Rosario Rito: «il peggior handicap è quello che non si vede»

Rosario Rito, Lei è autore del libro Labirinti. Funzione e destrezza soggettiva tra scontato e cogito: quali difficoltà apparentemente insormontabili ha superato nella Sua vita?
Rosario RitoMoltissime e in tutti i sensi. Emotive, psicologiche, pratiche e chi più ne ha, più ne metta. Non è stato facile, soprattutto nei momenti in cui devi dimostrare qualcosa agli altri o data la tua realtà, non hai la possibilità di tutelare la tua privacy. Quante volte non sono potuto restare solo con una ragazza, perché non posso uscire da solo o potermi fare una doccia in più, perché devi aspettare qualcuno disponibile. Poi, per invitare qualcuno a casa, devi sempre chiedere ai tuoi. Il mio vero problema – e lo è ancora oggi -, è sempre stato dare conto agli altri, anche nelle cose più intime e riservate. Se poi nasci in una famiglia che non ha fiducia in te, beh… vi lascio immaginare. Molte volte, credere in se stessi non basta. Non siamo tutti figli dello stesso Dio, ma del potere e dell’arroganza altrui. È nei momenti in cui ci rendiamo conto che possiamo soggiogare per il bisogno degli altri che diventiamo prigionieri del volere altrui. Lo sbaglio più grosso e irrimediabile della mia vita l’ho commesso nel 1978. Oggi, ne sto pagando le conseguenze e la colpa. Non mi chiedete qual è, perché ancora non è il momento di rivelarlo. Arriverà il giorno. Almeno credo! Non è stato facile arrivare dove sono arrivato oggi, ma ne sono orgoglioso perché tanta gente ha creduto in me e crede ancora tutt’oggi. Siamo tutti frutto del proprio destino, se non ci abbandoniamo o ci facciamo guidare dalla sorte che ci vorrebbe regalare o imporre chi ci circonda. Ho sofferto tanto nella mia vita, non per la mia realtà, ma per la sorte che vorrebbero o vogliono regalarmi gli altri. Il peggior handicap è quello che non si vede e il mio, è stato sempre quello di credere di essere oro ciò che luccica.

Cos’è la “normalità”?
Sotto il punto di vista umano, non esiste la normalità o l’essere normali. Essa appartiene soltanto agli oggetti in base alla loro funzione e utilità. Ognuno di noi è fonte della sua originalità che sta nel suo pensare, agire e fare. Il fisico o le limitazioni nei movimenti non hanno nulla in comune con l’essere normali o meno. Ciò che voglio dire è che non importa se mangi con la mano destra o sinistra, perché l’essenziale è avvicinare il cibo alla bocca. Non importa se per bere, devi sapere impugnare perfettamente un bicchiere, poiché possiamo dissetarci attraverso l’utilizzo o il supporto di una cannuccia. Non importa il come si fa, ma trovare il modo o metodo di come poter raggiungere. La normalità umana o della persona, per meglio dire, sta nella sua originalità nel fare le cose, nel saper superare gli ostacoli, nel suo non abbattersi. Non siamo oggetti o macchinari in funzione di un qualcosa, come lo sono i robot o automi. Sì, certo, non è facile accettarlo, soprattutto nel momento un cui la propria limitatezza dei movimenti t’impedisce anche di non poterti fare una passeggiata da solo o altre cose più semplici o banali, ma questo non significa essere anormali, bensì autosufficienti a un proprio io, come lo è un se stesso, nel momento in cui vien giudicato diverso per il colore della pelle o perché si è attratti da persone dello stesso sesso. Vogliamo imporre regole anche sulla libertà e il diritto d’amare, senza renderci conto che come la diversità, qualunque essa sia, ci distingue ognuno dall’altro, ci rende originali e non dissimili, come detto in una vostra intervista precedente.

Nel libro scrive “la Disabilità si educa”: cosa significa?
Prima di tutto, permettetemi di rilevare una cosa che credo che sia essenziale per capire l’uso sbagliato o assurdo che noi, ingenuamente o più arrogantemente, facciamo delle parole e in particolar modo riguardo alle capacità o possibilità umane, anche perché se i due termini hanno lo stesso significato, sotto il profilo o concetto del poter raggiungere, nulla li accomuna. La capacità appartiene all’imparare, la possibilità, invece, al trovare il modo o verso giusto per risolvere un determinato limite od ostacolo. Per rispondere alla sua domanda, va detto con determinata certezza e senza alcuna riservatezza, che qualsiasi tipo di disabilità non ha nulla in comune con la malattia o l’essere incapaci, impossibilitati. L’essere ammalati significa ‘Essere colpiti da un malessere fisico di breve o lunga durata’. Ciò significa che come si può considerare o chiamare malattia un qualcosa che avviene dopo la nascita, in egual misura la disabilità che ci limita nei movimenti o nelle proprie agilità corporee, non può definirsi malattia, poiché essa è uno stato umano che come può essere innato, può avvenire tramite un incidente sul lavoro o altro. Detto questo, bisogna anche dire che pur essendo due cose o realtà molto diverse tra loro, entrambi i casi sono legati al concetto di speranza: quella del guarire in una e quella del poter raggiungere nell’altra. Un poter raggiungere che può essere compiuto non solo attraverso sussidi, mezzi, le protesi che abbiamo e quant’altro, ma principalmente credendo in se stessi. Soltanto quando capiremo che si può dipingere tenendo un pennello tra i denti o le dita dei piedi e che non è per nulla un’abilità diversa ma il risultato concreto del saper cercare il modo del come poter raggiungere quel determinato obiettivo o meta, non ci sarà difficile comprendere che come una buona diagnosi ci permette d’indovinare l’esatta cura per una buona e sana guarigione da una malattia o malessere sensoriale, in egual misura solo nel credere in se stessi, si potranno raggiungere mete che, agli occhi degli altri, appaiono irraggiungibili. Nessuna agilità motoria, anche quella più sciolta, sarebbe in grado di realizzare una persona se la stessa non è guidata nel modo o verso giusto del poter fare. Soltanto nel momento in cui comprenderemo che come la Malattia si cura e la Disabilità si educa, non parleremo più di ‘Diverse abilità’, anche perché come ognuno di noi è diverso nel proprio apparire e interagire con se stesso, in egual misura, esse appartengono alla destrezza della persona e non alla normalità del fare.