«Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo».

È la novella più famosa di Giovanni Verga, quella che è rimasta maggiormente nella memoria collettiva per il suo piccolo protagonista e per l’impatto sociale dei temi affrontati. Parliamo di Rosso Malpelo, una delle più emblematiche espressioni della poetica verista dello scrittore siciliano. Comparsa per la prima volta nella rivista «Fanfulla della domenica» nel 1878, venne in seguito raccolta e pubblicata nel 1880 insieme ad altre novelle uscite nel 1879-1880 in Vita dei campi in cui descrive, dal punto di vista popolare, gli eventi e le situazioni dell’ambiente contadino siciliano a lui tanto caro.

L’autore, attento alle problematiche sociali del suo tempo, per Rosso Malpelo si ispirò all’inchiesta dal titolo Il lavoro dei fanciulli nelle zolfatare siciliane di Leopoldo Franchetti e Giorgio Sonnino, contenuta nel libro La Sicilia del 1876. Pertanto, non rimase indifferente davanti allo sfruttamento del lavoro minorile e alle precarie condizioni delle miniere, che decise di raccontare e denunciare in una novella, schierandosi dalla parte dei vinti e dei sopraffatti.

Riassunto

Malpelo lavora in una cava di rena rossa ed è oggetto di pregiudizi popolari a causa del colore dei suoi capelli. Il ragazzo vive in una condizione di totale isolamento ed è malvoluto da tutti, persino dalla madre che lo accusa di rubare soldi dallo stipendio che porta a casa. L’unico a dimostrargli affetto è il padre, Misciu Bestia, con cui lavora nella cava. Una sera, mentre sta lavorando all’abbattimento di un pilastro in condizioni molto pericolose, l’uomo resta ucciso. A nulla servono le richieste d’aiuto del povero figlio, che scava a mani nude per salvare il genitore. Questa perdita lo segna in modo inequivocabile. Persino Ranocchio, un ragazzino claudicante arrivato a lavorare in miniera con lui, lo abbandona perché vinto dalla fatica e dalla tubercolosi.  Anche l’asino che usa picchiare viene trovato morto e il suo cadavere viene mangiato dalle bestie.

La sua solitudine è definitiva: la madre ha sposato un altro uomo, la sorella cambia quartiere, nessuno gli si avvicina perché si crede che porti sfortuna con i suoi capelli rossi e occhiacci grigi. Per questa ragione, preso lo stretto necessario, gli attrezzi e i vestiti di suo padre (che custodisce gelosamente dalla tragica morte) decide di addentrarsi in uno stretto cunicolo della cava, da cui non ne uscirà mai più.

«Così si persero persin le ossa di Malpelo, e i ragazzi della cava abbassano la voce quando parlano di lui nel sotterraneo, ché hanno paura di vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli occhiacci grigi».

La novella Rosso Malpelo può essere considerata il primo esempio di Verismo verghiano. In primis perché lo scrittore adotta la tecnica dell’impersonalità, assume cioè il punto di vista dell’ambiente che descrive: la sua voce corrisponde a quella del paese, della comunità che guarda al ragazzo con i capelli rossi con estremo sospetto. L’autore racconta i fatti dalla prospettiva popolare che è guidata dal pregiudizio, ma il lettore è portato ad andare oltre questa visione, contestandone la falsità. L’effetto di straniamento consiste nel deformare e non riconoscere i valori del personaggio presentandoli come qualcosa di anomalo e di strano. Emerge, dunque, che Malpelo è una vittima, un “vinto” dalla società che ignora valori come la pietà, il senso di giustizia, l’affetto sincero. I suoi comportamenti sono la reazione alle sventure che la vita gli pone davanti, a quella “lotta per la sopravvivenza” a cui è costretto a sottostare.

Giovanni Verga si serve di una lingua che usa espressioni del gergo parlato, ma non scende propriamente nel dialetto, di cui sceglie però l’immediatezza, confermata dall’abbondanza di modi di dire (come “russu è malu pilu”) e metafore.

Malpelo è un rassegnato, non crede che il suo destino possa cambiare. Il pessimismo del personaggio, che «se non fosse mai nato sarebbe stato meglio», riflette quello dell’autore che, attraverso queste parole, fa conoscere il suo reale punto di vista.

La struttura del racconto è concepita per interrogare il lettore: la malvagità appartiene a Rosso Malpelo o alla comunità che lo isola e lo deride per il colore dei suoi capelli? In questo sta l’incisività della novella che, nei temi affrontati – l’emarginazione, la mancanza di speranza, la lotta alla sopravvivenza e il pregiudizio – si mostra in tutta la sua incredibile attualità. Condizioni, queste, che sembrano non avere subito l’ingerenza del tempo e che, nonostante siano passati secoli dalla stesura dell’opera da parte di Verga, continuano a essere “emergenze della nostra epoca”.