Roma repubblicana. Una storia in quaranta vite, Federico SantangeloProf. Federico Santangelo, Lei è autore del libro Roma repubblicana. Una storia in quaranta vite, edito da Carocci. Si tratta di una storia della repubblica romana condotta attraverso una serie di saggi biografici. Quali sono le ragioni di fondo di questo progetto?
Esistono ottimi manuali di storia repubblicana ed eccellenti discussioni d’assieme di quel periodo, accessibili anche a un pubblico non specialistico: si tratta di una tradizione che risale ad almeno un secolo e mezzo fa. Molti dei migliori manuali sono stati scritti in italiano o tradotti da altre lingue, anche in anni recenti; altri ve ne sono, non ancora tradotti, ma facilmente accessibili anche in Italia. Quando, discutendo con l’Editore, si è posta la possibilità di progettare un libro sulla Repubblica romana, ho rapidamente concluso che non ci fosse la necessità di riproporre una lunga e articolata discussione di taglio narrativo, e che ci invece fosse lo spazio per cercare altre strade. Da qui l’idea di una storia della Repubblica attraverso una serie di biografie di personalità importanti, ma non notissime e spesso non di prima fila, attraverso le quali esplorare i temi principali dello sviluppo storico.

Che cosa l’ha spinta a escludere le personalità più note?
Una storia impostata sulle biografie di alcuni ‘grandi uomini’ avrebbe sùbito posto problemi non troppo dissimili dal progetto di un nuovo manuale. Il genere letterario della biografia storica gode di ottima salute, soprattutto nel nostro paese, e vi è ormai un’amplissima serie di discussioni sulla vite e le opere di grandi figure della Repubblica romana che offrono anche un robusto inquadramento storico; ho tentato di contribuirvi alcuni anni fa anche io, con una biografia di Gaio Mario (Marius, Bloomsbury 2016). Il discorso non vale soltanto per gli studi moderni. Le Vite Parallele di Plutarco restano una delle fonti centrali per lo studio della tarda Repubblica, e una di quelle che si leggono con maggior piacere e profitto. Ho dunque scelto di costruire una storia della Repubblica che non fosse né una narrazione di taglio manualistico né una serie di biografie limitate al canone di grandi uomini, e anzi li evitasse deliberatamente. Per limitarsi a un paio di esempi: non vi è una biografia di Giulio Cesare o di Cicerone, ma ve ne sono di Attico, amico e corrispondente del grande oratore, e di Tito Labieno, prima luogotenente di Cesare e poi suo avversario nella guerra civile. L’intento principale del volume, però, resta quello di offrire, attraverso una sequenza di saggi biografici, un quadro coerente di informazione e di elementi interpretativi, e di condurre il lettore attraverso i nodi principali di cinque secoli di storia: presupponendo il meno possibile, e nel contempo offrendo gli strumenti per approfondire i temi che nella mia discussione ricevono – per necessità o per scelta – minore attenzione. Ciascun saggio è parte integrante di una sequenza narrativa e argomentativa, ma può anche leggersi come un contributo autonomo. D’altronde, molti dei casi di studio che propongo in questo libro derivano da un’esperienza didattica: dal contesto della lezione e del seminario.

Come ha scelto i protagonisti del libro?
Plutarco – autore che mi è particolarmente caro – mi ha offerto un utilissimo punto di partenza: ho evitato intenzionalmente tutte le personalità del periodo tardorepubblicano per le quali sopravvive una sua biografia. Non ho invece potuto fare a meno di includere alcune personalità della Repubblica arcaica e media alle quali Plutarco ha dedicato una Vita: da Publicola a Catone il Censore, passando per Coriolano. Qualunque tentativo di ricostruire quel periodo storico doveva necessariamente passare attraverso quelle personalità. Nell’età tardorepubblicana, invece, quando la documentazione si infittisce e si complica, c’è il margine per allargare lo sguardo ad aspetti del paesaggio storico che spesso vengono trascurati. Credo si possa apprendere molto della stagione delle guerre civili studiando il già citato Labieno o un ‘signore della guerra’ come Publio Sittio, e che l’operazione possa rivelarsi non meno fruttuosa di un ulteriore ritorno sullo sviluppo dei negoziati fra Cesare e Pompeo nei mesi precedenti il passaggio del Rubicone, o sugli aspetti tattici della battaglia di Munda.

Vi sono personalità che avrebbe voluto includere e rimpiange di non avere discusso?
La scelta dei quaranta personaggi è stata meno travagliata di quanto avessi inizialmente preventivato: i ritocchi alla prima lista che proposi all’Editore si possono contare sulle dita di una mano. Vi sono senz’altro alcune figure che avrei desiderato includere; di alcune ho apprezzato più compiutamente l’importanza soltanto in corso d’opera. È il caso di Marco Claudio Marcello, il conquistatore di Siracusa; di Lucio Mummio, conquistatore di Corinto e figura chiave nella prima stagione della diffusione delle ricchezze dell’Oriente a Roma e in Italia; o di uomini come Publio Mucio Scevola o Servio Sulpicio Rufo, attivissimi nella politica del loro tempo e centrali nello sviluppo della giurisprudenza romana. Manca inoltre la biografia di uno schiavo o un liberto: qui sono decisive le limitazioni delle fonti a nostra disposizione. Avrebbe forse meritato un capitolo Marco Tullio Tirone, l’ex-schiavo di Cicerone, che fu a lungo segretario e confidente del grande oratore, ed ebbe poi, secondo alcuni, un ruolo centrale e controverso nella costruzione e nella diffusione della raccolta delle sue lettere agli amici; del circolo che si era stretto attorno a Cicerone mi sono però occupato in altre biografie. Su Clodia, sorella di Publio Clodio e, secondo una fortunata tradizione, amante del poeta Catullo, vi sarebbe stato molto da dire, e condensare efficacemente un racconto della sua vita in una decina di pagine sarebbe stata un’operazione impervia. La stessa nota di cautela vale, risalendo di quasi due secoli, per Tito Maccio Plauto, figura fondativa della commedia romana e fonte imprescindibile per chi si interessi della storia sociale del mondo romano: un grande intellettuale che aveva conosciuto direttamente l’esperienza della schiavitù. Come vede, la lista delle possibili omissioni, più o meno rimpiante, si sta facendo piuttosto lunga. È inevitabile che in una scelta del genere rientrino in gioco anche idiosincrasie: si tratta di un esercizio personalissimo, sia nella scelta dei principi di partenza che nella loro attuazione concreta. Ed è anche inevitabile che, come ogni canone, esso ingeneri in alcuni una certa dose di scetticismo e di dissenso. Se potrà indurre altri a dare risalto ad altre figure – e dunque ad altre linee interpretative e tematiche – in future discussioni storiche della Repubblica, ne sarò soddisfatto.

Lei ha fatto cenno a Clodia. Su quaranta biografie soltanto cinque sono riservate a personaggi femminili. Si tratta di uno squilibrio inevitabile?
Credo lo sia in un progetto orientato su una serie di discussioni biografiche; una storia sociale della Repubblica romana richiederebbe scelte del tutto diverse. Anche qui siamo soggetti alla tirannide della documentazione. Le donne sono ai margini del corpo civico; la storia politica viene fatta e viene scritta da uomini, e da un settore limitato della cittadinanza: come è stato autorevolmente osservato, la storiografia romana, sin dai suoi esordi con Quinto Fabio Pittore, è anzitutto storiografia di senatori. Questo non significa però che le donne siano irrilevanti allo sviluppo della vicenda politica, né che si possa prescindere dal peso della dimensione familiare, che è un corpo politico di per sé stesso. La loro marginalità è spesso soltanto apparente e, talvolta, del tutto reversibile. In alcuni casi, come in quelli di Fulvia e di Servilia, hanno un peso obiettivo nel concorrere a determinare gli eventi di un passaggio storico; in altri, come in quello di Cornelia, diventano un tema di controversia politica e la loro condotta viene rivolta a favore o contro i loro parenti. Non è poi un caso che il libro si apra e si chiuda con Lucrezia e con Livia. Le loro vicende, lontanissime l’una dall’altra, sono nel contempo affascinanti apologhi sul potere e potenti rappresentazioni della qualità del mutamento storico che interviene, rispettivamente, con la cacciata dell’ultimo re e con la fine del regime repubblicano.

Quali, tra le figure da Lei raccontate, ritiene più rappresentative dei valori e dell’etica repubblicani?
La definizione dei valori di una comunità politica è sempre oggetto di contesa: lo è nei contesti in cui esistono costituzioni scritte e lo è tanto più aspramente in quelli retti sulla consuetudine – sul mos, come dicevano i Romani. La storia della Repubblica offre numerosi esempi di questa tensione irrisolvibile, non soltanto nell’età delle guerre civili. Catilina – una personalità non inclusa in questa serie di biografie – fu dipinto come un sovversivo mosso da intenti mostruosi. Il poco che conosciamo degli argomenti con cui giustificò le proprie iniziative si concentra però sulla necessità di reagire all’arbitrio della nobiltà e alla sproporzionata concentrazione di potere e di ricchezza nelle mani di pochi. È un argomento prettamente repubblicano. Cesare Augusto, che fondò un regime monarchico sulle ceneri di una repubblica devastata da un ventennio di guerre civili, sostenne di avere restaurato la res publica nelle sue pratiche e, soprattutto, nei suoi valori. Al cuore del problema è l’indefinitezza di fondo del concetto stesso di res publica, che si definisce anzitutto su un criterio negativo – l’assenza di un re – ma resta largamente contendibile. C’è però un personaggio che mi sembra riassumere in sé molte delle possibilità e della complessità del contesto della Roma repubblicana. Non visse a Roma e della sua personalità individuale non sappiamo alcunché: era un vasaio di nome Plator. Era originario della Messapia, in quella che oggi è la Puglia meridionale, ed emigrò a Teano, in Campania, dove condusse un’officina applicando le tecniche apprese in patria. Firmò le sue opere in un osco non impeccabile e in greco, ricorrendo sempre all’alfabeto ellenico. Nella sua vicenda si intrecciano la migrazione, il multilinguismo, la coesistenza fra gruppi diversi, il trasferimento di beni e di saperi: aspetti che accompagnano tutta la storia dell’Italia antica e che l’egemonia romana consolida e intensifica. La vita di Plator, per quanto sappiamo, si svolse tutta lontano dalla politica: eppure fu profondamente influenzata dalle condizioni politiche di quel tempo, e ne offre un’illustrazione concreta. La storia di Roma rivela molto efficacemente come il privato sia sempre politico, e come la prospettiva di uno studio neutrale sia, nella migliore delle ipotesi, illusoria. E qui risiede una ragione forte del suo perdurante richiamo.