Dottor Cerase, la Sua ultima fatica, pubblicata per i tipi di Egea, si intitola Rischio e Comunicazione. Teorie, modelli e problemi: cosa s’intende per rischio?
Rischio e Comunicazione. Teorie, modelli e problemi Andrea CeraseIl volume nasce proprio per dare una risposta a questa domanda. Ma la risposta è quanto mai aperta, perché – come segnala anche Alberto Alemanno nella prefazione del volume – non esiste alcuna definizione di rischio universalmente condivisa, e questo tende a rendere oggettivamente difficile la comunicazione e la comprensione tra esperti, scienziati, decisori politici e cittadini: in mancanza di un lessico comune e di categorie condivise, gli attori tendono a fare riferimento a concezioni del rischio diverse e talvolta incompatibili tra loro.
Il libro è in sé una critica all’idea che le definizioni del rischio debbano essere prerogativa dei tecnici, degli scienziati e dei decisori pubblici, che fondano le loro valutazioni e decisioni su un criterio di razionalità strumentale, sintetizzabile nella definizione del rischio come prodotto della probabilità di un evento avverso moltiplicata per il danno conseguente. Le scienze sociali e comportamentali hanno fortemente messo in discussione l’intrinseco riduzionismo di questa definizione, che esclude il modo in cui percepiamo il rischio, le culture e i valori dei gruppi di appartenenza, l’agency degli individui, il significato politico e morale del rischio e il ruolo dei sistemi organizzativi e istituzionali nell’organizzazione delle policy.
Questo lavoro, partendo dall’analisi dei motivi che hanno conferito al rischio un’inedita centralità culturale e politica, considera il contributo delle varie teorie alla comprensione di queste importanti dimensioni, concentrandosi in particolare sul rapporto tra la comunicazione e le diverse forme di conoscenza che consentono di riconoscere e agire nei confronti del rischio e i modi attraverso cui esse strutturano il discorso pubblico anticipando l’azione sociale.

La nostra è la società del rischio?
Il concetto di società del rischio è stato introdotto da Ulrich Beck nel 1986, in un libro per molti versi profetico, pubblicato immediatamente dopo il disastro nucleare di Chernobyl. Quel libro, e l’amplissimo dibattito che ne è scaturito hanno avuto un’importanza enorme in tutto il mondo, influenzando non solo il mondo accademico ma anche molte scelte politiche importanti, ad iniziare dall’adozione del principio di precauzione nei paesi dell’Unione Europea.
Per capirne la portata è sufficiente ricordare che alla prematura scomparsa di Beck, avvenuta all’inizio del 2015, ha fatto seguito un’ampia eco di tutta la stampa internazionale, caso assolutamente senza precedenti per gli studiosi di scienze sociali. Ma bisogna anche ricordare che quel volume si fonda su un dibattito iniziato almeno vent’anni prima e che ancora oggi continua ad impegnare gli studiosi, dimostrando che il concetto di rischio non è affatto una passeggera moda accademica, ma un elemento cruciale per capire la contemporaneità.
Il rischio è diventato un nodo centrale del dibattito sociologico per numerosi e rilevanti motivi: anzitutto, perché rappresenta una dimensione imprescindibile del processo di modernizzazione, come evidenziato non solo da Beck ma anche da altri importanti studiosi tra cui Anthony Giddens e Scott Lash.
Il concetto di rischio peraltro enfatizza il ruolo della conoscenza (non solo scientifica) e dei modi attraverso cui è prodotta e veicolata (attraverso la divulgazione scientifica, i media e nel dibattito pubblico), ponendo l’accento sulla qualità della comunicazione, dei processi decisionali e delle scelte politiche, come hanno evidenziato – tra gli altri – Niklas Luhmann, Mary Douglas e Sheila Jasanoff.
Inoltre, il rischio ci costringe a fare i conti con i limiti nella previsione degli effetti collaterali e/o indesiderati delle nostre scelte, come è stato spiegato non solo da Beck ma anche dal suo “antagonista” Luhmann, e segnala al tempo stesso la molteplicità di valori e forme di razionalità soggiacenti alle idee sul rischio, che spesso risultano in conflitto tra loro, come ben spiegato da Kristin Shrader-Frechette oltre che da Mary Douglas e Sheila Jasanoff. Ma l’enorme rilevanza sociologica del rischio si deve soprattutto al fatto che esso ci costringe a interrogarci sulle nostre visioni di futuro, che non sono mai moralmente e politicamente neutrali.

Il libro si propone di spiegare perché il rischio è diventato un concetto così centrale per spiegare le società contemporanee, sempre più dominate dalla paura. Evitare i rischi, ridurne le conseguenze e punire chi espone deliberatamente gli altri ai pericoli è diventato un imperativo morale, che attraversa e rende leggibili fenomeni sociali molto diversi tra loro. Il rischio rimanda a differenti tipi di conoscenza storicamente situati, che possono (e dovrebbero) essere analizzati considerando i criteri utilizzati per renderlo calcolabile, alla luce delle tecnologie morali e politiche di riferimento. Non a caso il concetto di rischio si propone oggi come una cornice interpretativa unificante, in grado di conferire una forma coerente a manifestazioni molto diverse della strutturale incertezza del nostro tempo. A differenza di quanto avveniva in passato, la semantica del rischio non include solo gli impatti indesiderati della scienza e della tecnologia sull’ambiente e sulla salute, ma si è estesa ad un insieme di questioni sempre più ampie, come la crisi economica, l’instabilità finanziaria, il terrorismo, la criminalità, l’immigrazione. Inoltre, bisognerebbe riflettere sul fatto che nel nome del rischio si può vendere praticamente di tutto, che si tratti di cibo, stili di vita, buone tecnologie o politiche discutibili. Tim Gill, ad esempio, ha dimostrato che l’incombente idea di rischio ha cambiato persino la struttura dei parchi attrezzati per il gioco all’aperto, con conseguenze importanti e ancora non del tutto esplorate sulla crescita personale e sull’autonomia dei bambini.

Quali sono i più importanti paradigmi nel campo dei risk studies?
Nell’ambito dei cosiddetti risk studies convivono numerosi paradigmi interpretativi. Nelle ricostruzioni di alcuni autori se ne contano una dozzina, per altri sono decisamente meno. Nel mio volume ho cercato di circoscrivere l’attenzione a quelli che hanno effettivamente influenzato non solo il dibattito accademico ma anche il dibattito pubblico e il policymaking.
Il punto di partenza del volume è l’analisi delle ragioni storiche che hanno fatto del rischio una dimensione centrale della modernità, a cui fa seguito una rassegna dei principali approcci macrosociologici al rischio, dal lavoro di Beck fino alle prospettive post-foucaultiane, passando ovviamente per l’importante lavoro di Luhmann. Nella seconda parte ci si concentra invece sulle teorie che hanno evidenziato implicazioni strategiche più immediate e dirette sui processi di valutazione, gestione e comunicazione del rischio, che hanno avuto ricadute concrete e pratiche più ampie sull’elaborazione delle policy e sul processo di risk management.
Una delle idee chiave su cui si fonda questo volume è che l’adozione di una differente prospettiva teorica implichi non solo la definizione strategica di obiettivi, strumenti e possibilità, ma anche una particolare idea dell’uomo, della società e dell’ambiente. Per dirla con Kuhn, ciò significa che i modi attraverso cui il rischio viene concettualizzato e gestito non possono essere descritti come una semplice cumulazione di conoscenze e dati di ricerca, ma implicano l’adozione di particolari “visioni del mondo” che hanno notevolmente influenzato l’evoluzione del campo di studi, e che possono essere interpretate soltanto alla luce della dialettica tra scienza, società e politica.
Oltre al paradigma dell’attore razionale, che ha dominato per decenni questo campo di studi, il libro approfondisce il paradigma della percezione del rischio, la teoria culturale o CT e, infine, la Social Amplification of Risk. I capitoli sono strutturati entro una lettura per cicli e per compresenza che intende dar conto della crescente complessità delle teorie e della tendenza ad mettere insieme contributi provenienti da diverse discipline, quali la sociologia, l’antropologia, la psicologia cognitiva e della decisione, la geografia sociale, la scienza dell’organizzazione, il diritto. Il rischio è di per sé un fenomeno estremamente complesso, che pone problemi insolubili entro il dominio di una singola disciplina, rendendo necessario un approccio completamente diverso. Come spiega Adam Burgess, uno tra i più eminenti ed autorevoli studiosi in questo campo, l’etichetta di risk studies identifica un nuovo campo di studi e ricerche che, nato come tentativo di dare risposte ampie e pertinenti ai diversi problemi sociali, politici, economici e giuridici creati dall’emergere dei rischi, si va consolidando come ambito multidisciplinare e autonomo, caratterizzandosi proprio per il tentativo (e la necessità) di integrare approcci, prospettive teoriche e saperi disciplinari diversi.

Cosa affermano le teorie psicologiche del rischio?
I primi sviluppi delle teorie psicologiche del rischio si collocano agli inizi degli anni settanta, quando iniziano ad essere evidenti i segni della crisi del paradigma dell’attore razionale e dell’approccio costi/benefici. L’approccio della psicologia al rischio costituisce un particolare sviluppo della psicologia cognitiva, e si caratterizza per il tentativo di produrre modelli generali di spiegazione del comportamento manifesto, degli atteggiamenti, delle emozioni e delle credenze degli individui con l’obiettivo di spiegare i motivi per cui alcuni tipi di rischi, come l’energia nucleare, l’inquinamento, o l’aviazione commerciale siano percepiti come particolarmente minacciosi mentre altri rischi, come il fumo, lo sci o il nuoto siano invece valutati come meno gravi. Le ricerche si sono concentrate sui processi percettivi e sulle disposizioni psichiche delle persone, cercando di capire come potessero influenzare i processi decisionali.
Gli studi sulla percezione del rischio hanno dimostrato che i rischi ci appaiono più minacciosi se sono imposti invece che liberamente scelti, se sono poco familiari, se hanno un impatto potenzialmente catastrofico e se non comportano vantaggi per chi è esposto. Gli studi sulle euristiche si sono invece concentrati sui meccanismi cognitivi che utilizziamo per valutare ed affrontare i rischi. Le euristiche del rischio sono infatti “scorciatoie mentali” che utilizziamo per interpretare l’ambiente e prendere efficacemente decisioni in condizioni di incertezza, e rappresentano un potente mezzo di adattamento all’ambiente, che da milioni di anni assicura la sopravvivenza di individui e specie.
La ricerca sulle euristiche ha evidenziato in particolare due aspetti. Il primo è l’influenza delle prospettive contestuali in cui avviene la decisione: a parità di probabilità e danni il modo in cui vengono prospettate le alternative di scelta consente di prevedere le decisioni delle persone: come per la metafora del bicchiere mezzo pieno, a parità di condizioni tendiamo a scegliere sempre le condizioni che ci appaiono più favorevoli. Il secondo è che l’avversione alle perdite tende a superare l’attrazione per i possibili benefici: la possibilità di rimetterci tende a frenarci nelle decisioni rischiose. Si tratta di conoscenze fondamentali non solo per capire il comportamento delle persone di fronte a situazioni di potenziale pericolo, ma anche per spiegare i corsi d’azione che governano le scelte in campo economico. Per comprendere l’enorme rilevanza di queste scoperte è giusto ricordare che nel 2002 Daniel Kahneman è stato insignito del Premio Nobel per l’Economia per gli studi sulla Prospect Theory svolti con Amos Tversky, che non ha potuto condividere l’onorificenza perché scomparso pochi anni prima.

Quali sono i principali limiti della Cultural Theory?
Per capire i limiti della Cultural Theory è anzitutto necessario introdurne i fondamenti: la sua nascita si colloca agli inizi degli anni ottanta, nel pieno di una profonda crisi del paradigma dell’attore razionale, in una fase in cui le teorie psicologiche sulla percezione del rischio avevano egemonizzato il dibattito accademico. La “Cultural theory of social viability” com’era definita agli inizi, si proponeva per l’appunto di superare la visione iposocializzata tipica dell’approccio psicometrico, e la sua tendenza a minimizzare, o addirittura negare, l’importanza dei fattori socio-culturali che governano gli atteggiamenti nei confronti del rischio.
Lo scopo della Cultural Theory è, infatti, il superamento del rigido determinismo degli approcci tecnici e ingegneristici, rivalutando il ruolo della cultura (o meglio delle culture) come elemento chiave per capire il modo in cui le società modellano le risposte sociali ai pericoli: come spiega Mary Douglas “la cultura esercita una pressione sugli individui: essi non prendono decisioni importanti senza consultare gli amici. Il coraggio per resistere ad un rischio, fallire o per protestare, viene dalla loro cultura” (Douglas, 2003).
Quest’approccio ha consentito così di illuminare molti aspetti importanti del rischio, ad esempio il suo uso “politico” come strumento per rinsaldare le comunità salvaguardandole dai pericoli provenienti dall’esterno, la coesistenza all’interno delle stesse società di orientamenti culturali diversi e talvolta inconciliabili nei confronti del rischio e con essi l’inevitabile portata di conflitti, così come le strategie di blaming, attraverso cui ogni società individua, punisce ed espelle chi è ritenuto responsabile per aver messo in pericolo la comunità.
Tuttavia, la Cultural Theory è stata oggetto di critiche per due principali motivi: in primo luogo il problematico rapporto tra la raffinatezza della costruzione teorica e i dati provenienti dalla ricerca empirica. Questo aspetto metodologico va certamente letto alla luce delle differenze tra metodi quantitativi – ad esempio quelli usati nell’ambito del paradigma psicometrico – e metodi qualitativi, più attenti al significato soggettivo, tipici degli approcci dell’antropologia. Sebbene la contrapposizione tra queste due tradizioni di ricerca vada esaurendosi, non è difficile leggere in talune critiche l’idea di una presunta superiorità del dato numerico sul dato proveniente dall’osservazione e dalla partecipazione ai processi di gruppo.
In secondo luogo, secondo alcuni studiosi l’idea di cultura proposta dalla Cultural Theory – in particolare negli scritti di Douglas – sarebbe troppo rigida, dal momento che le culture del rischio non si manifestano in modo uniforme e prevedibile e gli individui tendono a far riferimento a una pluralità di norme, valori e credenze, che non sono mai totalmente riconducibili alla cultura di appartenenza. Le culture del rischio non appaiono affatto statiche e immutabili, e allo stesso modo anche gli orientamenti delle persone rispetto a un certo tipo di rischio, possono cambiare radicalmente con il tempo e l’esperienza.

Cosa sostiene la Social Amplification of Risk?
La Social Amplification of Risk nasce dall’esigenza di dare risposta a tre fondamentali domande: la prima riguarda i motivi per cui certi tipi di eventi rischiosi, sebbene poco rilevanti o circoscritti diventino estremamente significativi per la società, mentre altri tipi di eventi, valutati come gravi dagli esperti, destino non solo scarsa preoccupazione ma anche scarsa attenzione da parte dei media e del pubblico. La seconda domanda riguarda invece il modo attraverso cui la comunicazione interviene nell’interpretazione dei segnali di rischio e nei processi di produzione e diffusione di messaggi che possono sia amplificare che mitigarne gli effetti. La terza riguarda le conseguenze del processo di amplificazione: le complesse interazioni comunicative tra fonti, messaggi e canali possono, infatti, dare luogo a una serie di effetti a catena (ripple effects) che hanno un carattere sistemico: non si riverberano solo sulle persone direttamente esposte al rischio ma anche sulla politica, sulla società e sull’economia. Queste interazioni possono innescare risposte sociali e istituzionali molto diversificate, che possono aumentare o diminuire il rischio stesso o addirittura crearne di nuovi.
L’approccio della Social Amplification of Risk si caratterizza proprio per il focus sugli effetti di amplificazione su larga scala: l’analisi delle catastrofiche conseguenze della sindrome della Mucca Pazza (BSE) costituisce forse il più noto e rappresentativo esempio applicativo, ma la teoria è stata utilizzata con successo per studiare la risposta sociale alle pandemie, ai mutamenti climatici o ad alcune forme d’inquinamento. Fenomeni di questa portata non sono pienamente comprensibili se non si considerano i processi di mediazione simbolica dei messaggi, non solo quelli diffusi dai media tradizionali ma anche quelli scambiati da qualsiasi altra fonte, attraverso qualsiasi altro canale e in ogni direzione possibile, che possono contribuire in modo molto rilevante al processo di amplificazione.
Non a caso, quest’approccio consente di considerare anche le potenzialità e le vulnerabilità di Internet, e in particolare dei social media, che costituiscono oggi un ineludibile elemento di scenario con il quale la comunicazione del rischio deve necessariamente misurarsi, e che da qualche tempo stanno trasformando il modo in cui i comunicatori si approcciano e interagiscono con i rischi e le crisi.

Quali modelli è possibile adottare nella comunicazione del rischio?
Il lavoro sulle implicazioni comunicative delle teorie sociologiche e comportamentali rappresenta forse l’elemento più specifico e caratterizzante di tutto il libro: la conclusione di quest’analisi è che nella comunicazione del rischio non esistono ricette magiche, protocolli a prova d’errore né compendi di tecniche immediatamente “efficaci”. Ogni modello comunicativo si fonda, infatti, su una particolare idea dell’uomo, della scienza, della società e della natura, che si traduce in precise assunzioni sul ruolo dell’emittente, del ricevente, sui canali e sulla direzione dei messaggi e sui possibili effetti. E ogni modello comunicativo ha ovviamente anche dei limiti (e persino possibili effetti avversi) che vanno attentamente studiati, interpretati e compresi. Ad esempio, i modelli basati sul trasferimento unidirezionale d’informazioni, come il deficit model o il modello decide – announce – defend, hanno ripetutamente dimostrato la tendenza ad esasperare il conflitto sociale tra esperti e profani, creando criticità addirittura più acute di quelle che avrebbero dovuto risolvere.
Il riferimento ai problemi nel titolo del volume riguarda esattamente questi aspetti: chi si occupa della comunicazione del rischio dovrebbe avere un quadro chiaro delle conseguenze impreviste e indesiderate di strategie e azioni comunicative, e dovrebbe tenere costantemente d’occhio sia il quadro sociale entro cui opera che i feedback che provengono da quest’ultimo, rendendo necessaria una mappatura di quanto avviene entro una molteplicità di canali. Il dibattito accademico ha indubbiamente prodotto un vasto repertorio di analisi, lezioni apprese, best practices efficaci, ma è solo una parte di un processo di costruzione, condivisione e implementazione delle conoscenze che va alimentato costantemente, rafforzando i rapporti tra teoria, ricerca empirica, pratiche e valutazione.
Il rischio più grande è quello di navigare al buio, affidandosi nel caso migliore a pratiche consolidate solo dall’abitudine, nel peggiore dei casi a modelli privi di qualsiasi fondamento scientifico. Costruire un sapere critico e consapevole sui rischi e sui suoi impatti sociali significa sfidare uno dei più importanti paradossi della società del rischio: nello stesso momento in cui la scienza, la tecnologia e il sapere ci consentono di vivere più a lungo e meglio, la stessa scienza, la stessa tecnologia e la stessa conoscenza sono diventate un vaso di Pandora ricolmo dei nuovi e inimmaginabili pericoli che esse stesse hanno generato. Il fatto che nostro mondo sia simultaneamente il più sicuro e il più pericoloso di sempre impone di riflettere ancor più fondo sulle scelte da compiere.