Saggezza e altre questioni di filosofia, Marcello OstinelliProf. Marcello Ostinelli, Lei ha curato l’edizione del libro Saggezza e altre questioni di filosofia, pubblicato da Carocci, che riunisce le lezioni tenute nella sede dell’Associazione culturale ticinese “Orizzonti filosofici” da Lei presieduta: di quale utilità è la filosofia per vivere bene?
Benché oggi la filosofia sia conosciuta soprattutto come un sapere accademico, l’idea che essa sia necessaria alla ricerca della felicità umana e utile a vivere bene non è scomparsa dalla cultura contemporanea. Della filosofia custodiamo ancora un concetto cosmico e non soltanto uno scolastico, per usare una nota distinzione kantiana. Essa non è soltanto scienza o ricerca del sapere; è pure saggezza. È a questa idea della filosofia che sono dedicati i contributi centrali del volume che ho curato e che inaugura la serie Orizzonti filosofici all’interno della Biblioteca di testi e studi dell’editore Carocci. I volumi che pubblicheremo anno dopo anno raccoglieranno le lezioni tenute per la nostra associazione su temi e problemi della filosofia e costituiranno una sorta di annuario filosofico a disposizione del lettore comune come pure di chi si occupa professionalmente di filosofia.

Furono soprattutto i pensatori antichi a coltivare della filosofia una concezione pratica e a considerare la saggezza come un modo di vivere filosofico. Non è facile tuttavia determinare univocamente in che cosa consista questo modo di vita; neppure lo è circoscrivere il campo semantico della saggezza. Nella filosofia greca, ellenistica e romana quante sono le concezioni della saggezza che furono discusse e praticate? Pierre Hadot ce ne ha dato un resoconto minuzioso in molte pubblicazioni. Secondo Hadot gli antichi concepirono la filosofia come maniera di vivere e in qualche caso anche come una sorta di farmaco dell’anima. In questo senso la filosofia è utile per la vita.

È importante osservare che concepire la filosofia come saggezza pratica non significa tuttavia negare l’importanza della ricerca del sapere. Il sapere è necessario all’esercizio della saggezza, così come è necessario l’esame critico dei fini dell’azione per accertare se quello che mi propongo è buono o malvagio, giusto o ingiusto o se la mia condotta mi può portare o meno alla felicità.

Che rapporto esiste tra filosofia e storia della filosofia?
La questione è discussa in testi celebri della filosofia contemporanea. È pure il tema dei contributi di Enrico Berti e di Maurizio Migliori che costituiscono la prima parte del volume.

Il punto di partenza del loro ragionamento è il giudizio di Alfred N. Whitehead secondo cui l’intera tradizione filosofica occidentale altro non sarebbe se non una serie di glosse a Platone. La tesi di Whitehead comporta l’idea che vi sia una sostanziale continuità nella ricerca filosofica da Platone ad oggi; che le domande della filosofia siano sostanzialmente sempre le stesse e che le soluzioni odierne dei problemi filosofici siano fondamentalmente non molto dissimili da quelle degli antichi. È per davvero così?

È vero piuttosto che anche in filosofia ci possono essere soluzioni nuove di problemi posti dai filosofi del passato e perfino questioni nuove che i filosofi del passato non seppero immaginare. Lo possiamo scoprire studiando la storia della filosofia. Senza di essa è difficile, forse impossibile, fare filosofia, malgrado il diverso parere di uno dei più importanti filosofi del secolo scorso, Ludwig Wittgenstein.

Quale influenza ha avuto nella filosofia occidentale Platone?
Whitehead afferma che i testi di Platone sono “una miniera inesauribile di suggerimenti” per chi coltiva la filosofia. Chi può dargli torto? Sono pochi gli ambiti del pensiero filosofico che non hanno tratto giovamento dai “tesori di idee” contenuti nei dialoghi platonici. Molte domande che riguardano tanto la filosofia teoretica come la filosofia pratica le troviamo nelle pagine di Platone. Quanto più si studia la filosofia, tanto più ci si accorge dell’importanza di Platone.

Qual è la lezione per il nostro tempo della filosofia epicurea e l’etica stoica?
Per Epicuro il fine della filosofia è pratico: l’ottenimento concreto e duraturo della felicità quotidiana e terrena. Tuttavia per comprendere appieno il senso della proposta pratica di Epicuro è indispensabile comprenderne i presupposti teorici: comprendere la natura (compresa quella umana), il che significa che l’etica ha nella scienza della natura il suo fondamento; la quale, a sua volta, poggia sulla trattazione del processo di formazione della conoscenza (la canonica, nel vocabolario di Epicuro). Trattare del vivere bene comporta perciò fare filosofia in senso pieno, non tralasciare nulla: non la fisica e neppure la teoria della conoscenza.

Su questo punto cardinale non c’è differenza tra epicureismo e stoicismo. Anche per gli Stoici la filosofia è uno stile di vita, un esercizio. Per gli uni come per gli altri la filosofia ha una finalità terapeutica. Che però si ottiene soltanto dopo aver studiato e compreso il mondo che ci circonda.

Senza studio della natura e della società, senza conoscenza dell’essere umano non si dà saggezza pratica. Questo è più di ogni altro il valore attuale della filosofia di Epicuro. Lo evidenzia molto chiaramente Francesco Verde nel suo contributo: “Il pensiero epicureo si struttura a partire da un dato fondamentale, ossia che le paure, le superstizioni, le false credenze non possono essere vinte che dallo studio della natura e, dunque, della scienza”. In questo senso Epicuro è una lettura importante per chi auspica oggi un nuovo Umanesimo e un nuovo Illuminismo.

Che relazione esiste tra libertinismo e Illuminismo?
Questo è il campo di ricerca di Gianni Paganini che nel volume ricostruisce le fonti libertine dell’Illuminismo. I libertini, gli spiriti liberi o esprits forts della Francia del Seicento, produssero un pensiero che seppur clandestino gettò le premesse della cultura illuministica. I libertini svilupparono infatti alcuni nuclei tematici importanti che poi diventeranno ricorrenti nell’Illuminismo del Settecento. Tra questi Paganini ricorda l’approccio naturalistico alla vita umana; il giudizio critico sulle religioni rivelate; l’atteggiamento disincantato verso il potere politico; l’insistenza sul ruolo della menzogna e dell’impostura nei rapporti umani, che si esprime in particolare nella tesi dell’impostura delle religioni.

Come si è evoluta nel Novecento la riflessione sul problema della verità e su quello dell’identità personale?
Alla discussione del problema della verità nel Novecento e nei primi due decenni del XXI secolo è dedicato il contributo di Diego Marconi. L’autore non ci propone una storia dei dibattiti novecenteschi sulla verità. Illustra però con straordinaria efficacia alcune intuizioni sulla verità e la loro relazione con alcune teorie della verità (o famiglie di teorie) a cui la filosofia contemporanea fa abitualmente riferimento. Nell’ordine sono: le teorie della corrispondenza e l’intuizione realista; le teorie deflazioniste e l’intuizione della ridondanza; le teorie epistemiche e l’intuizione della prova; le teorie ermeneutiche e l’intuizione dell’interpretazione. Il dibattito filosofico su queste teorie progredisce; per contro le intuizioni che hanno ispirato le diverse famiglie di teorie della verità secondo Marconi “non si dispongono in una serie storica, anche se alcune sono più antiche di altre”. Egli conclude osservando che per ora non disponiamo di argomenti risolutivi che ci permettano di rispondere univocamente all’antica domanda filosofica: Che cos’è la verità?

Non è diversa la conclusione che possiamo trarre dai tentativi di risposta che i filosofi hanno proposto per la questione dell’identità personale. Si è sostenuto ad esempio che le persone umane debbano essere identificate con organismi umani, con cervelli umani, con fasci di stati mentali, con io istantanei o con sequenze di tali io, con anime immateriali immanenti o trascendenti lo spazio-tempo, ecc. Andrea Clemente Bottani esamina alcune concezioni dell’identità personale che hanno marcato il dibattito filosofico. Ne esce una mappa in grado di orientare il lettore su uno dei più antichi e dei più complessi problemi che interessano la filosofia non meno delle scienze e su cui anche il senso comune sembra avere ancora qualcosa da dire.

Quali sfide di natura etica pongono il turismo e le questioni migratorie?
L’etica del turismo è un ambito di ricerca nuovissimo dell’etica applicata. Con lo sviluppo del turismo di massa e del turismo globale le sue questioni sono diventate assolutamente urgenti. Nel volume se ne occupa Corrado Del Bò. L’etica del turismo è associata al principio di responsabilità. In che senso il turismo deve essere responsabile?

Va detto anzitutto che l’idea di un turismo responsabile non riguarda ovviamente soltanto la condotta di quei particolari viaggiatori che sono i turisti; riguarda invece una pluralità di attori. Tra questi sono molto importanti gli operatori turistici. La loro rilevanza deriva dall’impatto che le loro scelte hanno sull’ambiente e sulla società.

L’idea di un turismo responsabile non si comprenderebbe se fin qui il comportamento dei turisti e degli operatori turistici non fosse stato finora in gran parte irresponsabile. Del Bò mostra che questa irresponsabilità si misura in diversi modi. Considera i danni da turismo, sia per effetto del turismo in quanto tale (per esempio nelle riserve naturali) sia per la quantità eccessiva di turismo (come quella prodotta dalle navi da crociera che approdano a Venezia o nelle Cinque Terre). Considera inoltre la violazione della dignità delle persone (come lo sfruttamento indotto dal turismo sessuale), l’ineguale distribuzione dei benefici del turismo, la mancanza di rispetto delle differenze culturali. La sfida più importante di un’etica del turismo è comunque la sostenibilità, cioè la soddisfazione delle richieste attuali dei turisti senza che ciò comprometta la soddisfazione dei bisogni delle generazioni future. Si tratta di una questione aperta.

Lo è pure la questione migratoria. Anche in questo caso si tratta del movimento di masse di persone, ma la differenza è evidente: i turisti viaggiano verso altri paesi per piacere, per procurarsi svago, diletto; i migranti invece fuggono dai loro paesi per sfuggire a varie forme di sofferenza.

Il tema della libertà di movimento era già noto agli albori della filosofia occidentale, come attesta il Critone. L’argomento riferito nel dialogo platonico sostiene che esisterebbe un diritto di andarsene dal proprio paese e di andare dove si vuole, anche in un paese straniero: un diritto di uscire, ma anche un diritto di entrare. La libertà di movimento allora non costituiva (o non sembrava costituire) un problema. Un problema filosofico lo è diventato invece in epoca moderna e soprattutto dalla fine del secolo scorso con i fenomeni migratori di massa. Lo mostra Alberto Bondolfi nel saggio che chiude il volume.

Oggi la questione dei migranti ha assunto una rilevanza centrale nell’etica, nella filosofia politica, nella filosofia del diritto, nella teoria critica, eccetera. Essa ci spinge a ripensare criticamente molte categorie del pensiero politico occidentale. L’osservazione si legge nel contributo di Bondolfi. Egli scrive infatti che “Lo spostamento forzato di intere popolazioni ci spinge a dover pensare in modo nuovo la realtà delle frontiere e la sovranità degli Stati nazionali”. È una questione che vorremmo approfondire nel prossimo futuro.