“Scrivere storia nel medioevo. Regolamentazione delle forme e delle pratiche nei secoli XII-XV” a cura di Fulvio Delle Donne, Paolo Garbini e Marino Zabbia

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Prof.ri Fulvio Delle Donne, Paolo Garbini e Marino Zabbia, Voi avete curato l’edizione del libro Scrivere storia nel medioevo. Regolamentazione delle forme e delle pratiche nei secoli XII-XV pubblicato da Viella: quale evoluzione caratterizza, tra la fine del XII secolo e la metà del XIII, la produzione storiografica e cronachistica?
Scrivere storia nel medioevo. Regolamentazione delle forme e delle pratiche nei secoli XII-XV, Fulvio Delle Donne, Paolo Garbini, Marino ZabbiaLa produzione storiografica e cronachistica, nel corso del lungo millennio medievale, non ha tratti stabili. Mancava una regolamentazione certa, non c’erano punti di riferimento fissi: le antiche auctoritates, come Cicerone, modello assoluto per la scrittura letteraria nell’Occidente latino, non avevano definito regole. Così, nel corso dei secoli, soprattutto, quando fu meno intensa (se non rifiutata del tutto, perché espressione di una cultura non cristiana) l’applicazione dei modelli dei più illustri autori antichi, incontriamo differenti forme di scrittura o di annotazione memorialistica: gli annales (riformulati completamente rispetto a quelli della latinità antica), le cronache, le historiae, i diari, i libri di famiglia, i cartulari, etc. Tutti, al nostro sguardo, possono apparire legati tra loro, perché tutti sono espressione dell’esigenza ineludibile dell’uomo di ricordare ciò che ha visto o conosciuto (la memoria è ciò che caratterizza l’individuo). Ma questo è solo un aspetto esteriore. In realtà, tutti divergono irrimediabilmente, e anche i testi che ci sembrano maggiormente assimilabili tra loro si rivelano assai difformi, proprio perché non esistevano linee di condotta condivise. In altri termini, non esisteva un “genere” ben definito: la storia, del resto, non si insegnava nella scuola o nelle università, e veniva richiamata solo se necessaria alla comprensione di un testo da leggere o commentare. A nostro parere, è solo a partire dalla fine del XII secolo che il genere storiografico cominciò lentamente a stabilire i suoi canoni, e solo nell’età umanistica, verso la metà del XV secolo, fu finalmente elaborata una specifica ars de historia conscribenda, cioè una regolamentazione teorica molto dettagliata del modo in cui doveva essere scritta la storia. È in tali secoli che si sviluppano una sempre più specifica formazione retorico-giuridica universitaria (che è alla base di gran parte della scrittura storica) e una coscienza precisa della mutazione dei tempi, che genera senso di distanza dal passato. Ovviamente, tracce sporadiche si trovano anche nei secoli precedenti, ma è a partire dal periodo che abbiamo preso in esame che cominciamo a trovare dichiarazioni sempre più esplicite sul ruolo dello storico, come, ad es., nelle opere di Gervasio di Canterbury, di Boncompagno da Signa o di Rolandino da Padova. E procedendo su questa strada si arriva, nella seconda metà del XV secolo, fino alla trattatistica specifica, che trova un punto fermo nell’Actius di Giovanni Pontano (1499).

In che modo, in questo periodo, si fissano le pratiche e si definiscono le regole per la scrittura di un testo storiografico?
Come si è già anticipato, in questo periodo, ma in realtà in tutto il Medioevo, non esistono regole per scrivere un testo storiografico perché dal mondo classico arrivava poco: i greci erano ignoti e i latini avevano lasciato solo qualche appunto, come Cicerone (in particolare De legibus, I 5; De oratore, II 36; Fam., V 12) o Quintiliano (in particolare Inst., X 1, 31). Per questo nel Medioevo esistono tipologie disparatissime di scritture storiografiche: è un universo testuale senza regole. Si dovrà attendere l’umanesimo perché si inizi a elaborare una “arte dello scrivere storia” e si dovranno attendere i primi sporadici casi nella Germania del tardo Cinquecento perché la storia sia insegnata nelle università. Come tuttavia mostrano bene i contributi raccolti nel volume, già a partire dall’XI secolo si trovano chiari segni, via via sempre più evidenti, della tendenza della storiografia a costituirsi come sapere specifico e addirittura professionale.

Quali elementi caratterizzano una scrittura storica?
Le tematiche affrontate in questo volume sono state oggetto di uno specifico progetto di ricerca (PRIN), durato alcuni anni, nel corso dei quali abbiamo già avuto modo di esporre le nostre linee interpretative. Richiamiamo qui due lavori precedenti (scaricabili gratuitamente) che contengono altri nostri interventi: Tra storiografia e retorica: prospettive nel basso medioevo italiano, a cura di Marino Zabbia, dossier di «Reti medievali. Rivista», 19/1 (2018), pp. 547-625 (http://www.rmojs.unina.it/index.php/rm/issue/view/423); e il volume In presenza dell’autore. L’autorappresentazione come evoluzione della storiografia professionale tra basso Medioevo e Umanesimo, a cura di Fulvio Delle Donne, Napoli FedOA 2018 (http://www.fedoabooks.unina.it/index.php/fedoapress/catalog/book/93). Dunque, possiamo dire che abbiamo maturato con attenta riflessione e approfondita lettura delle fonti il nostro modello teorico – del quale siamo fermamente convinti – che basa la riconoscibilità della scrittura storica “professionale” su 3 fattori principali, i quali sono per l’appunto, i medesimi indagati specificamente nelle 3 sezioni del volume: 1) auto-consapevolezza autoriale nell’uso di uno specifico metodo e di un determinato linguaggio; 2) ricerca specifica delle fonti e indagine precisa su di esse; 3) stile, sintassi e forme linguistiche adeguate (la storiografia è sempre opus oratorium maxime, secondo la definizione ciceroniana), soprattutto in prosa (ma con importanti eccezioni poetiche, come rivela bene il contributo di Marco Petoletti, dedicato a testi di area veneziana).

In che modo l’autoconsapevolezza rappresenta una misura della professionalizzazione dello storiografo?
Abbiamo definito tra fine XII e fine XV secolo l’arco cronologico entro cui riscontrare l’acquisizione di una sempre maggiore consapevolezza dello storiografo nell’uso di uno specifico metodo o di un preciso linguaggio. È allora – come si spiega con nettezza nel saggio di apertura della prima sezione del volume, di Fulvio Delle Donne – che lo storico comincia a distinguersi dal più umile cronista, che pure prosegue tranquillamente la sua attività anche nei secoli successivi. Tale consapevolezza matura parallelamente allo sviluppo dell’ars dictaminis, che per chi non la conosce si riduce a banale tecnica formulare finalizzata alla compilazione di epistole o documenti cancellereschi. In realtà, l’ars dictaminis egemonizza la cultura di quei secoli (come si mostra con chiarezza nel saggio di Benoît Grévin), fino all’avvento dell’Umanesimo, che le si contrappone. E le si contrappone proprio perché nasce dalle stesse duplici radici: da un lato, la conoscenza tecnica e regolamentata delle forme retoriche e sintattiche della lingua (sia essa il latino o il volgare) organizza con precisione l’esposizione; dall’altro, il possesso delle strutture del diritto, rinato con la nuova diffusione del codice di Giustiniano, consente la comprensione delle istituzioni pubbliche o private in cui si vive. Dunque, un filo unico lega la consapevolezza dello storiografo con quella dell’oratore-dictator, ovvero del maestro di ars dictaminis, esperto di retorica ma anche di diritto (endiadi indissolubile in quei secoli, dal momento che non si poteva studiare l’una senza l’altro). Quell’autoconsapevolezza non è, però, solo tecnica, ma anche “intellettuale” e sociale, dal momento che sono proprio i dictatores italiani, in quei decenni, a riscrivere la sintassi del discorso politico: in ambito comunale centro-settentrionale, come rivelano, ad esempio, gli interventi di Enrico Faini (su Tolosano da Faenza), o di Aberto Cotza e Cecilia Iannella (dedicati alla ricca e lunga produzione pisana); ma anche in Italia meridionale, come rivelano le riflessioni di Bartolomeo Facio, di Lorenzo Valla o di Giovanni Pontano (rammentati nel contributo di Delle Donne), o i testi siciliani indagati da Pietro Colletta. Quella cultura, soprattutto nella letteratura in latino, mostra la sua evoluzione in Galvano Fiamma (studiato da Federica Favero) o nei pre-umanisti Albertino Mussato e Ferreto Ferreti (indagati da Rino Modonutti), giungendo a più piena maturazione in Biondo Flavio o in Antonio Bonfini (studiato da Martina Pavoni). Tuttavia, anche coloro che scrivono in volgare rivelano tracce evidenti di autorialità nelle strategie lessicali adottate (come è rivelato pienamente negli interventi di Davide Cappi, di Chiara De Caprio o di Carole Mabboux). Insomma, è dalla riconoscibilità sociale acquisita attraverso il compimento di studi superiori di tipo retorico-giuridico che riverbera originariamente l’autocoscienza tecnico-professionale – e dunque intellettuale e politica – dello storiografo, che gradualmente si eleva da scriptor ad auctor, da umile artigiano a superbo artista. In questo modo diviene finalmente, nel XV secolo, un professionista della memoria, affrancato dalla sottomissione ad altre discipline.

Quale uso delle fonti fa il cronista alla fine del medioevo?
Come spiegato più dettagliatamente nel saggio di apertura della seconda sezione, di Marino Zabbia, per il cronista la fonte più autorevole era la propria diretta testimonianza: essere stato presente ai fatti, o meglio ancora avere avuto un ruolo nella gestione della cosa pubblica costituirono a lungo una spinta decisiva per dedicarsi alla scrittura della storia. Ma questi autori erano consapevoli della necessità di completare il quadro con altre informazioni e quindi – attenti soprattutto alle vicende coeve – utilizzavano quanto riferito loro da testimoni degni di fede, di norma persone autorevoli per ruolo sociale e condotta di vita. Dalla fine del Duecento però la spanna cronologica delle cronache si allargò per comprendere anche la ricostruzione dei fatti cronologicamente più lontani: accanto alla testimonianza diretta e ai racconti orali (che permettevano di tornare indietro di circa un secolo) i cronisti usarono allora anche fonti scritte, principalmente altre cronache ma anche opere che risalivano all’antichità romana. Furono i frati domenicani a realizzare le migliori tra queste compilazioni (si vedano i saggi di Sara Crea e Federica Favero), ma pure autori laici attivi in tutte le regioni italiane redassero testi in cui le cronache furono utilizzate per scrivere altre cronache (un esempio significativo è rappresentato dai codici miscellanei indagati da Jakub Kujawiński).

Quali scelte stilistiche caratterizzano la scrittura storica medievale?
La questione è affrontata specificamente nel saggio di apertura dell’ultima sezione, di Paolo Garbini. Per i motivi cui si è alluso nella risposta alla seconda domanda, non è possibile individuare una, cioè una sola, scrittura storica medievale. Per rimanere nel vastissimo ambito della storiografia mediolatina, l’estrema varietà di scelte stilistiche che si offre ai nostri occhi dipende dal grado di cultura e anche dalle intenzioni dei singoli storiografi (abbiamo testi in prosa alta, in prosa trasandata, testi che combinano altri testi, prosimetri, testi in poesia, e in ciascuna di queste tipologie si può riscontrare una ampia gamma di soluzioni…). C’è però una costante: nonostante il percorso verso la professionalizzazione della scrittura storiografica che si è individuato con chiarezza in questo volume anche per la storiografia in volgare, per tutto il Medioevo e però ancora nell’età moderna, vige l’antica – e cioè dei classici – identificazione tra storiografia e retorica. Per questo il problema dello stile ha assillato tanti storiografi non solo nello scrivere i propri testi, ma anche nel leggere quelli altrui: lo stile infatti è sempre legato a un’epoca e proprio le esigenze dei tempi che cambiavano hanno indotto molti storici a riscrivere testi di autori precedenti ritenuti superati non per i loro contenuti ma appunto per la loro forma.

Quando l’attività storiografica diventa una professione dalle caratteristiche definite e condivise?
L’attività storiografica ha una tradizione lunghissima che si suole far iniziare nella Grecia antica, ma divenne una professione vera e propria solo nel XIX secolo, quando l’insegnamento della storia approdò nelle università, mentre fiorivano numerose società e accademie nazionali e locali votate alla ricerca storiografica. Nel corso del medioevo furono scritte numerose cronache (ne rimangono circa 500 di quelle composte in Italia dal XII al XV secolo), ma sempre ad opera di autori che svolgevano professioni diverse da quella dello storico e che avevano ricevuto una formazione scolastica in cui non era previsto l’apprendimento della storia. In Italia tra XI e XII secolo scrissero cronache alcuni chierici legati alla cattedrale o alle principali chiese cittadine; dall’inizio del XIII secolo da questo gruppo di letterati non provenne più alcun cronista, ma nel frattempo si era affermata una nuova figura di scrittore di storia che di mestiere faceva il notaio e scriveva i documenti dei privati e delle istituzioni; dalla fine del Duecento tornarono a scrivere di storia anche i chierici, non più preti ma frati domenicani e francescani; nel Trecento, infine, accanto a notai e frati troviamo anche storici che venivano dal mondo dei mercanti. Se è interessante osservare da quali professioni provenivano i cronisti, è utile anche segnalare quali furono quelle che, pur prevedendo una solida formazione culturale, non ne produssero. Tra queste vanno considerate in primo luogo quelle legate alla formazione universitaria: non abbiamo cronache dovute a medici (con l’eccezione dell’Anonimo romano) e ai dotti giuristi, i quali pure in qualche caso composero opere letterarie di assoluto rilievo (basti pensare a Cino da Pistoia). Pure i grandi letterati italiani dei secoli XIII e XIV non scrissero cronache, semmai – come Petrarca e Boccaccio – si provarono in altri generi letterari legati alla storiografia (raccolte di biografie). Il passaggio all’Umanesimo fu, anche in questo caso, una rivoluzione visto che quasi tutti i principali intellettuali del Quattrocento scrissero anche di storia.

Fulvio Delle Donne è professore di Letteratura latina medievale e umanistica presso l’Università degli Studi della Basilicata. Nella sua ampia produzione scientifica coniuga i metodi e gli interessi filologico-letterari con quelli storici, coprendo un arco cronologico che va dal VI al XVI sec. È autore di numerosissime edizioni critiche e volumi monografici: gli ultimi sono Tredici contro tredici. La Disfida di Barletta tra storia e mito nazionale (2020); La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia (2019). È il presidente del Centro Europeo di Studi su Umanesimo e Rinascimento Aragonese – CESURA.
Paolo Garbini è professore di Letteratura latina medievale e umanistica presso la Sapienza, Università di Roma. Mirando a coniugare filologia e critica letteraria ha prodotto numerosi studi, edizioni critiche e traduzioni riguardanti la letteratura latina dall’alto medioevo fino al Rinascimento. Principali filoni di ricerca: preumanesimo; letteratura di scuola; autobiografia; agiografia; storiografia;
ars dictaminis; poesia enigmistica e letteratura di gioco; studi tematologici. Ha scritto anche su riviste letterarie e di divulgazione.
Marino Zabbia insegna Storia medievale all’Università degli Studi di Torino. Si occupa di storia della cronachistica medievale, di storia della cultura notarile e di storia della medievistica di Otto e Novecento. Tra le sue pubblicazioni:
Albertino Mussato da filologo a storico, in «Reti Medievali Rivista», 19/1 (2018), pp. 571-598, Ricerca medievistica e urgenza politica al confine nord-orientale d’Italia (1881-1915), in «Reti Medievali Rivista», 16/1 (2015), pp. 221-241, e L’investitura notarile e la validità degli “instrumenta” alle soglie del Duecento. Il caso del notaio Domenico da Pirano, in «Scrineum Rivista», 10 (2013), pp. 191-214.

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