Sbornie sacre, sbornie profane. L'ubriachezza dal Vecchio al Nuovo Mondo, Claudio FerlanProf. Claudio Ferlan, Lei è autore del libro Sbornie sacre, sbornie profane. L’ubriachezza dal Vecchio al Nuovo Mondo edito dal Mulino: come giunse l’alcol nel Nuovo Mondo?
Arrivò nelle navi, come molte altre cose (armi, animali, libri, oggetti sacri). Il vino prima di tutto, indispensabile per la celebrazione delle messe oltreoceano: ma non solo nelle botti, furono importati anche semi e barbatelle di vite. Più tardi arrivarono anche i distillati, assieme alla competenza e alla strumentazione necessarie per la loro produzione. Vi furono navi nelle quali l’alcol rimase nascosto, diversi capitani infatti vietarono la distribuzione di bevande inebrianti tra equipaggio e soldatesca, nel timore di insurrezioni alimentate dall’ubriachezza.
Vi furono navi nelle quali l’alcol si distribuì in abbondanza, un esempio importante è quello della Mayflower, il galeone dei padri pellegrini (1620): durante quella traversata fermentati e distillati servirono anche per disinfettare l’acqua e furono consumati in abbondanza; del resto, all’epoca non si disdegnava di offrire un cicchetto ai bambini piccoli, perché si credeva facesse bene. E non stentiamo a dubitare che potesse agevolare il loro sonno.

Come era considerata l’ubriachezza in Europa alla vigilia della colonizzazione americana?
Nell’Europa cattolica era ritenuta un peccato di gola, accoppiato spesso (è proprio il caso di dirlo) in prediche e condanne a quello della lussuria. Il vino era parte integrante della dieta quotidiana e per la scienza medica dei secoli XV-XVI aveva anche della importanti proprietà curative e se ne consigliava l’assunzione per far fronte a molte malattie. Il nodo stava però nella quantità di consumo: sobrietà e moderazione erano le parole chiave. Nell’Europa protestante vi era maggiore indulgenza, l’ubriachezza veniva vista come un problema là dove veniva a creare difficoltà che oggi definiremmo “di ordine pubblico”. Di certo nelle osterie di Germania sobrietà e moderazione non erano protagoniste.
L’ordine pubblico era importante in tutta Europa: i disordini causati dall’ubriachezza molesta consigliarono molti sovrani a dettare leggi per cercare di contenere gli eccessi alcolici, leggi che però non riuscirono a cambiare i costumi.

Qual era la funzione sociale e religiosa dei fermentati nelle società precolombiane?
Soprattutto nelle società indigene dell’America spagnola (principalmente azteca e inca, ma non solo), bevande fermentate come pulque e chicha erano parte integrante della quotidianità, della cultura. Venivano offerte agli ospiti, in formule d’accoglienza non lontane da quelle che vivono ancora oggi: offrire un bicchiere a chi ti viene a trovare è cosa piuttosto comune. Costituivano poi, soprattutto la chicha (un fermentato del mais diffuso in area andina), un elemento centrale di celebrazioni religiose nelle quali, entro tempi e spazi molto ben determinati, era non solo lecita ma persino richiesta l’ubriacatura. L’ebbrezza era necessaria, per esempio, per raggiungere una maggiore vicinanza con la divinità. Agli dei poi si offriva il liquore per ringraziarli del raccolto, in una sorta di scambio di doni.
Infine, l’alcol aveva un ruolo centrale nei riti funebri di molte società indigene, come anche nelle cerimonie sacrificali, nel corso delle quali le vittime venivano condotte a totale stordimento prima di essere immolate sugli altari.

Come accolsero le bevande alcoliche gli indigeni?
C’è da rimarcare una enorme differenza tra le culture indigene che già conoscevano i fermentati e quelle che invece ne ignoravano l’esistenza, una differenza che potremmo individuare geograficamente segnando una linea divisoria tra domini coloniali iberici e franco-inglesi; familiari con l’alcol i primi, estranei i secondi.
Nel primo caso vi fu indubbiamente un problema religioso centrale: come poteva quella stessa Chiesa che insegnava la sacralità del vino condannare come demoniaco ogni fermentato di altra natura? Gli indigeni spesso non capirono infatti e successe di frequente che mescolassero le tradizioni utilizzando fermentati di mais nelle messe cristiane, suscitando orrore e condanna dei missionari.
Nel secondo caso invece vi fu una presa di contatto con l’ignoto, caratterizzata dalla difficoltà di gestirlo: l’ubriachezza spesso fu causa di smarrimento, come nel caso testimoniato dal missionario moravo John Heckewelder: incontrato un indiano a Pittsburgh intorno alla fine del XVIII secolo, gli chiese semplicemente «Chi sei?», la risposta fu «Sono Blackfish, una persona intelligente, quando sono a casa tra i miei, ma quando mi trovo qui sono semplicemente un maiale (hog)».

Quali conseguenze produsse l’arrivo dell’alcol nel Nuovo Mondo?
Molte furono tragiche. Penso prima di tutto al massacro di Wounded Knee, l’ultimo episodio delle guerre indiane (29 dicembre 1890), che vide l’uccisione di 153 lakota-minnecoju, in gran parte donne e bambini, sterminata da soldati dell’esercito americano molti dei quali erano pesantemente ubriachi. Questo è un episodio di ubriachezza non indigena, il quale ha segnato la storia indigena. Ma la mortalità legata all’alcol è tristemente presente con forza nella storia delle Americhe. Si è detto che abbia fatto la sua parte nella catastrofe demografica, il che è in parte realistico. Sappiamo poi che oggi il problema dell’alcolismo è davvero urgente nella sua tragicità all’interno delle tribù indigene, quelle nordamericane in particolare, ancora vincolate al sistema delle riserve; ma anche nell’area andina la questione è delicata.
L’arrivo dell’alcol europeo ha anche avuto importanti conseguenze economiche: molti colonizzatori si sono arricchiti grazie all’esportazione del modello, tutto europeo, della taverna. La sacralità dell’alcol indigeno, così fermamente combattuta dai missionari, ha tutto sommato vinto e ancora persiste nella ritualità di molte cerimonie, anche cristiane.< C’è anche da dire che i cinque statunitensi insigniti del primo Nobel per la letteratura nel Novecento ebbero tutti problemi legati all’alcolismo: Sinclair Lewis, Eugene O’Neill, William Faulkner, Ernest Hemingway e John Steinbeck. Di certo se le abitudini alcoliche europee non avessero attraversato l’Oceano oggi vivremmo in un mondo differente. Non sappiamo in che termini, ma differente.