Roman de la Rose (Romanzo della Rosa)

Roman de la Rose, Romanzo della RosaRoman de la Rose (Romanzo della Rosa)
di Guillaume de Lorris e Jean de Meun
Einaudi editore

«Poema di Guillaume de Lorris (prima parte, 4000 versi, circa il 1230) e di Jean de Meun (seconda parte, composta intorno al 1270, 18.000 versi circa). Nonostante la continuità della narrazione il Romanzo della Rosa è formato da due opere ben distinte, ciascuna con caratteristiche proprie e contrastanti. Esso appartiene a quel genere di poesia didattica e galante che nel sec. XIII, con la penetrazione della letteratura classica in quella popolare, si inserisce tra la poesia lirica e quella narrativa per contrapporre ai capricci del sentimento e della fantasia il pensiero filosofico, introducendo l’allegoria, il simbolo, il sogno.

E con la narrazione di un sogno comincia: un giorno l’autore passeggiando si trova davanti a un’alta muraglia custodita da tetre figure: Odio (Haine), Cupidigia (Convoitise), Avarizia (Avarice), Tristezza (Tristesse), Vecchiaia (Vieillesse), Povertà (Pauvreté), ed entra in un giardino dove Bellezza (Beauté), Ricchezza (Richesse), Cortesia (Courtoisie), Giovinezza (Jeunesse) intrecciano carole. Egli scorge una mirabile rosa e subitamente se ne infiamma. Vorrebbe avvicinarsi e coglierla, aiutato da Bella Accoglienza (Bel-Accueil), ma occorre il guardiano del rosaio, Pericolo (Danger), in cui si identifica il Pudore (Pudeur), che li scaccia. Desolato l’amante senza ascoltare Ragione (Raison) tenta di far pace con Pericolo soccorso da Pietà (Pitié) e da Franchezza (Franchise), e questa volta, per l’intervento di Venere (Vénus) il poeta riesce a baciare la Rosa, ma Malalingua (Melebouche) li scorge e diffonde la notizia risvegliando Gelosia (Jalousie) che imprigiona Bella Accoglienza, mentre Pericolo, Vergogna (Honte), Paura (Peur) e Malalingua montano la guardia al rosaio. All’infelice Guglielmo non resta che piangere sulle sue sventure.

Così termina la prima parte del poema, che nell’intenzione di Guillaume de Lorris rappresentava, più che una narrazione, un codice dell’amore cortese e un’arte d’amare alla maniera d’Ovidio, scritti per mostrare alla donna amata, nella luce dell’allegoria, le prove d’amore subite per lei, e dedicati esclusivamente a quella società aristocratica e raffinata che sospirava sulle liriche di Thibaut de Champagne o si perdeva nel mondo fantasioso e irreale di Chrétien de Troyes.

L’arte, non superiore e pure a tratti delicata e viva, la buona conoscenza nel cuore umano, del fenomeno psicologico, formano la virtù dell’opera. La quale con tutt’altro spirito fu continuata da Jean de Meun, che si serve del quadro offertogli da Guillaume de Lorris, liberamente riprende la sua finzione, la continua prolisso e disordinato, per esprimervi un suo pensiero del tutto diverso. Davanti all’amante disperato ricompare Ragione, con la quale ha un lungo colloquio. Alla fine Amore decide di assediare la torre in cui sta rinchiusa Bella Accoglienza. Si dividono e si assegnano ai vari personaggi allegorici le parti per la lotta, ch’è tutta costituita di intrighi allegorici, e in cui appunto i personaggi sono quelli già noti insieme a qualche altro (Natura, Genio…): finché messi in fuga i terribili custodi (Pericolo, Paura, Onta ecc.) l’amante coglie la Rosa.

Quel che caratterizza e allunga tanto l’opera di Jean de Meun sono le amplissime dissertazioni sull’amore, la carità, la giustizia, sulla natura e sull’arte, per cui l’azione allegorica di Guillaume si trasforma in una vera enciclopedia di cognizioni e di idee le più disparate. Jean de Meun scrive per una società ben diversa, allora in formazione, la grassa borghesia del commercio e dell’industria, nemica dei pregiudizi aristocratici, dell’amore cortese e dell’ipocrisia, mettendo a servizio di essa una filosofia materialistica e realistica, superiore a quella dei Fabliaux per una robusta forza spirituale. Primo nel Medioevo, l’autore innalza sopra ogni cosa la natura: l’amore non è l’uso cortese e raffinato di Guillaume de Lorris, ma la potenza generatrice per cui si perpetua la vita (qui si pensa a Lucrezio anche se pare che Jean de Meun non lo conoscesse); per la natura tutti gli uomini sono uguali, e la nobiltà è solo nella virtù. La natura indica le norme della vita, e condanna ogni finzione e ipocrisia, specie quella dei frati mendicanti.

Così questo borghese del Duecento è parso accennare a Rabelais, a Voltaire: certo egli è l’affermazione più libera e consapevole del naturalismo nel Medioevo, espresso con una sapida libertà che è della migliore tradizione “gauloise”. Ma la misura, l’arte difettano troppo a questo ricco e fervido spirito. La cui opera fu talora combattuta, specie per i severissimi giudizi sulla donna, da Gerson e Christine da Pizan, ma in ogni tempo fu sentita nella sua importanza.

Il Romanzo della Rosa, che Villon cita, che Marot ha pubblicato al principio del Cinquecento, ebbe subito molto successo, esercitando una grande influenza sulla letteratura francese dal sec. XIII a quasi tutto il sec. XV. Tradotto in fiammingo, in inglese da Chaucer, è stato molto imitato anche in Italia, specialmente in Toscana, dalla letteratura e dalla lirica allegorico-didattica. Importanti, oltre alle evidenti reminiscenze nel Tesoro di Brunetto Latini, le vere e proprie riduzioni quali il Fiore e il Detto d’Amore rivendicati a Dante da G. Contini.»

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