Romanitas. L’antichità romana e il fascismo tra Italia e Albaniadi Luigi Maria Caliò
Edizioni Quasar
Perno della politica culturale del regime fu il mito di Roma antica: sin dal suo insediamento, esso permeò col mito della Romanità l’immaginario degli italiani attraverso tutti i mezzi in suo potere, «ponendo la romanità alla base della nuova politica imperialista, della creazione dell’impero, ma anche delle scelte amministrative e sociali».
Come scrisse lo stesso Mussolini: «Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l’Italia romana, cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale. Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo: romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio».
La romanità si espresse «nelle azioni comunitarie portate avanti dal fascismo, dalla fondazione con l’aratro delle città dell’Agro Pontino, condotto dallo stesso Duce come un novello Romolo, fino all’assunzione del saluto e del passo romano o del fascio littorio come simbolo di una nuova politica fascista. A queste si aggiungono le feste dal Natale di Roma celebrato il 21 aprile e il 28 ottobre, ricorrenza della Marcia su Roma che veniva accostata all’entrata di Costantino dopo la vittoria contro Massenzio e gli altri grandi eventi comunitari messi in scena dal fascismo.»
Il pregevole volume di Caliò «si pone l’obiettivo di rileggere lo studio dell’antichistica durante il fascismo cercando di metterne in evidenza il carattere totalizzante che interessa non solo l’Accademia ma anche le scelte sociali più capillari, la scuola, […] le grandi mostre che coinvolgevano emotivamente un gran numero di cittadini, la giustificazione dell’impero e in particolare la presenza italiana in Albania, regno autonomo, ma sotto la tutela del Re d’Italia.»
«Gli scritti di intellettuali e di accademici che con caparbietà hanno costruito per il regime una sorta di romanitas astorica, in cui il fascismo poteva riconoscersi ma non completamente identificarsi, rimane il filo conduttore di questa ricerca, per cui si cerca di comprendere l’uso della romanità attraverso le opere di coloro i quali hanno costruito questa romanità a partire dai simboli che hanno nutrito la propaganda fascista, fino alle tendenze millenaristiche che hanno caratterizzato l’ultima produzione di opere e pamphlet che oramai sembrano aver abbandonato ogni tentativo di mantenersi nei binari di una scienza storica.»
Lo studio, nella sua seconda parte, si incarica infatti di «approfondire gli aspetti propagandistici e i tentativi di inclusione del nuovo stato albanese che partecipa attivamente alla creazione di un modello della romanità. Rispetto alla Grecia e all’Africa, l’Albania ha in comune con l’Italia il fatto di provenire da una cultura autonoma e occidentale diversa da quella greca, successivamente sottomessa dalla romana. L’Albania si trova sulle rotte della colonizzazione troiana in Occidente. Butrinto, fondata da Eleno e visitata da Enea, era profondamente legata alla saga troiana, da cui inizia la storia dei rapporti tra i due paesi; gli archeologici italiani, Ugolini per primo, cercano in Albania le vestigia della romanità, la stessa che si trova in Italia e che occupa non solo il suolo delle città, ma soprattutto le campagne, luogo per eccellenza della pax augustea, cantata da Virgilio e ripresa dalla politica agricola fascista. In Albania i Greci sono relegati nelle città costiere, sono intrusi in un territorio non greco e questa contrapposizione culturale, che gli archeologi italiani hanno più volte sottolineato, diverrà un motivo politico in occasione della guerra tra i due stati. L’Albania, dunque, gioca un ruolo importante nella definizione di una romanità inclusiva e mediterranea più che altre regioni diventando un banco di prova del ruolo egemonico che l’Italia assume anche dal punto di vista dei processi culturali.»
Il mito della comune origine offre «la base culturale e sociale su cui si basa l’unione delle due nazioni» che «trova fondamento nella storia e nel mito di Enea.»
«I rapporti tra Italia e Albania sono costantemente presentati in continuazione con il mondo romano imperiale e in particolare riletti alla luce del mito di Enea che da Butrinto sarebbe partito secondo il vaticinio di Eleno per la fondazione di Albalonga».
Fu questo, in particolare, l’obiettivo dell’archeologo Luigi Maria Ugolini le cui ricerche evidenziano «il carattere autoctono della stirpe illirica, di origine aria, raccontando di come lo sviluppo urbano e civile della regione non sia stato mutuato dalla Grecia, rinchiusa nelle mura delle acropoli delle sue colonie, ma da Roma.»




