“Roma prima di Roma. Miti e fondazioni della Città eterna” di Gianluca De Sanctis

Prof. Gianluca De Sanctis, Lei è autore del libro Roma prima di Roma. Miti e fondazioni della Città eterna, edito da Salerno: di quale utilità è lo studio del mito di fondazione di Roma?
Roma prima di Roma. Miti e fondazioni della Città eterna, Gianluca De SanctisNella percezione diffusa, complice in parte il cinema, in parte l’uso che è stato fatto del mito di Roma durante il ventennio fascista (un’eredità di cui facciamo fatica a liberarci), i Romani sono considerati un popolo tutto ordine e disciplina, che ha inventato il diritto e conquistato il mondo con la forza delle armi, ammirato (e spesso odiato) per la fermezza nel perseguire i propri obiettivi, per la capacità di soffrire e superare i periodi di crisi, per l’organizzazione, per certi versi “moderna”, che ha saputo dare al suo impero. Questa immagine, tuttavia, costituisce solo una parte della medaglia. I miti delle origini raccontano un’altra storia. Accanto alla ferocia terribile che non si arresta neppure di fronte ai consanguinei (si pensi all’assassinio di Remo da parte di Romolo), troviamo miti di segno contrario che denotano invece apertura e accoglienza. Ancor prima di fondare la città, i due gemelli avrebbero infatti aperto un asilo (oggi diremmo un centro di accoglienza), protetto da un dio, dove accoglievano tutti, schiavi fuggitivi, migranti, avventurieri, promettendo loro l’immunità e la cittadinanza. Dunque, i primi abitanti della città sarebbero stati dei sans papiers, gente poco raccomandabile da cui era meglio tenersi alla larga. La domanda a cui tenta di rispondere questo libro è perché mai i Romani scelsero questa forma di autorappresentazione.

Della fondazione di Roma, esistono diverse decine di versioni: quali tradizioni ne sono alla base?
Conosciamo all’incirca una ventina di versioni del mito della fondazione, che possono essere triplicate se consideriamo anche le varianti. Alcune sono a dir poco bizzarre e certamente più antiche di quella poi divenuta canonica in età augustea, soprattutto grazie a Livio e Virgilio. Si tratta di una vera e propria selva mitografica all’interno della quale già gli antichi si orientavano a fatica. Sembra chiaro però che la versione per così dire mainstream sia nata dall’intersezione di due tradizioni inizialmente indipendenti, una di matrice ellenica, che legava la nascita di Roma alla figura di un esule troiano, l’altra di origine indigena, che invece la riconduceva all’opera dei due gemelli. Quando questi due grandi filoni narrativi si siano innestati l’uno nell’altro è difficile dirlo con precisione, ma ci sono buoni indizi per ritenere che questo sia avvenuto nel IV secolo a. C.

Quale contributo hanno fornito agli studi su Roma arcaica le nuove acquisizioni archeologiche?
Lo straordinario profluvio di acquisizioni materiali e metodologiche conseguito negli ultimi anni ha indubbiamente arricchito le prospettive degli storici e degli archeologi che si occupano di Roma arcaica, ma l’aumento dei “pezzi” del mosaico non sempre si è tradotto in un ampliamento della superficie ricostruita. In altre parole, il quadro si è complicato, piuttosto che completato. Come spesso accade nella ricerca scientifica, una nuova scoperta apre nuovi dubbi piuttosto che rispondere a vecchie domande. Ciò dipende dal fatto che la cultura materiale talvolta si rivale “muta” nella sua complessità, nel senso che non dice più di quello che mostra. Il dibattito sulle origini di Roma è divenuto una sorta di bellum civile tra storici e archeologi, e anche nel campo degli archeologi le posizioni non sono affatto unanimi, e questo, è bene ripeterlo, a fronte di una straordinaria quantità di nuovi contesti ed eventi materiali, impensabili fino a poche decine di anni fa. Ancora oggi, dunque, credo che sia lo studio della tradizione letteraria, intesa come espressione della memoria culturale, a fornire i risultati meno aleatori. Come ricordava Arnaldo Momigliano, “quando la tradizione c’è, come per Roma, le va dato il dovuto peso: essa resta l’unico contatto con gli uomini vivi – i re, i senatori, gli Etruschi, i Latini, i Sabini – che riempirono le strade e le case, prima di discendere nelle tombe del Palatino, del Foro, dell’Esquilino”.

Quale funzione svolgevano le antiche narrazioni dei Romani dei miti di fondazione della loro città?
I miti delle origini costituiscono la pietra angolare dalla quale tutte le società partono per costruire l’edificio della propria “identità.” Questi racconti, infatti, non si limitano a segnare gli “inizi”, ma trasmettono, per così dire, il valore di questi “inizi” nei diversi presenti, veicolando saperi, rappresentazioni del mondo, quadri mentali, modelli di comportamento, che la comunità continua a rispettare, perché, per l’appunto, ritenuti fondanti. Questa loro “vitalità”, il fatto che non abbiano smesso di essere ricordati ed evocati nei discorsi, nei testi letterari e iconografici, nelle cerimonie pubbliche, sta a significare che, nonostante il succedersi dei secoli e delle generazioni, il loro capitale simbolico è rimasto intatto. E ciò è potuto accadere perché gli uomini hanno creduto che, al di là della plausibilità e della verosimiglianza, quelle narrazioni conferissero un senso o una direzione alla loro storia che ne sapessero esprimere le virtù, che ne portassero impresso il “carattere”, come diceva Benedetto Croce, o lo “stile”, per usare la metafora musicale impiegata da Claude Lévi-Strauss in Tristi Tropici. Ciò dovrebbe restituire automaticamente a questi racconti la patente di documento storico, poiché essi, in effetti, “documentano” il modo in cui una determinata società ha scelto di autorappresentarsi e, conseguentemente, di impostare il proprio rapporto con gli altri.

Di quale attualità è la concezione romana del fattore etnico?
Nelle autorappresentazioni romane, il valore della purezza etnica è quasi del tutto assente; anzi, il più delle volte, quando compare nelle nostre fonti, è per essere orgogliosamente rifiutato. I Romani si autorappresentavano come un aggregato di culture, che nasce mettendo insieme uomini e terre di provenienza diverse. Ma non basta. Essi fecero di questa promiscuità ancestrale, incarnata nel racconto dell’asilo aperto dai gemelli a schiavi e latitanti sulla cima del Campidoglio o nella cerimonia che si celebra subito dopo intorno al mundus, all’alba della città, un motivo identitario che avrebbe poi ispirato il loro rapporto con gli altri popoli, la concezione della cittadinanza e dell’imperium, il modo di intendere lo spazio e il mondo. Credo che questi racconti non siano mai stati tanto attuali come oggi e che offrano spunti di riflessione per ripensare anche il nostro presente. Naturalmente, con questo non intendo dire che l’antica Roma sia un modello di società multiculturale da imitare da parte degli stati moderni, ma più semplicemente ricordare a quanti ancora oggi invocano il pattugliamento dei confini per proteggere l’identità, la nazione o il lavoro, che l’accoglienza e l’integrazione non producono necessariamente “indebolimento”, “perdita di valori” o “maggiore povertà”. Il caso di Roma mostra che si può guardare all’alterità non come una minaccia, ma come una risorsa, che le società umane, così come le culture a cui danno vita, sono degli agglomerati, crescono e prosperano quando non si chiudono in se stesse e non dimenticano i benefici che derivano dalla mescolanza. Molto, se non tutto, dipende dalla volontà, dai sentimenti e dai modelli che abitano i comportamenti di chi è chiamato all’incontro, in altre parole, dalla loro umanità.

Offerta
Roma prima di Roma. Miti e fondazioni della Città eterna
  • Editore: Salerno Editrice
  • Autore: Gianluca De Sanctis
  • Collana: Piccoli saggi
  • Formato: Libro in brossura
  • Anno: 2021

Quali strutture spaziali generò il rito di fondazione della città?
L’atto di fondazione di una città romana consisteva nel tracciare, secondo un rito di derivazione etrusca, un solco circolare (sulcus primigenius) che ne delimitava il perimetro più esterno, sul quale poi venivano innalzate le mura urbane. Questo solco rappresenta il primo “segno” della cultura romana, la sua prima manifestazione; una manifestazione molto concreta che si esplica attraverso l’esercizio di una forza, quella dell’aratro, che impone una forma alla terra, la recinge, facendo emergere dal suo grembo il profilo della città. Lo scopo di questa operazione è spiegato bene da Varrone in un passo del suo trattato sulla lingua latina: «munire» il nuovo abitato, difenderlo attraverso la creazione di una fossa e di un murus, termini che indicano rispettivamente la “fenditura” aperta dal passaggio dell’aratro nel terreno, il vero e proprio solco, e la “dorsale” formata dall’accumularsi delle zolle via via sollevate e gettate all’interno, una sorta di abbozzo delle future mura urbiche. Per ottenere questo risultato l’aratore doveva tenere la stiva dell’aratro costantemente piegata, in modo tale da curvarne la traiettoria e al tempo stesso far ricadere la terra alzata dal vomere all’interno del tracciato. Dove poi aveva intenzione di costruire le porte, sollevava l’aratro, lo trasportava per alcuni passi per poi riprendere ad arare. Plutarco spiega che la terra così arata aveva un carattere “sacro”, mentre quella non arata, dove poi sarebbero state costruite le porte, manteneva una natura profana, funzionale agli interscambi con il mondo esterno.

Vi è poi un altro confine che scaturisce dal rito di fondazione, ossia il pomerium, così chiamato perché, secondo l’etimologia più accreditata, si trovava subito dietro (post) il muro (murum). Varrone, nel passo di cui dicevo, lo definisce, con una formula suggestiva, il “cerchio che costituiva il principio della città”. Gli antichi non erano d’accordo sulla sua morfologia e i moderni ne hanno di fatto ereditato le incertezze: non è chiaro se si trattasse di una linea formata da una serie di cippi terminali dislocati ad intervalli regolari dietro (o davanti) le mura, o piuttosto dello spazio compreso tra questa linea di cippi, qualunque fosse la sua posizione, e quella costituita dal percorso delle mura. Certa è invece la sua funzione che non era di tipo militare, ma augurale. Lungo i suoi confini terminavano, infatti, gli «auspici urbani». Il pomerium costituiva cioè la frontiera tra la città vera e propria (urbs) e il suo territorio (ager). Ciò che distingue questi due spazi, contigui e complementari, è il loro statuto giuridico-religioso. L’urbs, infatti, è un luogo “inaugurato”, potremmo dire “benedetto” dagli dèi, il che comporta una serie di proibizioni rituali (esclusione dei cadaveri e delle armi), ma soprattutto la distinzione tra potere civile (imperium domi) e militare (imperium militiae). Se il primo è un potere permanente ed esercitato dai magistrati insigniti dell’imperium all’interno del pomerium per tutta la durata del loro officio a partire dal momento dell’entrata in carica, il secondo è invece un potere temporaneo e reversibile, a cui quegli stessi magistrati accedono soltanto dopo aver preso gli auspici per comandare l’esercito fuori dal pomerium e che si estingue automaticamente quando essi lo varcano per rientrare in città. Ciò dimostra che luoghi e poteri sono dimensioni profondamente interrelate e credo che questo sia uno degli aspetti più affascinanti della cultura romana.

Quali interpretazioni assunse la morte di Remo?
Le interpretazioni moderne che sono state date dell’assassinio di Remo sono numerose e sarebbe impossibile darne conto qui per esteso. Si tratta per lo più di interpretazioni allegoriche (la rivalità tra di due gemelli e il suo esito cruento altro non sarebbero che la trasfigurazione mitica di un evento storico realmente accaduto) o eziologiche (il racconto sarebbero stato creato per spiegare l’origine di una istituzione o di una rappresentazione culturale ritenuta vincolante). Più recentemente si è invece affermata l’ipotesi che dietro questo assassinio si celi in realtà un sacrificio di fondazione: per fondare la città, Romolo avrebbe dovuto sacrificare il fratello, colpevole di aver profanato le mura (Carandini), o semplicemente perché così imponeva un’antica consuetudine, che sarebbe stata poi rimossa dalla memoria culturale dei Romani e rimpiazzata dal racconto mitico (Wiseman). Io credo piuttosto che per capire questa storia si debba innanzitutto recuperare la prospettiva di coloro ai quali essa appartiene di diritto, cioè dei Romani. Per farlo, dobbiamo scavare nella loro memoria culturale. Secondo la tradizione, Remo sarebbe stato ucciso dal fratello per aver “profanato” la linea del “solco primigenio” (cfr. sopra). Un simile gesto lo qualificava come un nemico di Roma: solo i nemici non passano per le porte, ma scavalcano le mura. Il racconto dimostra, dunque, che, a dispetto delle sue dimensioni, quella gracile muraglia sorta accanto al solco era già un “muro” a tutti gli effetti; non tanto un “muro simbolico”, quanto piuttosto “un muro in embrione”, che, pur non essendo ancora funzionante dal punto di vista militare (non può certo arrestare l’avanzata di un esercito nemico, è poco più di una linea), lo è però dal punto di vista giuridico-religioso (il suo attraversamento impone ai cittadini di correre in sua difesa e di abbattere gli invasori). Il compito di mostrare che le cose non stanno come sembrano, che quel lembo di terra non può essere attraversato impunemente, spetta al fratello del fondatore, a Remo, il quale, in quel momento, si trova, non a caso, all’esterno del sulcus primigenius e, dunque, al di fuori della cultura che esso rappresenta. Egli, infatti, non riconosce, o forse non intende riconoscere, l’efficacia del rito che Romolo sta compiendo di fronte ai suoi occhi; per questo scavalca il “muro”, per dimostrarne l’inconsistenza difensiva e smascherare con i fatti ciò che giudica una finzione religiosa. A questo punto Romolo è costretto ad intervenire, non solo per difendere il proprio credito, ma l’esistenza stessa della città, che dipende dalla sicurezza dei suoi riti e, conseguentemente, dei suoi confini.

Gianluca De Sanctis insegna Storia romana all’Università degli Studi della Tuscia e collabora con il Centro AMA – Antropologia del Mondo Antico dell’Università di Siena. Tra i suoi libri: La religione a Roma (Roma 2012), e La logica del confine. Per un’antropologia dello spazio nel mondo romano (Roma 2015).

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