Dottor Perrone, Lei è autore del libro Scaccomatica. I conti della Regina. La matematica gioca a scacchi, pubblicato per i tipi di Jouvence-Freemedia: che nesso c’è tra scacchi e matematica?
Scaccomatica. I conti della Regina. La matematica gioca a scacchi Marcello PerroneUno degli obiettivi che mi sono posto quando ho iniziato a lavorare sul progetto del libro Scaccomatica – I Conti della Regina, ovverossia quando ho raccolto il materiale di base per arricchire le mie lezioni di scacchi mediante aspetti che vanno al di là della parte prettamente tecnica, spaziando in un mondo parallelo, magico e affascinante e nel contempo storico – culturale, è stato quello di fornire un’idea del legame tra il mondo degli scacchi e quello della matematica. Semplicemente perché ho notato che i giocatori di scacchi sviluppano abbastanza rapidamente facoltà logiche, che li aiutano nell’apprendimento delle materie scientifiche, e riescono meglio a pianificare e decidere il proprio futuro. Questo è avvenuto per me da ragazzo, ma ho avuto conferme anche da adulto, come giocatore e istruttore di scacchi, dai genitori dei miei allievi i quali mi raccontavano (ma anche oggi) i rapidi successi nelle materie scolastiche, specie in matematica. Studi e ricerche attuali sono allineati su questo, vedi ad esempio il Progetto Castle recentemente presentato a Torino (26-27 maggio 2017), secondo cui gli scacchi aiutano i giovani nell’apprendimento della matematica.
La partita a scacchi, al di là della storia e della letteratura, nei miei primi anni di gioco a tavolino mi appariva non come un confronto tra due modi di pensare, anche se più comunemente si dice “lotta mentale”, ma come un ricerca introspettiva del proprio carattere che esulava dalla presenza o meno dell’avversario (ne sono convinto anche oggi). Questo particolare mi ha permesso di associare agli scacchi i metodi e la bellezza di strutture e teoremi tipici della matematica. Ritengo che questo sia dovuto in parte anche alla mia formazione professionale che si è sviluppata nel tempo attraverso gli studi classici nel Liceo e successivamente gli studi universitari in Fisica e Astrofisica, che hanno occupato gli anni della mia gioventù.
Certo quando si parla di “partita” si pensa subito ad una competizione agonistica tra due o più persone. Di conseguenza saltano subito al pensiero concetti quali vittoria, sconfitta o pareggio. In ogni caso si parla di “scelta”, perché la vittoria è una conseguenza di una mossa scelta dall’avversario (sicuramente un errore) oppure, in maniera del tutto equivalente, la sconfitta dipende da una propria scelta (anche in questo caso sicuramente un errore). Comunque, qualsiasi risultato alla fine della partita è un’informazione certa, che determina conseguenze, soprattutto psicologiche, riguardanti il proprio essere. Ebbene, già questo ragionamento è Matematica ed è stato affrontato e discusso dai matematici agli albori della nascita della Teoria dei Giochi.

A questi aspetti devo aggiungere anche un’altra mia grande passione che coltivo fin da ragazzo. Sarà banale ma è così: mi piace la musica e la pratico con più di uno strumento! La struttura di una composizione musicale, anche se fondata su concetti e contenuti tecnici diversi, tuttavia si basa su metodi “combinativi” molto simili a quelli degli scacchi e della matematica. Mi spiego meglio, una combinazione di pezzi che concorre alla realizzazione di uno scaccomatto o quantomeno di un guadagno di materiale è una sequenza logica di passi che infine provoca in noi emozioni e sensazioni analoghe a quelle che si provano componendo un bel pezzo musicale di qualsiasi genere oppure costruendo una struttura logica di combinazioni numeriche e ragionamenti che spiegano casi reali nel campo della matematica o della fisica … Ebbene, tutto questo è piacevole! Nel senso più ampio e positivo del termine.
Vi giuro è vero … l’ho provato anche io!
In ciò mi distacco, comunque fortemente, da alcune correnti di pensiero, che oggi considero quantomeno semplici anacronismi, secondo cui la competizione scacchistica che porta ad annullare il Re (cioè scaccomatto al Re) nasconde una gelosa ostilità edipica nei confronti del padre … A mio parere gli scacchi non sono maschilisti, infatti molte donne giocano bene a scacchi e non hanno alcun complesso edipico nei confronti dalla madre o del padre, anzi amano confrontarsi con gli uomini alla pari! Un esempio per tutte è la scacchista ungherese Judit Polgar nata nel 1976, Grande Maestro nel 1991 a 15 anni (il titolo massimo negli scacchi). Lei ha sempre avuto come obiettivo il titolo di campione del mondo e per questo ha partecipato al torneo dei candidati, ma mai ad un torneo femminile. È la migliore donna in classifica mondiale e in carriera ha battuto anche molti Campioni del Mondo del calibro di Kaspàrov, Karpov, Kramnik, Anand… Nel 2014, già mamma di due bambini, si è ritirata dalle gare e ora si dedica a insegnare Scacchi a Scuola a tempo pieno. È la madrina del progetto europeo di Scacchi a Scuola lanciato con Kaspàrov (Delibera parlamentare votata a maggioranza nel 2011) che in sostanza invita gli Stati membri ad introdurre gli scacchi in tutte le scuole europee, riconoscendone la validità pedagogica.
In Italia nei Campionati Giovanili la partecipazione delle giovani scacchiste è in continua crescita, con una percentuale che raggiunge il 35-40% per la partecipazione nei tornei giovanili.
D’altra parte sembra che molti grandi scacchisti nella loro vita abbiano manifestato sintomi di schizofrenia o paranoia, specie alla fine della loro carriera scacchistica dopo tanti successi. Molti pensano che questo sia avvenuto per causa degli scacchi. Ad esempio Paul Morphy, Wilhelm Steinitz, Akiba Rubinstein, Aaron Nimzowitsch, Bobby Fischer e altri … A mio modesto parere queste persone non sono state sopraffatte dagli scacchi, ma si sono semplicemente ammalate, come tante altre persone che non giocano a scacchi.
Ritengo che le passioni come le mie (matematica, musica e scacchi) siano autentici svaghi per la mente … Infatti quando ho letto uno scritto di Massimo Bontempelli, mi sono emozionato perché in una sua frase molto semplice mi sono visto allo specchio ! Ho riportato volutamente quella frase nel libro: Il grande scacchista vive certamente in quel clima di sacra idiozia in cui stanno immersi i matematici e i musicisti – “La Donna del Nadir”.
Attenzione “idiozia” non “follia”, intesa come “rapimento” (concentrazione) perché per giocare bene a scacchi occorre estraniarsi dal mondo circostante e focalizzare i pensieri solo sulla scacchiera.
Mi piace riportare anche una bellissima frase di Siegbert Tarrasch (1862-1934), grande scacchista tedesco precursore del metodo posizionale: Gli Scacchi, come l’Amore e la Musica, hanno il potere di rendere l’uomo felice.
Queste le impressioni personali. Ma il legame tra Scacchi e Matematica affonda nella storia. Molti giocatori di scacchi di alto livello, abituati all’esercizio della tecnica avanzata del gioco, non trovano alcun nesso con la matematica. Questo può anche in parte essere vero, in realtà esistono diversi elementi che portano a considerazioni diametralmente opposte. Alcune prove storiche testimoniano come gli scacchi e la matematica siano intimamente connessi. Gli scacchi infatti sono uno dei giochi più antichi del mondo (circa 1400 anni) e … nello stesso tempo il più moderno e attuale, perché ha resistito attraverso i secoli giungendo fino a noi!

Prima prova. Si narra che gli scacchi siano nati con una leggenda ambientata intorno all’anno 600 d.C. in Persia: la Leggenda di Sissa. Un saggio bramino di nome Sissa sembra abbia spiegato il gioco degli scacchi ad un Re triste e privo di entusiasmo per la vita, dopo aver perso il figlio in una battaglia. Durante la spiegazione il Re mostrò molto interesse per il fatto che su una scacchiera di 64 quadratini (8×8) fossero schierati due eserciti contrapposti guidati da due Re con regole strane da cui emergeva una sorta di democrazia tra i pezzi dello stesso colore. Fu preso da emozione quando poi capì che il Re degli scacchi (“scacco” infatti deriva dal persiano Shah che vuol dire Re) può vincere solo con la collaborazione di ogni pezzo presente sulla scacchiera e talvolta anche con il sacrificio di un pezzo più potente. Il messaggio di Sissa era quello di dimostrare che il sacrificio negli scacchi, come nella vita, talvolta è necessario per assicurare vittoria e libertà al popolo. A questo punto il Re, resosi conto del profondo insegnamento che stava ricevendo, chiese a Sissa, anche con insistenza, quale ricompensa potesse dargli. Il bramino chiese allora “tanti chicchi di grano quanti si potevano calcolare a partire da 1 chicco sulla prima casella della scacchiera e raddoppiarli di volta in volta fino alla 64^”. Il Re non comprese subito la richiesta e ordinò ai suoi contabili di corte di calcolare l’ammontare dei sacchi di grano. Dopo pochi calcoli i contabili si resero conto che per soddisfare quella richiesta si sarebbero esaurite tutte le risorse del granaio del regno … Il numero finale dei chicchi è talmente grande che non si riesce neanche a leggerlo, approssimativamente si tratta di più di 18 miliardi di miliardi ! (ossia 18 seguito da 18 cifre). Numero che, come calcolato nel libro, comporta oltre un migliaio di anni di coltivazione al tasso attuale di produzione mondiale del grano.
Ebbene la storiella, citata anche da Dante nella Divina Commedia, è centrata su un problema di carattere matematico!
Seconda prova. La “leggenda” di Sissa può essere non attendibile, date le diverse versioni in circolazione. Secondo alcuni storici (Ricardo Calvo, Pavlev Bidev, Reinhard Wieber) negli anni ‘70 si è scoperta l’esistenza di un’altra prova: un antico “quadrato magico” risalente ad una sfida intellettuale lanciata dagli indiani ai persiani nel VI secolo d.C. sotto il regno sasanide. Un quadrato magico è un gruppo di numeri (matrice) disposti in modo che le somme sulle righe, sulle colonne e sulle diagonali forniscono sempre uno stesso numero detto costante magica. Il quadrato magico in questione è in un manoscritto arabo attribuito ad Al-Safadi e si trova a Berlino. Gli indiani, tra altri doni, regalarono ai persiani una tavola in cui era disegnato un quadrato magico di 64 caselle con dentro 64 numeri sfidandoli a decifrare le mosse dei vari pezzi del gioco degli scacchi, il codice genetico degli scacchi. In altri termini le mosse dei vari pezzi degli scacchi erano nascoste nel quadrato magico stesso: sommando i numeri corrispondenti ai tratti dei vari pezzi, che in quel periodo erano un po’ diversi da quelli attuali, il risultato dà sempre la costante magica 260, relativa ad una scacchiera 8×8. La sfida fu risolta da un matematico persiano in tre giorni. Sembra quindi che gli antichi inventori del gioco degli scacchi si siano serviti di un oggetto matematico, il quadrato magico appunto, per conferire ai vari pezzi il proprio movimento.

In tempi più recenti il concetto di anticipare le mosse dell’avversario ha portato a sviluppare il modello computazionale che ha dato origine alla creazione di programmi informatici in grado di giocare a scacchi. Questo ha dato vita ad una serie di sfide tra l’uomo e la macchina. Ricordiamo la più famosa, la sfida tra i supercomputer del colosso IBM e l’ex Campione del Mondo Garry Kaspàrov, terminata con la sconfitta dell’uomo. Occorre dire comunque che Kaspàrov ha proposto alla IBM una rivincita con alcune condizioni stabilite da lui stesso, ma la IBM non ha più accettato la sfida.
Quindi il gioco degli scacchi è esso stesso matematica! Del resto i concetti di pianificazione, calcolo delle mosse, anticipazione della strategia dell’avversario, creazione di una combinazione da scaccomatto, … sono astrazioni tipiche della matematica.
Tuttavia è stato dimostrato che il silenzio del pensare negli scacchi permette di sviluppare anche altre aree del cervello, quelle che riguardano la logica in generale e la costruzione del linguaggio e questo conduce ad un sostanziale beneficio in tutte le materie di studio specie per i giovani studenti nelle scuole.
Un’ultima considerazione a proposito di scuole. Il gioco degli scacchi abbinato ad alcuni aspetti matematici che si possono sviluppare in un programma di lezioni può essere un ottimo elemento di ricaduta in termini culturali e formativi per le giovani generazioni e un modo diverso di cogliere applicazioni utili nella vita quotidiana.

Su quali assunti può basarsi una strategia “scientifica” di gioco degli scacchi ?
Per affrontare la risposta a questa particolare domanda sarebbe necessaria una conoscenza  non dico profonda ma direi abbastanza tecnica. La strategia nel gioco degli scacchi ha un solo obiettivo: dare scaccomatto al Re! Il raggiungimento di ciò dipende dalle posizioni che un giocatore riesce a far assumere ai propri pezzi in ognuna delle tre fasi della partita: apertura, medio gioco e finale. In buona sostanza la strategia negli scacchi, come spiegato da Sissa, è molto simile a quella di un generale alla guida del proprio esercito.
Il gioco degli scacchi è detto “a informazione perfetta”, cioè ognuno dei due contendenti vede sul campo la stessa distribuzione dei pezzi che vede l’altro. Cioè non si può bleffare apertamente. Tuttavia esistono, in determinate circostanze, diversi modi di costruire trappole che si concludono con vantaggi, come ad esempio il sacrificio di un pezzo o di un pedone che conduce a mosse forzate per lo scaccomatto o per un beneficio posizionale.
La fine della partita può avere solo uno dei tre risultati possibili (vittoria, sconfitta, pareggio). E ciò in relazione alla strategia e alla profondità di pensiero di ogni singolo giocatore. I due avversari, dopo le prime fasi di sviluppo dei pezzi, costruiscono impianti posizionali per generare squilibri in campo, punti di forza o debolezze, in modo che questi possano essere sfruttati a proprio vantaggio con il contributo degli altri pezzi. Tutto questo si può realizzare attraverso impianti di apertura già codificati e studiati che possono rispondere alle aspettative e allo stile di ogni singolo giocatore. Certo in questo ragionamento non si tiene conto se la strategia di uno o dell’altro giocatore sia corretta o meno. Saranno gli squilibri sviluppatisi da una data variante di gioco a determinare uno dei tre risultati possibili e quindi la possibile supremazia di una strategia.

Da un punto di vista storico il concetto di strategia “scientifica” risale agli ultimi anni del 1800. In quell’epoca era ancora in auge il periodo “romantico”, contraddistinto da un gioco brillante e aggressivo con sacrifici di pezzi e complesse combinazioni che conducevano allo scaccomatto. Uno degli ultimi esponenti del periodo romantico è stato l’astro americano Paul Morphy (1837-1884), che già fin dall’età di 13 anni riusciva a vincere i più forti giocatori del tempo sia americani che europei, distinguendosi con il suo stile di gioco creativo e rivoluzionario utilizzando lo sviluppo immediato di tutti i pezzi che assicuravano il controllo di ampie zone della scacchiera, riuscendo nell’obiettivo di vincere. Dopo l’abbandono per malattia di Morphy, che comunque aveva introdotto concetti posizionali e strategie profonde, si distinse un giovane austriaco di nome Wilhelm Steinitz (1836-1900), che iniziò anche lui con uno stile di gioco romantico. A partire dal 1872 Steinitz, si servì dei principi posizionali già elaborati da Morphy e da un altro giocatore del periodo precedente, André Francoise Danican Philidor (1726-1795). Steinitz approfondì il gioco “posizionale” con analisi sistematiche e dettagliate delle posizioni. Il suo gioco non era spettacolare ma molto solido e, senza trascurare i minimi dettagli della posizione, riusciva a sfruttare al massimo i più piccoli vantaggi. Nacque così la strategia “scientifica”. L’influenza del suo stile di gioco è stata determinante per lo sviluppo degli scacchi nelle epoche successive. Steinitz è stato Campione del Mondo per un lungo periodo di tempo, dal 1866 fino al 1894. Quel periodo tuttavia, per l’aridità di spinte creative e l’esasperato dettaglio nel calcolo posizionale, faceva temere che gli scacchi avessero già esaurito le risorse di libertà estrosa e di fecondità inventiva. Intervenne quindi un’altra rivoluzione, la scuola “ipermoderna”, fondata sul controllo a distanza del centro agonistico sulla scacchiera partendo dai fianchi e non con il controllo stretto dei pedoni sul centro. Nello stesso periodo la filosofia ipermoderna sosteneva l’individualità in contrasto con la scuola scientifica secondo cui le regole generali vanno bene in tutte le situazioni. La scuola ipermoderna valorizzava la creatività individuale e la fantasia nel saper controllare le dinamiche del gioco.
Più recentemente lo sviluppo della tecnologia dei computer ha aperto la strada alla ricerca sull’Intelligenza Artificiale (AI). Il capostipite di questa ricerca è stato Alan Turing (1912-1954), matematico inglese e padre dell’informatica digitale. Gli studi sull’intelligenza artificiale hanno contribuito alla costruzione di programmi e macchine capaci di imparare dai propri errori e prendere decisioni, vere e proprie “macchine pensanti”, in grado di giocare anche a scacchi. L’avvento di queste macchine che giocano ha portato alla sconfitta nel 1997 di Kaspàrov, Campione del mondo in carica, contro il super computer Deep Blue della IBM. Questo evento aveva fatto precipitare gli scacchisti in un fatalismo comprensibile perché il gioco degli scacchi sembrava ormai finito e non c’era più margine per la fantasia e la creatività. Kaspàrov nel 2003 sfida il computer X3D Fritz. Anche in questo caso la forza di gioco del Campione del Mondo non riesce a superare quella del computer. L’incontro termina in parità e nelle parole di Kaspàrov si ravvisa un sorta di paura nei confronti di una macchina in grado di sfruttare a proprio vantaggio anche il più piccolo errore del Campione. La lotta uomo-macchina è ancora in atto.

Tuttavia oggi sembra essere iniziata una nuova era. Il Campione del Mondo attuale, il norvegese Magnus Carlsen (nato nel 1990), definito l’eroe dell’era dei computer, ha conquistato il titolo a 22 anni nel 2013. Ebbene di questo giovane campione, che ha anche avuto come allenatore Kaspàrov, si dice che nella sua preparazione professionale non abbia usato molto i programmi di scacchi, ma ha comunque giocato migliaia di partite su internet. Riporto quindi una frase di Paolo Maurensig, scacchista e scrittore del libro La variante di Lüneburg, che così dice del Campione attuale in una sua intervista al Corriere della Sera:
“Ciò che mi conforta è il fatto che le varianti vincenti escogitate da Carlsen non sono state neppure prese in considerazione dai vari super potenziati programmi di scacchi. Ciò significa che la mente umana non è ancora del tutto superata dai circuiti al silicio.
In ultima analisi il concetto di strategia “scientifica” è legato alla conoscenza di un gran numero di varianti che, tuttavia, a gioco corretto dei due contendenti porterà ad un risultato utile per entrambi. Oggi esistono diversi database contenenti le statistiche dei diversi tipi di aperture con il calcolo delle percentuali di vittorie o di sconfitte di un dato sistema di variante in apertura. Questo è utile per lo scacchista professionista che può disporre nel proprio bagaglio tecnico di un valore aggiunto sulla storia di un determinato schema di gioco. Ma la scelta è sempre del giocatore che esegue il tratto. Se vince vuol dire che la sua strategia usata ha avuto la meglio su quella dell’avversario … è come vedere una mossa in più rispetto all’avversario.

La matematica può essere molto utile nel determinare, durante il gioco, il valore di ciascun pezzo.
Sì questo è vero, d’altra parte questo è molto più vero per un giocatore abile nel gioco, che ha acquisito automaticamente questa abilità, perché nei cambi, quando si verificano squilibri, egli calcola se ciò è conveniente oppure no. La convenienza è spesso dettata dal guadagno di un piccolo vantaggio futuro, il controllo maggiore di una casa centrale oppure una disposizione più armonica dei pezzi. Tutto questo in alcuni casi genera anche una situazione interessante ricca di combinazioni che può stravolgere la partita e determinarne la fine con una serie di mosse che conducono alla vittoria. Mi riferisco al fatto che, anche se durante il gioco è necessario calcolare sempre il valore assoluto dei pezzi e giocare alla pari, in alcuni momenti il valore assoluto non ha alcun effetto e la situazione sul campo di gioco è tale da forzare una combinazione vincente anche se si possiede materiale di minore valore. In questo caso si parla di valore “relativo” dei pezzi, legato cioè alla situazione contingente. Un esempio di queste partite è la famosa Immortale vinta da Anderssen contro Kieseritzky il 21 giugno 1851 a Londra, in cui Anderssen con uno spettacolare sacrificio di un Alfiere, di due Torri e della Donna (quattro pezzi di cui tre forti) diede scaccomatto all’avversario, peraltro un valente scacchista, con due Cavalli e un Alfiere (pezzi minori).

Il Cavallo ha sempre affascinato con i suoi strani movimenti a L; quale valore strategico può assumere questo pezzo ?
Il Cavallo ha un movimento del tipo “a salto”, che scavalca gli altri pezzi e per questo risulta affascinante e misterioso, come un ‘drago’ che spunta all’improvviso e non si sa dove va a parare. Il movimento a salto descrive una figura composta da quattro quadratini (case) a forma di L. Più semplicemente, si può pensare ad un rettangolo 2×3 composto da 6 case sulla scacchiera. In questo rettangolo il Cavallo salta da una casa di un vertice a quello opposto. Il suo punto di forza consiste nella sua atipicità rispetto a tutti gli altri, perché con il suo salto riesce a conferire dinamicità in momenti della partita in cui sulla scacchiera sono presenti tutti gli altri pezzi, che perciò faticano a muoversi in quanto le loro linee d’azione si intralciano reciprocamente.
Ebbene, il Cavallo degli scacchi ha impressionato grandi matematici come Eulero e Gauss, grandi artisti, pittori, scultori, … Tecnicamente nel salto del Cavallo la casa di partenza sulla scacchiera è sempre di colore diverso rispetto a quello della casa di arrivo. Questo movimento del Cavallo ha suggerito uno dei più importanti esercizi di matematica, legati alla nascita della Teoria di Grafi e della Topologia. Lo scopo dell’esercizio è quello di far transitare il Cavallo su tutte le case di una scacchiera passandovi sopra una sola volta. Se si ritorna nel punto di partenza, i percorsi di questo tipo prendono il nome di cammini euleriani.
Tra i diversi metodi sviluppati dai matematici francesi dell’800 ho trovato interessante quello di disporre le sequenze dei tratti del cavallo in quattro poligonali chiuse di 16 tratti ognuna. Muovendo il Cavallo sui 4 percorsi chiusi si possono coprire una sola volta in sequenza tutte le 64 case della scacchiera. Il procedimento, spiegato passo passo nel libro, è semplice e può essere eseguito da ragazzi di tutte le età, anche dai bambini in età scolare. Questo procedimento è anche un ottimo esercizio di memoria.
Da un punto di vista strategico, in realtà, il Cavallo non è molto veloce. Rispetto ad un Alfiere, in finale di partita, il Cavallo è più lento e controllabile, l’Alfiere è più veloce perché controlla un numero maggiore di case. La potenza del Cavallo si esplica meglio nella zona centrale della scacchiera e nella fase del medio gioco, perché in quei momenti della partita è in grado di saltare a differenza dell’Alfiere che, muovendosi senza saltare, nel medio gioco è più lento.

Gli scacchi sono davvero “La palestra della mente”?
Gli scacchi sviluppano diverse qualità che fanno capo alle risorse elettive dell’essere umano: qualità tecniche tipiche di ogni disciplina sportiva e altre qualità che riguardano soprattutto la sfera mentale. Ne elenco qualcuna: la conoscenza delle regole tecniche di gioco, la capacità di concentrarsi e prendere decisioni anche in tempi stretti, l’abilità e la profondità di pensiero, la riflessione e la capacità dinamica di astrazione, ma la più importante di tutte è quella di riuscire a prevedere il futuro per mezzo del calcolo mentale su una sequenza di mosse più o meno obbligate che possono condurre alla vittoria.
Marcel Duchamp (1887-1968), pittore, scultore e scacchista francese, diceva che “con gli scacchi si possono creare problemi magnifici”. Un pensiero da intellettuale che testimonia il desiderio di decifrare la complessità nella modernità di quel periodo ( a mio avviso vale anche oggi) e che conferisce agli scacchi, in quanto metafora simbolica, una funzione altamente culturale e formativa in grado di facilitare l’apprendimento delle conoscenze e stimolare nuove idee. Un’altra sua espressione “Ogni scacchista è un artista” riassume quanto gli scacchi possano aver influenzato profondamente anche altri campi della cultura umana, oltre gli scacchi e al di là del gioco in sé.
Ludwig Wittgenstein (1889-1951), filosofo austriaco e appassionato di scacchi, era solito riferirsi ad essi frequentemente perché rappresentavano modelli per lo studio della matematica, del linguaggio e dei problemi di logica.
Richard Feynman (1918-1988), uno dei più grandi fisici moderni, il padre della meccanica quantistica, si serviva degli scacchi nelle sue lezioni per spiegare ai suoi studenti le difficoltà del metodo scientifico.

Per giocare bene a scacchi, oltre ad avere pazienza e saper aspettare anticipando le mosse dell’avversario, occorre attenta osservazione sulla disposizione dei pezzi sulla scacchiera e un preciso piano strategico su come sfruttare i punti deboli e quelli forti, attaccandoli o rinforzandoli a seconda dei casi. Per imparare le semplici regole del gioco è sufficiente solo una mezz’ora di tempo, ma la conoscenza strategica e la competenza tecnica si ottengono solo sperimentando sulla scacchiera le proprie idee giocando con frequenza e assiduità in molti tornei e in diversi anni di esperienze sul campo, mettendo in conto in particolare la sconfitta e soprattutto l’analisi del dopo partita con l’aiuto di un maestro allenatore: secondo gli esperti scacchisti, oltre lo studio sui libri e i database, questo è l’unico modo per migliorare e sfruttare al meglio le capacità strategiche.
Inoltre, nel lungo processo di apprendimento degli scacchi avanzati, si sviluppa anche una memoria a lungo termine di schemi e posizioni note che spesso si ripetono (i “pattern”) e diventano bagaglio tecnico nella mente del maestro di scacchi che acquisisce così, quasi inconsapevolmente, l’intuito di comprendere in tempi rapidi una buona o cattiva posizione e quindi prendere decisioni adeguate. Questa è certamente la differenza tra uno scacchista principiante, che perde più tempo a calcolare anche varianti minori, e uno scacchista di livello magistrale, il quale può scartare rapidamente le varianti aride o inconsistenti.
Anche se si gioca in assoluto silenzio, la mente è sempre in tensione e ciò comporta un enorme spreco di energie fisiche. Gli errori, comunque, sono sempre in agguato, ma negli scacchi gli errori delle prime competizioni vengono sostituiti da errori di ordine sempre più elevato perché cresce l’abilità tecnica e il mestiere, sicché l’attività mentale ne trae vantaggio crescendo sempre di livello. Ecco in questo ritengo gli scacchi una “palestra della mente”. La parte pensante del cervello è sempre attiva e questo incrementa la base culturale della formazione della persona, contribuendo ad allungargli anche la vita.
Già la formazione. Gli scacchi aiutano certamente a valorizzare le proprie risorse in merito alla pianificazione della vita stessa, ma soprattutto gli scacchi aprono la mente alle diversità. A mio avviso gli scacchi, proprio per questa poliedricità e adattabilità, sono una disciplina trasversale a tutte le attività sociali e sportive che implicano competizione o programmazione. Per questo dovrebbero far parte di un programma scolastico; un programma di studio che gioverebbe sicuramente alle attività formative e mentale di ogni bambino o adolescente in fase di crescita. Non solo, una delibera del Parlamento Europeo del 2012 invita gli stati membri della Comunità ad introdurre gli scacchi come materia scolastica fin dalle scuole primarie, riconoscendone l’alta funzione didattica. Il progetto è stato ideato e proposto dal grande Garry Kaspàrov in collaborazione con la più forte delle scacchiste mondiali, l’ungherese Judith Polgar. In diversi paesi europei, come la Francia, la Germania, la Spagna, l’Inghilterra, i paesi dell’est europeo, etc., gli scacchi fanno già parte del curricolo scolastico.

Perché questo sano obiettivo non si realizza anche nel nostro paese? Oggi in Italia gli scacchi sono riconosciuti dal CONI come Disciplina Associata. Si sa che, a differenza delle discipline sportive in cui il movimento e la fisicità sono fondamentali, negli scacchi l’attività preminente è di carattere mentale. Ma competizione e agonismo sono gli stessi. Le differenze peculiari si possono riassumere in due soli aspetti, caratteristici negli scacchi ma non nelle altre discipline: il sesso e l’età. Il sesso perché negli scacchi non esiste differenza tra Maschile e Femminile, esiste l’Assoluto, cioè in tutti i tornei possono competere alla pari sia uomini che donne senza alcuna distinzione; l’età perché non esiste alcuna differenza tra un bambino di 6 anni e un giocatore adulto, infatti a scacchi un bambino può battere tranquillamente un adulto. Tutto dipende dalla preparazione tecnica al di là del sesso o dell’età!
Ciò comporta integrazione nelle diversità con un unico obiettivo comune, dare scaccomatto alla mediocrità!