Roma, Romae. Una capitale in Età moderna, Marina FormicaProf.ssa Marina Formica, Lei è autrice del libro Roma, Romae. Una capitale in Età moderna edito da Laterza: quali problemi, eventi e dinamiche investono la città eterna in epoca moderna?
È certo difficile in poche battute sintetizzare le dinamiche di lungo periodo che hanno attraversato la storia di Roma.
Direi, molto in sintesi, che uno tra i principali problemi risiede nella considerazione stessa dell’Urbe: città “normale” o citta “sui generis”?

Un altro problema riguarda le continuità politiche: le famiglie che si avvicendarono ai vertici del potere durane l’Età moderna non riuscirono mai a giovarsi di quelle lunghe durate nei rapporti personali che sono alla base dei legami di fedeltà tra sud­diti e sovrano e questo fenomeno, se da un lato spiega l’affiorare costante degli scontri tra fazioni, «partiti» di corte durante i con­clavi e i periodi di sede vacante, dall’altro contribuisce a chiarire come le politiche papali avessero in genere durata molto breve: di frequente, un pontefice abrogava le misure di chi l’aveva precedu­to, nell’evidente tentativo d’imprimere un’impronta personale al proprio governo, contrapponendosi così al suo antecessore.

Sullo sfondo il grande tema della PLURALITÀ di Roma, la sua natura di città aperta, cosmopolita: caratteristiche perduranti ancora oggi, che apparentemente sembrano quasi contrastare con la sua più recente identità di città capitale di uno Stato nazionale.

Come si riafferma la centralità di Roma dopo la Cattività avignonese?
Dopo la cattività avignonese, Roma riuscì a riaffermare la sua centralità giocando la carta di Città Santa. Grazie a papa Martino V, l’autorità centrale riuscì ad arginare contrasti e fazioni sia sul versante ecclesiastico sia su quello tempora­le. Dedito a riformare gli ordini religiosi e a ritrovare le ragioni dell’unità tra i cristiani, papa Colonna puntò a riorganizzare l’as­setto dei domini ecclesiastici, nella convinzione che, senza uno Stato forte e ben strutturato, la Santa Sede mai sarebbe potuta emergere con autorevolezza nel concerto delle potenze europee. Già prima di rientrare nella Città Santa, il pontefice aveva ema­nato un decreto (gennaio 1418) con cui disponeva che le terre e le città della Chiesa venissero sottoposte al governo stabile di un car­dinale o di un ecclesiastico: misure di grande impatto nel processo di centralizzazione statale, tanto da avere dato vita a un fecondo dibattito in sede storiografica (mi riferisco, ovviamente, alle ricerche di Paolo Prodi).

Che città è la Roma del Cinquecento?
Nel Cinquecento, si assistette a una trasformazione complessiva della vita ecclesiastica e devo­zionale, della sfera letteraria e artistica, delle relazioni politiche, economiche e sociali. Real­tà cosmopolita da sempre, nel XVI secolo la città iniziò a essere nuovamente riconosciuta come «plaza del mundo», secondo la celebre definizione di Ferdinando il Cattolico; un riconoscimento confermato ancora a fine secolo dal barone de Bemelberg, per il quale era appunto Roma, indiscutibilmente, la «capitale del mondo».

Mentre l’Urbe tentava di garantire la sua presenza di Dominante attraverso sei legati papali, mediatori delle direttive centrali in costante contatto con il governo centrale, veniva predisposta la rete delle comunicazioni – imprescindibile per il sostegno dei traffici mercantili – ed erano avviate nuove misure di sostegno dell’agricoltura e di raccordo infrastrutturale, le sue strade si popolarono sempre più di maestranze lombarde, liguri, piemontesi, greche, corse, tedesche, slave e albanesi, oltre che, ovviamente, locali. Fu in quegli anni che vennero realizzati ponti, strade e porti in varie parti dei domini pontifici.

Come si evolvono il tessuto urbano e la società romana tra Seicento e Settecento?
Tra Sei e Settecento, Roma s’impose come meta indiscussa del Grand Tour, acuendo così la sua fisionomia pluridentitaria e artistica. La permanenza nella Città Eterna era ritenuta infatti la più autentica chance che un viaggiatore potesse avere per entrare in diretto contatto con la storia, con la civiltà, con i valori fondativi del mondo europeo. Capitale raffinata del gusto, qui venne aperto, non a caso, il primo museo pubblico di antichità, il Museo Capitolino in Campidoglio, «per la curiosità de’ forestieri, e dilettanti, e comodo de’ studiosi»: quello che Win­ckelmann avrebbe successivamente definito una sorta di «libro mastro degli antiquari» accolse i più pregiati reperti archeologici che gli scavi stavano facendo venire alla luce e importanti collezio­ni che il papa riuscì ad acquistare da soggetti in crisi di liquidità (tra i pezzi più sorprendenti, spiccava l’Antinoo di Villa Adriana a Tivoli).

A metà secolo, inoltre, la realizzazione, tecnicamente ineccepibile, della pianta topografica dell’architetto Giovan Battista Nolli, fu preliminare a una più ordinata ripar­tizione dell’Urbe in quattordici rioni, segnalati da apposite targhe in marmo: con le sue 150.000 anime, Roma dimostrava di essere pienamente al corrente dei dibattiti illuministici sul manufatto urbano e sulle sue dimensioni, sulle regole architettoniche e sulla densità ideali, sui servizi e sulle diverse tipologie morfologiche.

Sarebbe stato comunque sul finire del XVIII secolo che la città avrebbe manifestato la sua capacità innata di resilienza, ergendosi a capitale laica di uno Stato democratico. Avviate le sue prime esperienze costituzionali e parlamentari, Roma vide finalmente partecipare i laici al governo. Nel quadro di una ridefinizione complessiva degli ambiti giurisdizionali tra lo Stato e la Chiesa, le minoranze religiose ebbero finalmente riconosciuti i loro diritti, civili e politi­ci e gli ebrei videro aprirsi i cancelli del ghetto, imposti nel 1555. Similmente, le donne cominciarono a ritagliarsi nuovi spazi di parola in pubblico e non solo nei teatri, dove, dopo secoli, ripre­sero a ricoprire ruoli femminili – fino ad allora riservati ad attori travestiti –, ma soprattutto nei club rivoluzionari, in cui poterono dibattere di religione, di libertà, di eguaglianza.

Quali trasformazioni porta nell’Ottocento lo spostamento della capitale del nuovo Stato?
Il problema della secolarizzazione della città rappresentò una tra le maggiori difficoltà che i ceti dirigenti italiani si trovarono ad affrontare dopo l’Unità. Da secoli radicata a Roma, la Curia ne aveva forgiato la fisionomia, ne aveva condizionato, come si è visto, gli assetti, demografici e sociali, la geografia, l’economia, la lingua. E ora bisognava trasformare la città «santa» in città «lai­ca», senza rinnegarne l’identità e la storia; si rendeva necessario mutarne le strutture politiche e amministrative salvaguardando comunque la religione cattolica, adattando il mito alle nuove istanze del presente: obiettivi, tutti, di non facile soluzione e pe­raltro complicati dal fatto che il papa continuava a soggiornare, dichiarandosi prigioniero, in quella che riteneva la sua sede. Solo il tempo, la storia avrebbero potuto dimostrare che la Breccia, il disconoscimento dell’autorità temporale del papa, la nazionalizzazione dei beni ec­clesiastici sarebbero stati piuttosto fattori positivi per la Chiesa stessa e per la sua vita spirituale.

Quanto a Roma, se la laicizzazione imposta dall’alto favorì la crescita civile dei suoi abitanti e accelerò il processo di ade­guamento della città ad altre realtà urbane, proprio la sua natu­ra universale e cosmopolita, favorita e prodotta dalla presenza della Chiesa, avrebbe garantito quell’apertura e quella ricettività necessarie per l’affermazione di una nuova e grande capitale. E la sua presunta identità debole, che, secondo i detrattori, la rendeva inadatta a governare (la multietnicità, l’assenza di una dinastia consolidata), si rivelò, al contrario, un punto di forza.