“Romolo. La leggenda del fondatore” di Mario Lentano

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Prof. Mario Lentano, Lei è autore del libro Romolo. La leggenda del fondatore, edito da Carocci. Le origini di Roma si perdono nella notte dei tempi: fin dove è possibile distinguere tra storia e mito?
Romolo. La leggenda del fondatore, Mario LentanoQuella della distinzione fra storia e mito è una questione complessa, che gli studiosi valutano in modo differente. Per molti, il mito è una sorta di incrostazione che si è depositata su un evento reale, deformandolo e occultandolo, e il compito dell’interprete è quello di riportare alla luce il nucleo storico nascosto sotto quella crosta. Io credo invece che i miti appartengano a un ordine di realtà differente da quello della storia: si tratta di racconti che mettono in forma la percezione che una cultura ha di sé stessa e che vuole comunicare al mondo esterno. Questo non esclude che in alcuni casi le narrazioni che definiamo “miti” abbiano avuto origine da fatti storici; ma utilizzarle al solo scopo di ricostruire quei fatti rischia di impoverirle e di considerarle un diaframma da superare invece che un oggetto culturale meritevole di essere esaminato di per sé. E questo è tanto più vero per quella particolare categoria di miti cui appartiene la fondazione di Roma, relativi all’origine di un’istituzione umana. Oggi sappiamo che i sette colli erano frequentati già molti secoli prima rispetto alla tradizionale data di nascita della città, posta intorno alla metà dell’VIII secolo a.C., e che una vera e propria fondazione, intesa come atto di creazione ex nihilo, non c’è mai stata. Il mito segue invece una sintassi diversa, immaginando un paesaggio deserto che è come una sorta di foglio bianco sul quale in un momento precisamente identificabile, quasi puntiforme, un uomo chiamato Romolo inizia a scrivere la sua storia.

Quali erano le origini del fondatore della Città Eterna?
Intanto, vale la pena di ricordare come il racconto a noi più familiare, con Romolo che mette mano all’aratro e traccia un solco sulla cima del Palatino, sia solo la variante più diffusa sull’origine di Roma: accanto ad esso esistevano altre versioni – gli studiosi ne hanno contate una trentina – che si differenziano molto l’una dall’altra riguardo l’identità del fondatore, la sua genealogia, le ragioni che lo portano a istituire una nuova città e l’origine del nome che sceglie per la città stessa. È importante tenere a mente questa densità di elaborazione leggendaria, anche se oggi riusciamo a malapena a intravederne i contenuti: ci rende consapevoli del fatto che nel mondo antico circolavano molte storie che non hanno avuto la ventura di giungere fino a noi, ma che non per questo erano meno ricche o affascinanti. Per tornare alla sua domanda, nella versione canonica del racconto Romolo nasce dal dio Marte e dalla figlia del deposto re di Alba Longa, Ilia o Rea Silvia. Quando suo zio Amulio usurpa il trono, scacciandone il legittimo titolare, la donna viene costretta a diventare vestale perché non generi una discendenza che possa un giorno rivendicare i diritti del nonno: le ministre di Vesta erano tenute infatti a un rigoroso rispetto della verginità per tutta la durata del loro sacerdozio. Insomma, secondo un modulo ben noto alla cultura occidentale, l’eroe fondatore è figlio di un dio e di una vergine: la sua nascita anomala, che rompe con le regole ordinarie, preannuncia così la novità della quale l’eroe è portatore, la soluzione di continuità che le sue azioni imporranno nella storia del mondo.

Quali vicende condussero Romolo sino al fatidico 21 aprile del 753 a.C.?
Anche le vicende di Romolo (e del suo gemello Remo) rientrano nella biografia tradizionale dell’eroe fondatore, che prevede una successione tendenzialmente fissa di eventi e peripezie. Dopo essere nato nel modo irregolare che abbiamo detto, l’eroe viene perseguitato da una figura dotata di potere, che lo percepisce come una potenziale minaccia per l’ordine costituito; a questo punto, però, in sua difesa si mobilita la natura stessa, che ne assicura la sopravvivenza grazie a un animale nutritore, una fiera selvatica che a rigore dovrebbe uccidere il bambino abbandonato e che invece se ne prende cura e lo alleva. Ha inizio così un periodo più o meno lungo di latenza: il giovane destinato a egregie cose vive lontano dalla città, in un mondo popolato di boschi, pascoli, animali selvaggi, tra figure a vario titolo marginali come quelle dei banditi o dei pastori. In tutto questo tempo esercita e mette alla prova i suoi talenti, affinando le capacità che ne faranno un giorno un leader: potremmo definire questo periodo come una lunga rincorsa che prepara il ritorno dell’eroe nel mondo che a suo tempo lo ha scacciato. Se ora proviamo a sovrapporre a questa sintassi narrativa il racconto di Romolo e Remo, è facile vedere come le tappe della loro storia corrispondano puntualmente a quelle della tipica biografia eroica: i due gemelli sono osteggiati da Amulio, che li abbandona nelle acque del Tevere in piena; la sorte vuole però che la cesta nella quale sono stati deposti si areni sulle rive del fiume, dove prima una lupa porge loro le mammelle da succhiare, poi il pastore Faustolo li prende con sé, allevandoli nella propria casa. Romolo e Remo cresceranno nelle badlands ai piedi del Palatino, scorrazzando insieme a gruppi di pastori come loro, un po’ raddrizzatori di torti, un po’ banditi, fino al momento in cui la storia chiamerà uno di essi al destino per il quale è nato.

Di quali profondi significati simbolici si caricarono gli atti fondativi di Roma?
Qualcuno ha scritto che la storia umana inizia quando per la prima volta viene tracciato un confine. L’atto di Romolo che delimita il perimetro della sua città rappresenta dunque l’origine per eccellenza, il momento in cui nell’indistinto della natura si stabiliscono un dentro e un fuori, uno spazio interno, destinato a ospitare le case degli uomini e quelle degli dèi, e uno esterno, assoggettato a forme di organizzazione del tutto diverse. È un rito nel quale ogni dettaglio ha un valore: il gesto di sollevare l’aratro nei punti in cui si apriranno le porte suggerisce ad esempio che la città non è un bozzolo chiuso, ma ha bisogno di comunicare con lo spazio che la circonda; persino la posizione del toro e della vacca che tirano l’aratro, con l’animale femmina collocato dal lato interno del perimetro, indica che alla donna è destinato lo spazio chiuso della casa e della città. Al di là di questi particolari, è però l’atto stesso della fondazione a rivestire un significato molto profondo. È stato osservato che i Romani, a differenza dei Greci o degli Ebrei, non hanno mai elaborato una cosmogonia, una serie di racconti che spiegassero come è nato il mondo, come si sono prodotti il cielo e la terra e come hanno assunto l’aspetto con cui li conosciamo oggi; in compenso, essi hanno prestato una grande attenzione alla “urbigonia”, la nascita della città: per loro è quello l’evento iniziale, il momento dal quale ha tratto origine la storia.

Come si sviluppò il conflitto con il fratello?
Lungo tutta l’infanzia e la fanciullezza Romolo e Remo vivono una vita perfettamente speculare; poi qualcosa fra loro si rompe, e la rivalità raggiunge il suo culmine al momento di fondare una nuova città, un compito che per definizione non può che spettare a uno solo dei due. In effetti, il fratricidio è l’episodio più perturbante del racconto sui gemelli, e tale appariva ai Romani stessi, che ne davano varie interpretazioni. Per alcuni, era la metafora della sete di potere, che spinge a calpestare anche i legami più sacri; altri vedevano invece in quell’atto una sorta di peccato originale, il primo seme delle guerre civili che insanguineranno la storia di Roma e ripeteranno all’infinito quel primo gesto di rottura fra consanguinei. A loro volta, i moderni non hanno ancora smesso di discutere sul significato da attribuire a questo passaggio del mito. Io prediligo la tesi che vede nell’uccisione di Remo un caso di violenza fondativa, nel senso che quella morte così inquietante ha la funzione di stabilire una regola culturale di grande rilievo, secondo cui non è lecito a nessuno profanare le mura della città. Nel mito delle origini accade anche altre volte che le norme della vita civile emergano da un atto violento: è il caso di un’altra istituzione fondamentale come quella del matrimonio, che nasce dalla scelta di rapire le donne sabine dopo averle attirate a Roma con l’inganno.

Quali gesta compì Romolo nei lunghi anni che lo videro alla testa della sua fondazione?
I racconti sulle azioni di Romolo una volta divenuto re sono molto ricchi. Essi investono anzitutto il piano militare, facendo di lui il protagonista della primissima espansione della città a danno dei popoli confinanti, ma anche il fondatore di una pratica inclusiva della cittadinanza, per cui i nemici sconfitti, una volta riconosciuta la superiorità di Roma, possono essere accolti al suo interno, incrementandone la popolazione. Del resto, era stato così sin dall’inizio, dal momento che a Romolo si attribuiva anche l’istituzione dell’asilo, una sorta di zona franca nella quale chiunque lo volesse poteva trovare rifugio e vedersi garantita non solo l’incolumità personale, ma anche l’immissione all’interno del corpo civico. A Romolo si devono poi tutte le istituzioni di governo della città: la creazione di un consiglio degli anziani, il Senato, che affianca il re nell’esercizio del suo potere; la ripartizione dei cittadini in tribù e curie e la definizione delle relative assemblee; la distinzione tra patrizi e plebei, ma anche l’introduzione di un istituto, la clientela, che lega gli uni agli altri e mira a evitare una pericolosa polarizzazione sociale. Leggi attribuite a Romolo regolavano i poteri del padre o i diritti e i doveri delle donne. Insomma, al fondatore viene accreditata una gamma molto ampia di iniziative, che sintetizzano tutto quello che per i Romani delle epoche successive era importante: collocare l’origine di una norma o di un’istituzione all’epoca di Romolo era in fondo un modo per indicare che quella norma o istituzione erano particolarmente significative, facevano parte dell’identità più profonda della cultura romana.

Che epilogo ebbe il regno di Romolo?
Sulla fine di Romolo circolavano due versioni, antitetiche l’una all’altra. Secondo alcuni, mentre il re passava in rassegna le sue truppe era scoppiata una tempesta improvvisa, accompagnata da una sorta di eclissi di sole, durante la quale Romolo era stato trascinato verso l’alto fino a scomparire in cielo; il giorno dopo, poi, lui stesso era apparso a un certo Giulio Proculo, spiegando di essere diventato un dio e intimando ai Romani di onorarlo da allora in avanti con il nome di Quirino. Un’altra variante raccontava invece una storia molto diversa: ormai inviso ai senatori, per la tendenza ad accentrare nelle sue mani tutto il potere, Romolo era stato ucciso e fatto a pezzi da un gruppo di congiurati. Una duplicità di versioni variamente spiegata dai moderni e legata forse a quel miscuglio inestricabile di fascinazione e repulsione che suscita nei Romani il potere monarchico. Di certo, morto o scomparso l’uomo, restava il suo mito: un mito tenace, che travalica i confini del mondo antico e si imprime a fondo nell’immaginario dei moderni, legato com’è a quello della città che da Romolo aveva preso vita in un remoto mattino di primavera.

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