“Santi, filosofi e letterati. Retorica e persuasione nel βίος tardoantico” di Fabrizio Petorella

Dott. Fabrizio Petorella, Lei è autore del libro Santi, filosofi e letterati. Retorica e persuasione nel βίος tardoantico, edito da Le Monnier Università: che rapporto intercorre, nella Tarda Antichità, tra letteratura biografica e formazione scolastica?
Santi, filosofi e letterati. Retorica e persuasione nel βίος tardoantico, Fabrizio PetorellaNella Tarda Antichità, il percorso scolastico più comune si basa sulla lettura e sull’imitazione di grandi modelli letterari: lo studente è chiamato a fare propri determinati strumenti retorici e ad utilizzarli in maniera elegante, adattandosi a canoni estetici che premiano la padronanza di regole stabilite. L’obiettivo è formare futuri oratori, avvocati e funzionari, capaci di parlare elegantemente la lingua ricca di reminiscenze classiche propria dell’amministrazione e del cerimoniale imperiale; le caratteristiche di questo tipo di educazione si ripercuotono, però, anche sul mondo culturale dell’epoca, permeando la letteratura di alto profilo e, addirittura, l’intrattenimento delle masse (come mostrano le gare di declamazione a cui prendevano parte celebrati sofisti itineranti, desiderosi di dimostrare al grande pubblico delle città la loro eccellenza oratoria).

Questa centralità della retorica nella vita culturale e sociale della Tarda Antichità basterebbe a giustificare l’influsso che la formazione scolastica esercita sulla letteratura biografica. Ma la retorica è, prima di tutto, arte della persuasione – e persuadere un pubblico è il principale obiettivo che i biografi tardoantichi si prefiggono. Protagonisti delle loro opere sono personaggi carismatici e dotati di tratti sacrali, che intrattengono un profondo legame col divino; le biografie tardoantiche evidenziano virtù e qualità sovrannaturali di questi holy men, restituendone un’immagine che riflette gli ideali di chi scrive. Questa narrazione biografica è, dunque, caratterizzata da una forte connotazione ideologica, perché il protagonista è chiamato a rappresentare ed a propagandare in maniera convincente determinati principi etici e religiosi.

Narrando le vicende di personaggi di questo genere, i biografi tardoantichi intendono, quindi, rispondere ad un diffuso bisogno di modelli che sappiano mostrare all’individuo, attraverso azioni degne di lode e preziosi insegnamenti, la via per una crescita spirituale. La biografia si fa, così, portavoce di una pluralità di correnti filosofiche e religiose, che non può essere ridotta alla semplice distinzione tra paganesimo e cristianesimo: ci sono notevoli differenze, ad esempio, tra gli ideali pitagorici incarnati da Apollonio di Tiana e quelli neoplatonici rappresentati da Plotino, come pure tra l’esperienza ascetica dell’abate Antonio e l’attività episcopale di Agostino. Ciascun biografo mira, insomma, a propagandare una precisa dottrina, presentandola come idealmente superiore a tutte le altre che circolano nel panorama religioso e culturale tardoantico. Il risultato è un proliferare di opere biografiche di diversa ispirazione, che si inserisce in un clima sociale animato da aspri contrasti religiosi. In un’epoca in cui questioni di carattere filosofico e dottrinale sono strettamente legate alle vicende politiche dell’Impero (si pensi, ad esempio, al ruolo svolto da Costantino nelle controversie tra cristiani ortodossi ed ariani o alle disposizioni in materia religiosa di sovrani come Giuliano e Teodosio), le biografie si rivelano opere militanti, volte a convincere il pubblico a condividere dei principi e, di conseguenza, ad avversarne altri.

In questo clima, un biografo che desideri convincere il suo pubblico non può che servirsi dei mezzi persuasivi appresi in giovane età, nella piena consapevolezza che il lettore ha compiuto un percorso di studi analogo al suo e valuterà l’opera proprio sulla base dei parametri estetici acquisiti a scuola; l’educazione scolastica è, quindi, una chiave di lettura eccezionale per comprendere la biografia tardoantica: grazie agli insegnamenti dei retori, ciascun biografo può stabilire un terreno comune tra sé e chi legge e, di conseguenza, promuovere in maniera convincente gli ideali incarnati dal protagonista.

In che modo i biografi sfruttano quanto appreso nel corso dei loro studi con lo scopo di convincere il pubblico a condividere i principi etici e religiosi incarnati dal protagonista?
Nonostante le numerose biografie che vedono la luce nella Tarda Antichità differiscano sotto numerosi aspetti, i loro autori sono naturalmente portati ad esprimersi secondo canoni comuni, che riflettono una comune formazione scolastica. Nella sua fase più avanzata, il programma didattico prevede la pratica assidua di esercizi di composizione detti ‘progymnasmata’: questi ‘esercizi preliminari’ costituiscono la base delle competenze oratorie che l’allievo è chiamato ad acquisire e sono estremamente diffusi nelle scuole tardoantiche; di conseguenza, ciascun biografo dovrà necessariamente ricorrere in primo luogo ad essi per convincere i suoi lettori della superiorità della dottrina incarnata dal biografato.

Secondo l’uso comune, i biografi adattano gli insegnamenti impartiti dai retori alle loro necessità, piegando gli esercizi appresi in ambito scolastico alle finalità della narrazione biografica e, in particolare, all’encomio del biografato. Questa operazione è frutto di un ragionamento consapevole e non comporta mai uno stravolgimento delle naturali caratteristiche del progymnasma – anzi, a volte si inscrive in un solco tracciato già dai manuali scolastici. I biografi si dimostrano, dunque, in grado di mettere al servizio della narrazione biografica e della lode del protagonista alcune caratteristiche degli esercizi praticati a scuola, spesso offrendone un’interpretazione particolare, che il lettore è chiamato a riconoscere ed apprezzare.

A quali strumenti ricorrono i biografi tardoantichi per costruire efficacemente l’immagine di uno holy man degno di imitazione?
Al fine di dimostrare che il biografato è il migliore tra gli holy men che popolano il panorama religioso della Tarda Antichità (e, di conseguenza, l’unico degno di essere imitato), la narrazione biografica deve assumere caratteristiche affini a quelle dell’encomio. Nonostante l’importanza di questo aspetto celebrativo, però, i biografi intendono presentare le loro opere come resoconti fededegni, più vicini alla storia che al panegirico: per persuadere il lettore a fare propri gli ideali professati dal biografato è, infatti, necessario far sì che il racconto delle azioni degne di lode compiute da quest’ultimo sia il più possibile verosimile e non susciti in alcun modo scetticismo. Chi scrive deve, dunque, saper coniugare nella maniera più efficace la celebrazione del protagonista con un’esposizione dei fatti in grado di convincere un pubblico esigente, naturalmente portato, nella difficile scelta tra una vasta gamma di opere che propagandano ideali differenti, ad accordare la sua preferenza allo scritto più persuasivo.

Non sorprende, quindi, che esercizi come il racconto e l’encomio svolgano, all’interno delle opere biografiche tardoantiche, un ruolo di primo piano. Non è raro, però, che i biografi sfruttino le potenzialità di altri progymnasmata: la chria, ad esempio, si presenta come un naturale trait d’union tra narrazione e lode, perché prevede la presentazione di un breve aneddoto ed il suo commento. Un discorso simile vale per quegli esercizi che gli stessi retori mettono in relazione con il racconto e con l’encomio, ma che acquisiscono nelle biografie tardoantiche qualità e funzioni in parte o del tutto nuove: è il caso dell’etopea (ovvero la composizione di un discorso pronunciato da uno specifico personaggio in una data circostanza), la quale, nelle opere prese in esame, diviene uno strumento utile a rendere la narrazione più convincente e ad evidenziare le virtù del biografato.

Parlando degli strumenti utilizzati dai biografi tardoantichi per costruire efficacemente l’immagine dello holy man, merita qualche considerazione anche l’uso di attribuire a quest’ultimo determinate doti oratorie. In una società come quella tardoantica, che assegna alla retorica un ruolo di primo piano, la caratterizzazione di un personaggio non può prescindere da quell’insieme di qualità che gli permettono di comunicare le sue idee ed i suoi insegnamenti; a tale scopo, i biografi tendono, dunque, a soffermarsi sulla formazione ricevuta dai protagonisti delle loro opere e sui discorsi da loro pronunciati in varie occasioni. Chiaramente, nella maggior parte dei casi, l’educazione retorica del biografato ne giustifica l’eloquenza: il lettore tardoantico si aspetta, naturalmente, che un uomo di cultura si esprima in maniera conforme ai precetti scolastici, sia che si tratti di un oratore di formazione (categoria a cui appartengono non solo sofisti come quelli descritti da Flavio Filostrato o da Eunapio, ma anche eminenti figure del cristianesimo come Ambrogio o Agostino), sia che si tratti di un filosofo, figlio di un sistema educativo in parte differente, ma non certo incapace di servirsi dei comuni esercizi di composizione. Tuttavia, i biografi riconoscono notevole abilità oratoria anche a personaggi che non hanno affrontato un rigoroso percorso scolastico. Tra i possibili esempi, emblematico è quello di Antonio, il quale rifiuta espressamente la cultura greca, figlia della tradizione pagana, ma appare in grado di servirsi di esercizi che sono espressione di una fase avanzata del programma didattico; in maniera simile, Martino è descritto da Sulpicio Severo come un uomo illetterato (del resto, ha dovuto intraprendere la carriera militare a soli quindici anni), ma mirabilmente dotato di un eloquio estremamente puro. La scelta di attribuire al biografato una buona padronanza dell’arte oratoria, facendogli pronunciare discorsi caratterizzati da un uso accurato dei progymnasmata oppure riconoscendogli doti comunicative fuori del comune, deve, dunque, al di là dei suoi eventuali risvolti realistici, essere intesa come parte integrante dell’aspetto encomiastico tipico della biografia tardoantica. Ciò è del tutto in linea con il sistema di valori su cui si fonda la società dell’epoca: tra le virtù proprie di un laudandus non può mancare la capacità di convincere un uditorio grazie a notevoli qualità oratorie.

Fabrizio Petorella ha conseguito nel 2021 il Dottorato di Ricerca in Civiltà e tradizione greca e romana presso l’Università degli Studi Roma Tre, in cotutela con l’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Principale oggetto dei suoi studi è la storia della retorica greca e latina, con particolare attenzione per il rapporto tra formazione scolastica e letteratura di epoca ellenistica e tardoantica. È assegnista di ricerca presso l’Università di Pisa ed ha recentemente ricevuto una Research Fellowship dall’International Society for the History of Rhetoric.

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