima eresia condannata”. Ma molti cattolici si lasciarono andare al nazionalismo e il binomio “fede e patria” fu molto presente sulla stampa del tempo.

Quale “religiosità” alternativa alla fede cristiana caratterizzava il fascismo?
Il carattere religioso del fascismo era molto marcato. Inizialmente, il fascismo fu per i suoi aderenti soprattutto un’esperienza di fede: non aveva un programma politico ben definito ma affondava le sue radici nell’esperienza totalizzante delle trincee e chiedeva fede e obbedienza. Il culto del suo leader, Mussolini, assunse presto caratteri religiosi. Il progetto pedagogico mussoliniano, che voleva creare l’uomo nuovo, devoto al culto della patria e dello Stato, dominatore e guerriero, era in antitesi con il modello educativo cattolico. I due modelli riuscirono a convivere lungo il ventennio, ma sul terreno dell’educazione dei giovani e della conquista delle coscienze vi fu tra Chiesa e regime un perenne conflitto a bassa tensione, che talvolta, come nel 1931 e nel 1938, cresceva d’intensità.

Il fascismo sacralizzò la politica e creò un apparato simbolico avvolgente, capace di permeare ogni aspetto della vita pubblica italiana. Si moltiplicarono i riti e i simboli di una vera religione politica. La pedagogia fascista mirava a trasformare la mentalità e il carattere degli italiani, le loro abitudini di vita, le loro priorità, in vista dell’edificazione di una società pienamente fascistizzata. Inevitabilmente, i giovani che crescevano alla pedagogia del fascismo maturavano convinzioni anticristiane. Ciò rimase sullo sfondo per molti anni, perché il processo di conciliazione con la Chiesa cattolica diede risalto alle convergenze e alle collaborazioni istituzionali e mise in ombra le incompatibilità sul piano dei valori, ma divenne evidente nel 1938, quando si ebbe uno scontro tra Pio XI e Mussolini sulla questione razziale e alcuni giovani militanti intervennero nelle rubriche delle riviste di regime con toni apertamente anticristiani, giudicando inconciliabili, perché alternative, la fede fascista e la fede cristiana.

Come si articolò il tentativo di Mussolini di contrapporre cattolicesimo e cristianesimo e inglobare il primo, in chiave identitaria, nell’idea fascista di nazione?
Consapevole della forza della presenza cattolica in Italia, Mussolini, fin dal momento in cui intravide la possibilità di andare al potere, tentò di conciliare fede fascista e fede religiosa, abbandonando le posizioni antireligiose di cui era stato in precedenza un vero alfiere. Poiché però il cristianesimo, per il suo carattere universale e i suoi valori contrari al culto della forza e della violenza, non era assimilabile all’interno dell’ideologia nazionale fascista, il tentativo messo in atto dal duce fu quello di nazionalizzare il cattolicesimo in chiave identitaria, contrapponendolo al cristianesimo. Da qui la sua celebre affermazione: «Io sono cattolico e anticristiano». Tale idea richiamava un pensiero già presente nella cultura italiana, da Paolo Orano a Enrico Corradini, che avevano sostanzialmente presentato la Chiesa cattolica come erede dell’Impero romano e come scollegata dal cristianesimo, orientale e semitico, estraneo allo spirito italiano. La continuità tra la Roma imperiale e la Roma cattolica, basata sull’idea che la Chiesa avesse ereditato la struttura istituzionale imperiale, serviva a Mussolini anche a stabilire una continuità tra la Roma imperiale e la Roma fascista. In definitiva, il tentativo fu quello di creare un nazional-cattolicesimo, funzionale all’ideologia fascista e alla coesione identitaria degli italiani. Per la Chiesa cattolica, però, quel tentativo era del tutto inaccettabile. Quando nel 1929 Mussolini, presentando alla Camera i Patti Lateranensi, riprese le teorie sull’origine romana del cattolicesimo – affermando che se la religione cristiana fosse rimasta in Palestina “si sarebbe spenta, senza lasciare traccia di sé” – Pio XI commentò amaramente le parole del duce: “Men che tutto Ci aspettavamo espressioni ereticali e peggio che ereticali sulla essenza stessa del Cristianesimo e del Cattolicesimo”.

Valerio De Cesaris è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università per Stranieri di Perugia. I suoi libri più recenti sono Vaticano, fascismo e questione razziale (Guerini 2010), Spiritualmente semiti. La risposta cattolica all’antisemitismo (Guerini 2017), Il grande sbarco. L’Italia e la scoperta dell’immigrazione (Guerini 2018), Seduzione fascista. La Chiesa cattolica e Mussolini 1919-1923 (San Paolo 2020). Ha recentemente curato i volumi Il confine mediterraneo. L’Europa di fronte agli sbarchi dei migranti (Carocci 2018, con E. Diodato) e L’immigrazione in Italia da Jerry Masslo a oggi (Guerini 2020, con M. Impagliazzo).

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