Sara Ammenti: «la lettura è la forma di conoscenza più profonda che esista»

Dott.ssa Sara Ammenti, come definirebbe la Sua passione per i libri: bibliofilia, bibliomania, o come?
Credo che non ci sia una definizione particolare, i libri fanno parte della mia vita esattamente come quello che mangio, che bevo o che respiro. Non saprei immaginare una vita senza libri, se non nel peggiore dei miei incubi. Sono spesso ossessionata dalla paura segreta di morire senza aver letto neanche la metà dei libri che vorrei leggere. Sono nella borsa che porto sempre con me, nelle stanze della biblioteca in cui lavoro ogni giorno, sparsi in giro per casa; mi consola l’idea di averli sempre intorno e mi terrorizza il pensiero di non avere nulla da leggere a portata di mano, anche se so che magari nel posto in cui sto andando non potrò farlo.

Quando è nato il Suo amore per i libri?
Da bambina mi piaceva passare il tempo con il naso nei libri, guardare tutte le illustrazioni, sentire il profumo della carta. Se ci penso attentamente ancora ricordo l’odore del librone di fiabe con le pagine super patinate e quello assai diverso di Piccole donne nell’edizione Beccogiallo al profumo di agrumi. Quindi, come quasi sempre accade, l’attrazione è stata prima di tutto fisica. Poi è arrivato il resto: le voci degli adulti che leggevano per me, i primi libri da sola letti fino a tardi nella mia cameretta, l’insegnante delle medie con i suoi progetti di lettura e la Banca del Libro e poi mio padre, che lavorava in una delle biblioteche più belle al mondo e mi lasciava andare con lui ogni tanto. Ricordo benissimo quelle giornate: la sveglia presto, il suo profumo di dopobarba nell’auto ancora fredda, la colazione al bar, il cortile della biblioteca, i corridoi pieni di libri, l’odore fortissimo della carta quando si mischia a strati di polvere e muffe, lui che mi spiega quanto sia importante conservare manoscritti vecchi di millenni per le generazioni future, io che decido che in un modo o nell’altro quello sarebbe stato il mio lavoro.

Le capita mai di fare tsundoku, acquistare cioè compulsivamente libri senza però poi trovare il tempo o la voglia di leggerli?
Cerco sempre di non accumulare troppi libri non letti in casa, o almeno questo sarebbe il mio proposito. Va a finire che ce ne sono sempre alcune pile sparse in giro a ricordarmi quali saranno le mie prossime letture e che, nonostante io mi riprometta più e più volte di non comprare più libri fino a quando non avrò letto tutto quello ho in casa, non riesco ad uscire da una libreria senza aver preso nulla.

E poi c’è lei, la mia wishlist. Sto lì a compilarla con cura, facendo attenzione a scegliere i titoli in base alle lacune che vorrei colmare, ai consigli di lettura o alle ultime recensioni lette e poi cosa faccio? Leggo altre cose, sempre! E la mia lista cresce sempre di più.

Come si diventa bibliotecari?
Rispondo spesso a questa domanda, mi viene fatta di frequente dai ragazzi sia in biblioteca che sui social. È bene sapere che non è sufficiente una laurea per essere bibliotecari. Occorre fare un percorso di studi specifici che prevede un titolo post-laurea in Biblioteconomia. Di solito i corsi di specializzazione durano circa due anni e sono incentrati nello studio di materie specifiche quali bibliografia e reference, bibliologia, digitalizzazione, studio del libro manoscritto antico, medievale e moderno, ordinamento generale e servizi di biblioteca, principi e metodi di conservazione e restauro del libro, storia delle biblioteche, teoria e tecnica della catalogazione e della classificazione. A Roma le due scuole principali per ottenere questo tipo di formazione sono la Scuola speciale per archivisti e bibliotecari dell’Università Sapienza e la Scuola Vaticana di Biblioteconomia, ma ci sono anche altri percorsi di studi possibili. Per le informazioni specifiche, suddivise in base alle regioni, vi rimando alla pagina dell’AIB, l’Associazione Italiana Biblioteche: https://www.aib.it/lis/2020/85830-formazione-in-italia/

Quali sfide pone alla Sua professione la rivoluzione digitale?
I bibliotecari rivestono da sempre il ruolo di mediatori tra i libri e i lettori, con un’attenzione particolare alle esigenze della propria utenza. Negli ultimi anni c’è stato un sviluppo molto veloce e consistente dei progetti di digitalizzazione delle collezioni librarie. Le collezioni si trasformano per raggiungere un pubblico sempre più ampio e virtuale e i bibliotecari hanno la grande responsabilità di vigilare su questo processo di trasformazione, al fine di garantire a studenti e studiosi l’integrità e la coerenza dei documenti digitalizzati. La digitalizzazione ha un duplice scopo: la conservazione e la divulgazione del sapere. Mai come in questo ultimo difficile anno è stato necessario velocizzare e moltiplicare al massimo i progetti di digitalizzazione, con il rischio di perdere di vista il reale obbiettivo di questo processo di trasformazione.

Come bibliotecari abbiamo in custodia uno dei più grandi patrimoni dell’umanità ed è di estrema importanza che ognuno di noi svolga questo compito con estrema professionalità, nell’interesse di tutti. Nella Biblioteca del Centro Studi Americani ci siamo attivati già da qualche anno per digitalizzare una parte della nostra collezione: a breve sarà online sulla piattaforma Google Arts & Culture (https://artsandculture.google.com/) lo spazio dedicato al CSA e alle sue collezioni librarie e archivistiche, con fotografie ad alta definizione di illustrazioni tratte da libri antichi ed edizioni rare, all’interno di percorsi tematici riguardanti la storia USA.

Ma la rivoluzione digitale non è solo questo. Fare da tramite tra utenti e documenti oggi vuol dire anche utilizzare tutti i nuovi di mezzi di comunicazione divenuti fondamentali per raggiungere i lettori, ovvero social media, blog, siti web e app con accesso a cataloghi online sempre più personalizzabili. Quindi non più solo mediatori ma anche creatori di contenuti. Se lo scopo rimane quello di promuovere la lettura, i mezzi sono cambiati e i bibliotecari devono necessariamente far fronte a queste nuove esigenze, sommando alle competenze del passato le nuove competenze digitali.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
La lettura è una buona abitudine che si può apprendere a tutte le età, ma è statisticamente provato che i figli di genitori che leggono saranno quasi certamente futuri lettori. Nelle case di molti italiani mancano i libri o comunque ce n’è un numero davvero limitato e manca soprattutto la cultura della lettura. Credo che le cause siano diverse, a partire dalle scuole, dove si parte troppo tardi con l’educazione alla lettura, finendo per assegnare titoli vissuti come imposizioni dai ragazzi, che non fanno che allontanarli ancora di più. Non vorrei essere di parte ma sono certa che sia davvero importante partire dalle biblioteche, investire molti più fondi sulla cultura, creare interesse intorno a questo tema che nel nostro paese sembra essere sempre all’ultimo posto. Salvare le realtà delle biblioteche pubbliche cittadine, dalle più piccole alle più grandi, è fondamentale per creare l’abitudine ai libri e alla lettura, per creare un senso di comunità intorno ad essi e costruire una nuova società che parta da piccoli lettori e arrivi ad una nuova Italia. Secondo un articolo pubblicato su La Ricerca nel 2016, le biblioteche di New York e più in generale degli Stati Uniti stanno vivendo un vero e proprio momento d’oro: aggiungono ore di apertura nel fine settimana e alla sera; assumono più bibliotecari e personale; espandono il loro catalogo di corsi e di servizi, fino a includere servizi di consulenza lavorativa, classi di programmazione informatica, corsi di meditazione, consulenze su come pianificare la propria carriera e perfino lezioni per imparare a lavorare a maglia. Non più semplicemente depositi di libri, le biblioteche pubbliche della Grande Mela sono state capaci di reinventarsi come centri di aggregazione che mirano a offrire qualcosa a tutti i cittadini.

Nel nostro paese avviene l’esatto opposto: i fondi per le biblioteche, sia pubbliche che private, sono ridotti all’osso, i concorsi pubblici sono fermi, il personale che va in pensione non viene sostituito e, fatta eccezione per gli ultimi finanziamenti arrivati ad hoc nel periodo Covid, non vengono stanziati grossi fondi per l’acquisto di libri o di apparecchiature tecniche. Il risultato è che nella maggior parte delle città le biblioteche sono aperte ad orario ridotto, con pochissimo personale (spesso fatto di volontari e non qualificato), con sale vecchie e pochissimi nuovi acquisti. Non sono vive e, se non lo sono loro, come si può pensare che la comunità sia fatta di lettori?

Ritengo che sia davvero importante lavorare sul territorio, rafforzare le biblioteche civiche o di quartiere, incentivare le attività culturali che si sviluppano intorno alle piccole librerie indipendenti, creare momenti di incontro intorno a questi luoghi per tutta la comunità. Personalmente mi sto occupando di diversi progetti legati al mio territorio, uno in particolare riguarda l’installazione di piccole cassette di libri nei parchi e nei giardini già molto diffuse su scala nazionale. Si tratta delle Little Free Library, un progetto partito negli USA nel 2009 e ora diffuso in tutto il mondo, un modo simpatico e gratuito per scambiarsi libri e letture e promuovere la lettura.

Può dare a chi non legge una ragione per farlo?
Leggere è conoscere. Si può scegliere di vivere in molti modi ma l’importante è avere sempre un proprio punto di vista sulle scelte che si fanno e la lettura serve a costruirsi un’identità e a scoprire che in qualsiasi situazione dovessimo mai trovarci, non siamo soli. Quando leggiamo scatta un meccanismo di riconoscimento capace di farci provare le stesse sensazioni vissute dai personaggi del libro e questo ci porta in altri mondi, in altre situazioni, in altre epoche. Conoscete forse un altro modo per vivere tutte queste emozioni in una volta sola? La lettura è la forma di conoscenza più profonda che esista, è un’esperienza di incontro, una porta aperta verso altri orizzonti, una scoperta ogni volta nuova di noi stessi attraverso le parole degli altri. In questo senso lo scrittore americano F. S. Fitzgerald affermava, in una delle sue citazioni più belle: “Questa è la parte più bella di tutta la letteratura: scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da nessuno. Tu appartieni.”

È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
Assolutamente sì. Sarebbe auspicabile cominciare dai bambini, ma ritengo che non sia mai troppo tardi per imparare. Personalmente, quello che faccio con i miei figli è avvicinarli alla lettura attraverso il piacere di un momento tutto nostro, un momento magico in cui il libro diventa gioco e allo stesso tempo scoperta. Leggere ad alta voce è di assoluta importanza per il bambino, a partire dai primi tre anni di vita: rafforza la relazione adulto-bambino, sostiene lo sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino, aiuta ad acquisire un vocabolario più ricco, stimola l’immaginazione, consente al bambino una maggiore capacità di espressione, accresce la curiosità e il desiderio di imparare che sono alla base della scoperta. Inoltre, in questo modo si crea un’abitudine alla lettura che con molta probabilità il bambino conserverà anche quando sarà più autonomo.

E non appena saranno abbastanza grandi da riuscire a tenersi in piedi, fate in modo che i libri siano sempre alla loro portata e disponeteli nella loro cameretta con una libreria frontale, in modo che possano sfogliarli e sceglierli con la stessa facilità con cui arrivano agli altri giocattoli.

Portateli con voi in libreria, scegliendone magari una del cuore che sia ben fornita per loro, magari con un angoletto in cui poter leggere, portateli in biblioteca, insomma fate in modo che i libri siano una consuetudine e ricordate che non esiste insegnamento migliore per loro del gioco e dell’emulazione. Quindi nessuna forzatura ma date voi stessi il buon esempio! Un bambino che vede leggere i genitori sarà naturalmente più predisposto alla lettura.

La tecnologia fatta di tablet ed e-book reader insidia il libro cartaceo: quale futuro per i libri e le biblioteche?
Credo che le biblioteche non rischino poi troppo se sanno adattarsi alle nuove esigenze. La lettura in formato digitale è sempre più diffusa, per tutta una serie di motivi legati allo spazio di conservazione, alla praticità di poter leggere in qualsiasi momento, anche al buio, alla comodità di avere in un leggerissimo e-reader tutta la propria collezione. Molte biblioteche ultimamente stanno optando per l’acquisto di e-book, dal momento che risolvono, in molti casi, nella maniera più rapida ed indolore possibile, le problematiche legate allo spazio e alla conservazione. I libri in formato elettronico entrano così a far parte del patrimonio bibliotecario esattamente come quelli in formato cartaceo, vengono inseriti nel catalogo elettronico della biblioteca e possono essere consultati o presi in prestito dagli utenti.

Tuttavia, trovo che per necessità di studio o di ricerca molti studenti preferiscano ancora il formato cartaceo: li aiuta a concentrarsi meglio e a memorizzare quanto letto in maniera più efficace. Per non parlare di tutta la schiera di lettori (compresa la sottoscritta) che fanno fatica a resistere al fascino della carta, nonostante i tempi. Forse le insidie maggiori riguardano le riviste e i quotidiani, sempre più letti in formato elettronico. In ogni caso sono certa che l’una cosa non escluda altra, ma che anzi debbano essere sfruttate entrambe al massimo delle loro potenzialità. Il cartaceo non ha futuro senza il digitale e, di contro, il digitale non avrebbe motivo di esistere senza la fonte cartacea. Sapranno trovare il modo di convivere senza nessuna drastica esclusione.

Quali provvedimenti andrebbero a Suo avviso adottati per favorire la diffusione dei libri e della lettura?
Come ho detto prima, è assolutamente necessario a mio avviso prevedere un maggiore investimento in tutto il settore della cultura, dalle scuole alle biblioteche, ai fondi destinati all’acquisto di beni librari in entrambe le realtà. Il sistema scolastico dovrebbe lavorare di concerto con quello bibliotecario, creare reti, occasioni di confronto, momenti di lettura condivisa, laboratori didattici. In alcune regioni d’Italia, dove le biblioteche comunali funzionano e sono una realtà viva e attiva, questo avviene già, con il risultato che le persone cominciano a frequentare i libri fin dalla scuola primaria e la lettura diventa una parte inscindibile della propria giornata. Ma nella maggior parte del nostro paese le biblioteche scolastiche non ci sono o sono inutilizzabili per mancanza di personale e lo stesso dicasi per quelle comunali. L’Italia ha un patrimonio culturale di valore inestimabile, eppure ogni volta che si tratta di stanziare fondi per enti o progetti culturali sembra ci siano sempre altre priorità. La cultura è prioritaria. Fino a quando questo concetto non sarà ben radicato nella nostra società, i libri rimarranno beni preziosi nelle mani di pochi e la polvere si fermerà ad ingiallire pagine che avrebbero davvero molto da insegnare a tutti noi.

Sara Ammenti è bibliotecaria presso la Biblioteca del Centro Studi Americani di Roma

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