Dottor Lesti, Lei è autore del libro Riti di guerra. Religione e politica nell’Europa della Grande Guerra, pubblicato per i tipi del Mulino: qual era l’importanza delle cerimonie di consacrazione nella Grande Guerra?
Riti di guerra. Religione e politica nell’Europa della Grande Guerra Sante LestiLe cerimonie di consacrazione al Sacro Cuore di Gesù celebrate in Francia, Italia, Germania e Austria durante e immediatamente dopo la Prima guerra mondiale (1914-1919) furono vissute dai contemporanei come degli avvenimenti di straordinaria importanza. A proposito di una di queste, la consacrazione della Francia dell’11/13 giugno 1915, un vescovo francese, mons. Gauthey, non ebbe paura di parlare dell’«iniziativa più importante di tutta la guerra». Come spiegare le aspettative suscitate da questi riti – riti di cui oggi riusciamo a malapena a intuire il significato? Nel mio libro propongo almeno tre spiegazioni differenti. In gran parte, però, tutto quest’entusiasmo derivava da due certezze strettamente intrecciate. La prima è che consacrare se stessi, la propria famiglia e la propria nazione al Sacro Cuore significasse soddisfare un’antica domanda del Signore, risalente addirittura al 1689. Quell’anno, infatti, Egli sarebbe apparso a una suora francese dell’ordine della Visitazione, per confidarle, tra gli altri, proprio questo desiderio. All’epoca della Grande Guerra erano in pochi a dubitare dell’autenticità della «grande rivelazione» del 1689, così come della sua attualità. Ancora più importante era l’altra certezza collegata alle cerimonie di consacrazione, ossia che la loro celebrazione costituisse una garanzia di vittoria. Stando alla «grande rivelazione» del 1689, infatti, il Signore aveva promesso, in cambio della consacrazione e delle altre richieste che le erano collegate, il trionfo su tutti i propri nemici. Nel 1689, naturalmente, i nemici in questione erano quelli di Luigi XIV, ma all’epoca della Prima guerra mondiale i cattolici dell’Intesa ritenevano che fossero gli austriaci e, soprattutto, i tedeschi, eredi dell’eresia luterana. Per moltissimi soldati, poi, prendere parte alle cerimonie di consacrazione significava mettersi al riparo dal rischio di morire in combattimento. In particolare, portare con sé un’immagine del Sacro Cuore (uno scapolare, un santino, un piccolo distintivo in celluloide, ecc.) significava per i soldati indossare uno dei «para-proiettili» più «invincibili». Quest’interpretazione magica del rito era condannata sul piano teologico, ma contemporaneamente alimentata su quello propagandistico, dal momento che era quella di maggiore successo presso i soldati della truppa, ansiosi di dotarsi di un amuleto al quale affidare le proprie speranze di sopravvivenza nell’inferno della trincea.

Come avvenne la consacrazione delle nazioni europee?
La consacrazione delle nazioni dell’Intesa fu celebrata il 15 giugno 1917, in coincidenza con l’annuale festa dedicata al Sacro Cuore di Gesù. Essa fu preparata da un comitato interalleato presieduto per la Francia dall’arcivescovo di Parigi, il cardinale Léon-Adolphe Amette; per il Belgio dal presidente dell’Istituto superiore di Filosofia dell’Università di Lovanio, mons. Deploige; per l’Inghilterra dall’arcivescovo di Westmister, il cardinale Francis Alphonsus Bourne; per l’Italia, infine, da padre Agostino Gemelli, da cui era partita l’idea. Per sottolineare la dimensione internazionale dell’atto, esso fu celebrato in contemporanea in tutte le chiese dei paesi in questione, coinvolgendo così decine di milioni di cattolici in un solenne rito patriottico e religioso. In Italia, la consacrazione ebbe l’appoggio non soltanto dei vescovi e del clero, ma anche dell’associazionismo confessionale, a cominciare dall’Unione delle donne cattoliche italiane, presieduta all’epoca dalla principessa Giustiniani Bandini. L’iniziativa non riuscì ad ottenere, invece, l’approvazione ufficiale del papa, Benedetto XV, che dopo un primo, informale, sostegno iniziale, ritirò il proprio appoggio, preoccupato di sostenere una «crociata» intrapresa da cattolici contro altri cattolici. Lo scopo della cerimonia traspare chiaramente dalle parole dell’atto di consacrazione al Sacro Cuore redatto per l’occasione dal card. Amette. Recitato generalmente al termine della messa, in modo tale da rispettare la sequenza confessione-comunione-consacrazione, esso era scandito in quattro parti principali. Nella prima, i consacrandi offrivano i propri «omaggi» e le proprie «suppliche» al Signore, prima di professare la propria fede nella sua «sovranità» spirituale e temporale – una sovranità che si estendeva sulle nazioni, oltre che sulle singole anime, reclamando il diritto di Dio e della sua Chiesa a regnare sugli stati e le istituzioni pubbliche, secondo i dettami della teologia del «regno sociale di Cristo». Nella seconda, i consacrandi chiedevano perdono (facendo «ammenda solenne») per «tutte» le proprie «colpe»: tutte perché esse comprendevano non soltanto i peccati individuali ma anche quelli sociali, commessi come membri del corpo sovrano, come ad esempio il divorzio (nel caso francese). Nella terza parte dell’atto, poi, i partecipanti recitavano la consacrazione vera e propria, consacrando tutti i soggetti che costituivano, ai loro occhi, le nazioni: le persone, le famiglie, gli eserciti e le patrie. Infine l’atto era chiuso dall’implorazione del trionfo finale delle nazioni dell’Intesa.

In che modo si giunse alla consacrazione dei soldati dell’esercito italiano?
All’origine della consacrazione ci sono una rivelazione privata e un acquazzone. La prima fu affidata ad una sorella domestica del monastero della Visitazione di Salò, suor Maria Fedele Filippini; il secondo permise ad Armida Barelli, una stretta collaboratrice di padre Gemelli, di venirne a conoscenza, costringendola a riparare all’interno del monastero durante una gita fuori porta. Il «messaggio» trasmesso da suor Maria ad Armida era: «il Sacro Cuore vuole la consacrazione degli eserciti al Suo Cuore e lei dovrebbe giungere a P. Gemelli per realizzare la cosa». Nonostante la sua diffidenza nei confronti dei mistici contemporanei (diffidenza che lo avrebbe portato, di lì a qualche anno, ad emettere un giudizio drasticamente negativo sull’autenticità delle stigmate di padre Pio), padre Gemelli decise di dare corso all’iniziativa, assicurandosi anche il sostegno, in questo caso, del papa e del vescovo di campo, mons. Bartolomasi. Non si può escludere, per altro, che lo scotto subito da Benedetto XV in quest’occasione, con l’approvazione ufficiale di una cerimonia patriottica oltre che religiosa, sia all’origine del suo comportamento opposto di qualche mese dopo, al momento della consacrazione delle nazioni dell’Intesa. Con il sostegno del papa, del capo della Chiesa militare e di migliaia di cappellani e preti-soldato, il Comitato per la consacrazione dei soldati dell’esercito italiano guidato da padre Gemelli e Armida Barelli riuscì a consacrare due milioni di uomini (anche se non tutti contemporaneamente). La maggior parte di questi recitò l’atto nella giornata del 5 gennaio 1917, secondo una formula differente rispetto a quella della consacrazione delle nazioni dell’Intesa ma ispirata agli stessi principi teologico-politici.

Quali evidenze storiche in merito all’adesione delle Chiese europee alla Prima guerra mondiale sottolinea il suo studio?
Fino a questo momento, la storiografia internazionale ha ricondotto l’adesione delle Chiese europee alla Grande Guerra al desiderio, da parte di quelle, di uscire dal ghetto in cui erano state rinchiuse dai processi di laicizzazione intrapresi dai principali stati europei (il Regno d’Italia, il Reich guglielmino, la Terza repubblica francese) nei decenni precedenti lo scoppio del conflitto: al desiderio, in altre parole, di ottenere il riconoscimento della propria piena cittadinanza, del proprio patriottismo. Mi sembra che lo studio delle cerimonie di consacrazione al Sacro Cuore ci consenta di ridefinire, se non di ribaltare, un’interpretazione del genere. Le consacrazioni al Sacro Cuore non erano soltanto, infatti, delle pratiche di legittimazione della guerra in corso, ma anche delle pratiche di propaganda politico-religiosa del regno sociale di Cristo: sarebbe difficile perciò ridurle ad una semplice esibizione di patriottismo. Esse non erano inoltre delle pratiche di consacrazione di una nazione qualunque, o di legittimazione di una guerra qualunque, ma di consacrazione di una nazione cattolica e di legittimazione di una guerra cattolica, di una crociata cattolica. Più che in termini di «subalternità», insomma, mi sembra che esse ci impongano di ripensare l’adesione delle Chiese europee alla Prima guerra mondiale in termini di (tentata) «egemonia». In questo senso, esse furono dei grandi riti di (tentata) ri-cristianizzazione delle nazioni in guerra.