“Se potessi, ti regalerei Napoli. Cinque percorsi tra persone, storie e strade” di Ciro Pellegrino

Ciro Pellegrino, Lei è autore del libro Se potessi, ti regalerei Napoli. Cinque percorsi tra persone, storie e strade, edito da Rizzoli; una “guida” avvincente e documentatissima, un inno alla napoletanità e alla città che ne incarna l’anima: cosa rende meravigliosamente unica la città partenopea?
Se potessi, ti regalerei Napoli. Cinque percorsi tra persone, storie e strade, Ciro PellegrinoOgni città ha qualcosa di unico, di speciale. L’unicità è nella «risposta che dà a una tua domanda» di cui parlava Italo Calvino ne “Le città invisibili”. Napoli a mio modo di vedere va oltre. Ha più domande che risposte, ha più dubbi che certezze. Tu puoi fotografarla, incasellare la tua immagine con giorno, mese, anno e ora, descrivere ciò che hai visto e connetterla al resto di ciò che vedi. Ma non aspettarti di rivedere la stessa scena il giorno dopo o l’anno dopo. È costantemente in fieri, Napoli. Una delle cose più belle che ho sentito dire di questo libro da chi, bontà sua, l’ha letto subito, è stata «hai fotografato la Napoli di oggi legandola a quella di ieri e immaginando quella di domani». Per un giornalista prestato ad altro tipo di scrittura non male, no?

Sai, il viaggiatore che arriva qui per la prima volta è costretto a farsi carico di una serie di luoghi comuni da sfatare o confermare. Ha sentito già parlare di Napoli, ci ha già fatto i conti ma solo nella sua mente. Quando ci mette piede però cambia tutto. È quello il momento che io adoro. Per questo il libro inizia con la stazione ferroviaria principale, quella di piazza Garibaldi.

E poi c’è il napoletano. Un tempo si diceva “napoletano verace”, oggi detesto questa definizione. Chi qui c’è nato e ci vive o magari se n’è andato ma ha la città nel cuore. O è andato via anni fa per poi ritornare. Beh, il napoletano quando sente gli altri parlare della sua città affronta narrazioni spesso agli antipodi, «tra l’inferno e il cielo» direbbe Pino Daniele. Narrazioni spesso figlie di fatti di cronaca e di semplificazioni incredibili. Alla fine è forse questa la cosa davvero speciale: l’eterna discussione sulla natura di una città non incasellabile.

Quali luoghi consentono di vivere più intensamente la città?
Sicuramente il centro storico di Napoli, l’area greco-romana, resta uno dei luoghi più potenti, suggestivi, ricchi d’arte e di vita. Il turismo di massa sta cambiando alcune cose e lo sta facendo rapidamente. Su questo vorrei soffermarmi un attimo. Napoli ha avuto tanti dominatori nei secoli: si è adeguata, ha fagocitato, digerito, si è trasformata ed ha fatto suo il cambiamento. Napoli ha una caratteristica dei luoghi dei grandi romanzi, quelli in cui ci sono grandi amori o grandi conflitti: fanno da scenario alle vite delle persone e al tempo stesso ne cambiano irrimediabilmente il destino.

In Se potessi, ti regalerei Napoli ho voluto parlare non solo del centro ma anche di aree non molto raccontate a chi non è napoletano: il Vomero, zona residenziale e di grandi storie – si pensi alla lotta di Resistenza durante le Quattro Giornate di Napoli; Bagnoli, ovvero l’area ex siderurgica dove per decenni migliaia di operai hanno colato acciaio, davanti ad uno dei panorami più belli al mondo. E infine Secondigliano e Scampia: da anni raccontate per le faide di camorra che hanno poi ispirato romanzo, film e serie tv “Gomorra” oggi vivono una trasformazione importante. E nel libro ho chiesto proprio a Roberto Saviano, a dieci anni dalla prima puntata della serie tv, di raccontarmi questo pezzo di città, spiegando cosa è cambiato e cosa invece dovrà ancora cambiare. Raccontare la periferia Nord di Napoli è stata una delle cose che mi ha fatto più piacere. L’idea di trasformare quell’area in un luogo da visitare e non da raccontare nelle pagine di cronaca nera è stato entusiasmante. Vedrete: Secondigliano è la Napoli del futuro.

Nel libro, ogni vicolo, via o piazza della città trasuda storia e vita: quali sono le tappe davvero obbligate per il turista?
Io spero che dal libro si capisca una cosa in particolare: un viaggio nella Napoli che i pacchetti turistici amano definire “autentica” non può prescindere dal rapporto con i napoletani. Dunque più che dirti di salire (nel libro consiglio di scendere…) ai Quartieri Spagnoli per il murale di Maradona o di addentare una sfogliatella in via Toledo o di goderti da Castel Sant’Elmo, cioè il punto più alto della città, io ti direi connettiti alla gente, cerca interazione, parla, carpisci storie, colori, odori, sapori. Non andare a Napoli: sii Napoli.

Se potessi, ti regalerei Napoli conduce il lettore lungo cinque itinerari cittadini. Siccome io sono un gran fruitore dei mezzi pubblici che a Napoli fanno un po’ patire, pure se piano piano stanno migliorando, ho immaginato una visitatrice o un visitatore in metropolitana. A tal proposito c’è una testimonianza davvero insolita: ho chiesto ad Alessandro Siani di parlare della metro. Motivo? Il suo primo grande spettacolo di successo, “Fiesta!” era idealmente ambientato in un vagone della metropolitana napoletana.

Dunque una cosa che direi subito di visitare, di usare, è proprio la metropolitana: connette mondi che convivono nella stessa città. Direi al visitatore o alla visitatrice: girate, non restate in un solo posto. Napoli non è solo luoghi da foto Instagram e cibo da video su Tiktok, è anche la capacità di osservare i cambiamenti che via via si sono stratificati nei secoli.

Dove si mangia la miglior pizza di Napoli?
Domanda fondamentale! Nel libro si parla molto di cucina napoletana e rispondo a due domande: dove si mangia la miglior pizza di Napoli e quale bar fa il miglior caffè. Non voglio anticipare niente di ciò che spero leggerete, ma la risposta sulla pizza necessità di un ragionamento a monte. La pizza non è solo questione di pasta, farina, ingredienti e cottura: va oltre, è sentimento. Si mangia con bocca, olfatto, tatto ma anche col cuore, coi ricordi, con la gioia. Questo l’hanno capito ormai da tempo grandi chef che offrono “esperienze” e “viaggi” più che cene o pranzi.

La pizza è anche un po’ soul food. È nata povera, per il popolo. Nelle motivazioni che hanno portato l’arte dei pizzaioli napoletani a diventare Patrimonio immateriale dell’umanità per l’Unesco c’è anche questa fondamentale caratteristica: «Favorisce l’incontro sociale e lo scambio intergenerazionale». Oggi abbiamo pizzaioli-star che partendo da Napoli hanno aperto locali in tutto il mondo, da Milano a New York fino a Dubai. Io nel libro ho parlato col più conosciuto fra loro, Gino Sorbillo. E l’ho fatto in un momento davvero particolare della sua vita professionale: aveva appena inserito nel menù dei suoi locali la “pizza con l’ananas” scatenando un putiferio tra i puristi ed entusiasmando gli americani, tant’è che poche ore prima il New York Times gli aveva dedicato mezza pagina di giornale.

Nel libro, lo scrittore Maurizio De Giovanni ti accompagna sui luoghi del calcio, una “fede” per i suoi abitanti: cosa rappresenta, per i napoletani, il “San Paolo”?
Maurizio De Giovanni è uno degli scrittori italiani di maggior successo: ogni suo personaggio prima è amato dal pubblico dei libri e poi magicamente prende fattezze umane nel corpo di un attore o di una attrice e diventa fiction televisiva da milioni di spettatori. Parlare con lui ti connette alla Napoli di oggi che trae forza dalle radici della città antica. Chi lo ama e lo legge sa benissimo che Maurizio è un grandissimo appassionato di calcio e tifoso del Napoli. Quando gli ho chiesto di parlarmi dello stadio cittadino, quello che un tempo era il San Paolo e oggi è lo stadio “Diego Armando Maradona” ha fatto un discorso perfetto: era un racconto chiuso, un sogno di una notte di mezza estate. Lo stadio non è solo il luogo che racconta imprese, vittorie, sconfitte e ascese del Calcio Napoli, ma anche lo scenario della prima “apparizione”, come la definisce De Giovanni, di Diego Armando Maradona a Napoli. Alla mia domanda lui esordisce proprio così: «Ciro, c’è una considerazione importante da fare sull’attitudine di questo popolo ed è quella di crearsi delle divinità e quindi delle cattedrali, dei tempi laici votati a queste divinità. Siamo il popolo del miracolo! Ma perché, cos’è il miracolo? Quello che arriva ad un certo punto per portarti benessere senza programmare, costruire, organizzare. Arriva il miracolo e risolve».

Davanti a tanta epicità io ho tentato solo di fornire elementi di contesto, da cronista. Raccontando ad esempio la storia delle tre Torri di piazzale Tecchio costruite per i mondiali di Calcio che nel 1990 si sono tenuti in Italia.

Cosa significa in fondo essere napoletani?
Il motivo del titolo di questo libro, Se potessi, ti regalerei Napoli rappresenta proprio l’impossibilità di rispondere! Nel corso degli anni, di pari passo con varie vicende di cronaca, dalle faide di camorra all’emergenza rifiuti, mi è stato spesso chiesto «ma come ci si sente ad essere napoletani?». Ed era sempre la richiesta di raccontare uno stato d’animo legato ad un guaio della città. Dunque rabbia, scoramento, speranza. Oggi qualcosa è cambiato. Chi fa questa domanda oggi vuole sapere delle esplosioni di gioia – pensa allo scudetto – o come ci si sente ad avere una città amata da turisti di tutto il mondo, riscoperta nella sua bellezza e al tempo stesso pronta a trasformarsi per affrontare uno dei suoi innumerevoli cambiamenti. La risposta mia è sempre la stessa: guarda, se potessi io Napoli te la regalerei, te la farei portare in giro per il mondo per vedere l’effetto che fa, per farti capire che significa essere napoletano. Ma non è possibile. Solo Napoli può regalarti Napoli. Dunque occorre viverla, almeno un po’, accettarla e godertela. Solo così avrai la risposta a questa domanda.

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