“Ripensare la storia. Prospettive post-eurocentriche” di Lorenzo Kamel

Prof. Lorenzo Kamel, Lei è autore del libro Ripensare la storia. Prospettive post-eurocentriche edito da Mondadori-Le Monnier: cos’è il «paradigma di Gilgamesh»?
Ripensare la storia. Prospettive post-eurocentriche, Lorenzo KamelL’Epopea di Gilgamesh è un prodotto letterario della Mesopotamia dei Sumeri, ai quali si deve, tra tanto l’altro, l’invenzione degli assegni, delle lettere di credito, nonché l’applicazione degli interessi sui prestiti di capitale. Proprio nell’Epopea di Gilgamesh sono contenuti molti dei temi – tra i quali il mito del diluvio universale, l’arca di Noè, il Giardino dell’Eden – in seguito inclusi e ripresi quasi letteralmente nella Bibbia e in altri testi sacri. L’espressione “paradigma di Gilgamesh” mi è servita in questo senso a sintetizzare, attraverso l’esempio delle religioni monoteiste, un concetto cardine del libro. Mi riferisco al processo di accumulazione che sottende lo sviluppo dei fenomeni, delle pratiche e delle istituzioni che più hanno influenzato il genere umano: dalle religioni alla democrazia, passando per la medicina, il diritto, il pensiero critico, la scienza sperimentale e numerosi altri concetti e temi fondanti. Oggi più che mai appare necessario sostituire una sfocata e autoreferenziale percezione della storia dell’Europa, o “degli Occidenti”, a una più complessa ‘storia umana’ ancora in fieri.

Come possiamo definire l’Eurocentrismo e qual è un aspetto cardine legato al suo impatto?
L’Eurocentrismo non è legato al focus geografico di una data analisi, bensì è riconducibile alle categorie di analisi adottate per realizzarla. Ciò significa che non basta scrivere un libro interamente centrato sull’Africa, sull’America Latina o sull’Asia per essere immuni da ciò che nel libro chiamo l’“Ego-Europa”. Quanto al suo impatto, servirebbe molto più spazio, ma qui basti accennare a ciò che John M. Hobson ha definito, in un libro appena uscito [J.M. Hobson, Multicultural Origins of the Global Economy, Cambridge University Press, 2021; ndr.], “la violenza epistemica”, ovvero il processo attraverso cui figure, popoli e contesti non-occidentali sono stati sovente “silenziati”, o descritti come passivi. Nel mio libro mi soffermo, tra tanti altri esempi e casi di studio, sulla figura di Zera Ya’icob, il filosofo etiope nato alla fine del Cinquecento nei pressi dell’antica capitale del regno di Axum, posta nella regione dei Tigrè. Ben prima di Kant o Locke, Ya’icob sottolineò tra l’altro la preminenza della ragione e il fatto che tutti gli esseri umani – donne e uomini – fossero creati uguali. Questo e altri casi sono lì a ricordarci che la storia dell’Africa, così come quella di molti altri contesti sui quali mi soffermo nel libro, è molto più articolata, complessa e ricca di quanto sovente sostenuto. Quella stessa storia è stata sovente fagocitata all’interno di una percezione eurocentrica e solipsistica che non rende giustizia ai percorsi e ai contributi legati a contesti che percepiamo “altri” da noi.

La filosofia ha un ruolo centrale nei processi che analizza nel libro. Per quale ragione?
Il termine stesso φιλόσοφος philosophos, “amante della saggezza”, è tratto dal concetto egiziano di mer-rekh, “amante della conoscenza”. I più antichi testi filosofici sono per l’appunto riconducibili all’antico Egitto, a cominciare dal papiro sull’“Immortalità degli scrittori”, riscoperto negli anni Venti del secolo scorso e datato 1.200 a.C. La scarsa conoscenza dei retaggi legati a contesti difficili da penetrare e studiare ha spinto alcuni storici a decontestualizzare larga parte delle radici stesse della filosofia. Per citare le parole di Ellen Meiksins Wood, “è ancora più artificioso slegare l’antica Grecia dall’Egitto o dalla Persia, come se i greci fossero da sempre ‘europei’, immersi in una storia a sé stante, e non invece parte integrante di un più ampio mondo mediterraneo e ‘orientale’”.

Lo stesso vale per la poesia?
Nel libro cito le parole di Luciano Canfora: “Gli antichi parlavano e scrivevano le due lingue diffuse nel Mediterraneo per tanti secoli: il greco e il latino. Hanno dato avvio all’insieme dell’attività dell’intelletto: dalla geometria alla ricerca naturale, alla poesia, alla riflessione filosofica, al racconto dei fatti storici, all’archivista. Hanno avviato cioè tantissime attività il cui seguito è la storia successiva. Quindi il punto di avvio è quello”.

Ho cercato di decostruire questo genere di approcci, peraltro ancora molto diffusi. Per rimanere al campo della poesia, basti accennare al fatto che fu la Mesopotamia del XXIV secolo a.C. a dare i natali alla prima poetessa della storia: la sacerdotessa sumera Enheduanna. Oppure, per venire a un caso probabilmente più familiare agli occhi dei lettori, si pensi al Cantico dei Cantici, peraltro recitato da Roberto Benigni nella scorsa edizione del Festival di San Remo. È importante studiare i paralleli letterari del Cantico dei Cantici, ovvero i componimenti di analogo soggetto preesistenti nella letteratura antica egiziana e in quella sumerica: il genere della canzone d’amore ha sicuramente subito numerosi cambiamenti tra le sue origini egiziane e il periodo storico in cui raggiunse la Palestina, mise radici nella letteratura ebraica, si sviluppò nei suoi contorni originari e sbocciò nel Cantico dei Cantici. Più che al “paradigma di Gilgamesh” avrei forse dovuto fare riferimento al “paradigma del Cantico dei Cantici”.

Nel libro sottolinea che la scarsa attenzione per i contributi degli “altri” non deve indurci a concludere che l’impatto dell’Europa, positivo e negativo, sia stato limitato. Ad esempio, tra gli aspetti negativi, si sofferma sul sistema della schiavitù. In che modo quest’ultimo ha gettato le basi del capitalismo moderno?
È un discorso lungo e complesso. In questa breve intervista mi piace citare lo storico di Trinidad, Cyril L.R. James. Nel suo celebre studio dedicato alla rivoluzione haitiana scoppiata nel 1791, James sottolineò che “la tratta degli schiavi e il sistema schiavistico rappresentarono le basi economiche della Rivoluzione Francese… Quasi tutte le industrie che si sono sviluppate in Francia durante il diciottesimo secolo hanno avuto origine in beni o merci destinate alla costa della Guinea o all’America”. Va tuttavia chiarito che alcuni dei popoli e delle etnie che più hanno sofferto – e continuano a subire – i risvolti del colonialismo moderno sono essi stessi legati a un passato che sovente affonda nello sfruttamento sistematico di milioni di schiavi. Esemplare in questo senso il caso degli arabi, che tra il 650 e il XIX secolo hanno deportato oltre 10 milioni di schiavi africani al di fuori del continente, in particolare in direzione dell’Arabia e delle regioni limitrofe, ma anche, in misura minore, dell’India e dell’estremo oriente.

Fatte salve queste premesse e senza sminuire gli effetti nefasti dello schiavismo di matrice araba, va però chiarito che è stata la tratta atlantica, ovvero il commercio di circa 12 milioni di schiavi africani verso le Americhe tra il XVI e il XIX secolo, a rappresentare la più intensa emigrazione forzata della storia. L’avvio di quest’ultima ha coinciso con una svolta senza precedenti nella storia dell’umanità in generale e del sistema della schiavitù in particolare. È infatti solo con l’avvio della tratta atlantica che l’essere schiavo divenne, per la prima volta nella storia, un tratto permanente. La qualifica di schiavo divenne in altre parole ereditaria proprio nel contesto dello sviluppo delle colonie e delle vaste piantagioni – di prodotti molto richiesti, come il tabacco, cotone, zucchero e il caffè – del “Nuovo Mondo”.

Per converso, il sistema sviluppato nei secoli precedenti in Africa e in altre parti del mondo, prevedeva che il figlio di uno schiavo non acquisisse ipso facto il medesimo status. Ciò significa che quanti venivano fatti schiavi nelle fasi storiche antecedenti all’avvio della tratta atlantica erano socialmente e politicamente ‘mobili’, ovvero tendenzialmente non soggetti ad alcun vincolo ereditario di matrice schiavista. Nel 1279, solo per fare un esempio, l’ex schiavo Qalāwūn divenne il sultano mamelucco d’Egitto.

Si notino inoltre due significativi aspetti che in qualche modo distinguono l’originario sistema schiavista britannico da quello, se possibile ancora più crudele e vincolante, che ha poi ‘attecchito’ in America. La Gran Bretagna, contrariamente a quanto avvenuto in Virginia e in altri stati americani, non codificò mai la schiavitù in un sistema legislativo. A differenza di quanto avvenuto in America, inoltre, il sistema schiavista britannico non fu basato in modo esclusivo sull’appartenenza a una data ‘razza’. La Gran Bretagna ridusse infatti in schiavitù genti di ogni colore, ‘acquistando’ esseri umani anche dai pirati barbareschi: questi ultimi resero schiavi migliaia di individui provenienti dall’Europa, dal Medio Oriente, dal Nord Africa e persino dall’Asia.

Quando si parla di schiavitù non si può non accennare alla Rivoluzione di Haiti del 1791. Quale fu il suo impatto?
Sebbene sia quasi contemporanea a quella americana e a quella francese, la rivoluzione di Haiti è quasi del tutto assente nei libri dedicati alla formazione del “mondo moderno”. Penso ad esempio alla Nascita del Mondo Moderno di Christopher Bayly, o a Jürgen Osterhammel e al suo The Transformation of the World. Eppure quella di Haiti non fu solo la prima rivoluzione nella storia dell’America Latina, bensì anche il contesto e il momento storico che per molti versi plasmò l’anima stessa della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo del Cittadino. La clausola per l’abolizione della schiavitù in tutte le colonie francesi venne inclusa in quest’ultima solo a seguito di tre anni di lotta nel contesto di Haiti, nonché come conseguenza del viaggio compiuto, dalla stessa Haiti in direzione di Parigi, da una delegazione che includeva anche l’ex schiavo, originario del Senegal, Jean-Baptiste Belley. Si noti che quando la schiavitù venne abolita nelle colonie britanniche e francesi, Londra e Parigi decisero che gli ex schiavisti dovessero essere compensati per la perdita di “proprietà”, ovvero per la perdita degli ex schiavi. La Francia impose a questo scopo un blocco economico ad Haiti, che durò fino al 1825, quando agli abitanti locali venne richiesto il pagamento di un indennizzo pari a 150 milioni di franchi. Impossibilitati a ripagare il debito, Haiti si indebitò con le banche francesi, innescando un processo destinato a perdurare.

Facendo un salto più avanti nel tempo, nel libro si parla molto anche dell’ordine che gli Stati Uniti e le principali potenze europee hanno delineato e imposto a seguito del primo conflitto mondiale. Com’era strutturato?
Molte delle politiche adottate da quelle stesse potenze in contesti non-occidentali erano ispirate dal cosiddetto “fardello dell’uomo bianco”, ovvero il compito autoassunto di rendere “civili” le genti dell’Africa e un numero consistente dei popoli asiatici.

Il sistema dei mandati pensato dalla Società delle Nazioni era in teoria sotteso dalla benevola intenzione di preparare le diverse popolazioni interessate all’autodeterminazione e all’autogoverno. Nella pratica fu per lo più uno strumento utilizzato dalle potenze vincitrici per legittimare il proprio diritto di conquista al fine di spartirsi le spoglie degli ex imperi, nonché i possedimenti appartenuti ai paesi sconfitti. Un obiettivo perseguito attraverso un approccio paternalistico che da una parte corroborava l’idea che esistesse una gerarchia tra le diverse “razze” e dall’altra faceva leva su un’esasperata enfasi posta sulla necessità di precisare confini ben distinti basati su principi etnici. In altre parole il sistema mandatario rappresentò, per citare M. Cherif Bassiouni e Shlomo Ben-Ami, “una nuova espressione del colonialismo dotata [tuttavia] di una parvenza di legittimità internazionale”.

A ciò si aggiunga che fu proprio a seguito del primo conflitto mondiale e delle grandi conferenze internazionali come quella di Losanna che concetti come ‘trasferimento di popolazione’ e ‘pulizia etnica’ divennero, per la prima volta nella storia, delle soluzioni legalmente accettabili per risolvere dei conflitti internazionali: uno schema destinato peraltro ad essere mutuato e replicato, mutatis mutandis, anche in Palestina, attraverso le soluzioni suggerite dalla Commissione Peel nel 1937, nonché in India e Pakistan, con la spartizione del 1947. Tutto ciò contribuisce a confermare che molti dei dibattiti in corso, inclusi quelli legati al possibile futuro delle numerose identità frammentate che caratterizzano il presente del Medio Oriente e di altre aree analizzate nel libro, sono in larga parte riconducibili a un “passato che non è passato”.

Come si sviluppò il processo di affrancamento dal dominio coloniale nelle aree del Terzo mondo e del Sud globale?
Fu l’Asia di molteplici leader emersi ‘dal basso’ ad aver rappresentato la culla e il cuore dei processi di decolonizzazione, nonché una sorta di cartina di tornasole dell’imperialismo globale e dei suoi maggiori interpreti. Queste figure storiche, tra le quali vanno annoverati il “padre della Cina moderna” Sun Yat-sen, il poeta bengalese Rabindranath Tagore, il Mahatma Gandhi e decine di altri protagonisti della storia contemporanea dell’Asia, crebbero all’ombra dei grandi eventi storici avvenuti a cavallo tra l’Otto-Novecento, inclusa la sconfitta patita nel 1904-5 dalla Russia per mano delle forze armate giapponesi: la débâcle sofferta dalle armate zariste scalfì, agli occhi di molti asiatici, il mito dell’invincibilità dell’“uomo bianco”.

I processi di decolonizzazione registrati in varie parti dell’Asia ebbero un impatto significativo sulle lotte per la liberazione dei popoli africani, in molti casi sovrapponendosi, anche da un punto di vista temporale, ad esse. Fatte salve alcune isolate eccezioni, la completa decolonizzazione del continente si concluse infatti a metà degli anni Settanta. Larga parte del continente continuò tuttavia a patire uno stato di profonda incertezza politica, nel quale gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica riuscirono a inserirsi con relativa semplicità attraverso varie forme di penetrazione economica e politica. Sebbene più circoscritto in termini geografici, il ruolo della Francia fu per alcuni aspetti ancora più pervasivo, tanto nel breve quanto nel lungo termine: ben il 61 percento dei 67 colpi di stato avvenuti negli ultimi 50 anni in 26 paesi africani ha avuto luogo in ex colonie francesi.

In questa sede non è possibile ricostruire tutto gli aspetti cardine della questione. Mi lasci però dire che i recenti e prolungati scontri in India, i più violenti dalla spartizione del 1947, sull’identità religiosa di chi abbia o meno diritto alla cittadinanza, o le violente proteste registrate negli ultimi mesi a Hong Kong, solo per fare due esempi significativi, rappresentano un’ulteriore conferma dei perduranti riverberi dell’epoca coloniale. L’epoca del post-colonialismo, così legata all’apparato di saperi messi a nudo da studiosi come Edward Said, non ha infatti necessariamente coinciso con la fine del colonialismo. In numerosi contesti e casi, nelle parole di Hamid Dabashi, “il post-colonialismo non ha prevalso sul colonialismo; lo ha esacerbato negandolo”.

In che modo la Rivoluzione iraniana del 1979 rappresenta il risvolto finale delle interferenze dei paesi occidentali in contesti extra-europei?
Foucault scrisse che la Rivoluzione del 1979 “è la prima grande insurrezione contro i sistemi globali, la forma di rivolta più moderna e più folle”. Non rappresenta il risvolto finale delle interferenze alle quali allude la sua domanda, ma ha avuto degli enormi riverberi, visibili ben oltre il Medio Oriente. D’altronde, le premesse erano già epocali. Si stima infatti che circa il 7 percento della popolazione francese abbia preso parte alla Rivoluzione del 1789-99. Oltre un secolo dopo, poco meno del 9 percento dei cittadini russi partecipò alla Rivoluzione del 1917. È tuttavia necessario attendere altri sei decenni, dunque proprio il 1979, per trovarsi di fronte alla più popolare tra le rivoluzioni della storia moderna e contemporanea: circa l’11 percento degli iraniani partecipò infatti alla Rivoluzione del 1979, quella che più di ogni altra ha modificato il volto del Medio Oriente.

Quale stretto legame unisce i grandi temi che stanno scandendo la nostra epoca geologica, l’Antropocene, con gli aspetti da Lei analizzati nel libro?
C’è un chiaro nesso tra l’Antropocene e molti degli aspetti analizzati nei capitoli che compongono il libro. Come hanno notato Eva Horn e Hannes Bergthaller, nella misura in cui “ha comportato enormi processi di deforestazione, l’introduzione di ‘colture commerciali’, la creazione di piantagioni, nonché sfruttamento economico, il colonialismo può essere indicato come uno dei significativi fattori che hanno portato all’Antropocene”. In altre parole, molti degli aspetti che sottendono l’Antropocene sono riconducibili a un sistema di sfruttamento – umano e legato alle risorse naturali – che emerge dall’eredità dei secoli seguiti alla “scoperta delle Americhe” e, in particolare, alla fase storica in cui si è affermato il colonialismo.

Un caso particolarmente significativo è rappresentato dall’Oceano Indiano, strategica rotta di transito tra Africa e Asia, dove il colonialismo ha profondamente influenzato i processi produttivi di massa e le relative dinamiche che scandiscono la nostra epoca. Si pensi in questo senso alla penisola malese, oggi politicamente divisa tra Birmania, Malesia e Thailandia. Essa venne in larga parte convertita in un’economia delle piantagioni tarata in base alle necessità industriali della Gran Bretagna degli Stati Uniti. Tali politiche erano riconducibili a motivazioni economiche, finalizzate a venire incontro alle necessità – materie prime e nuovi mercati – create dalla Rivoluzione industriale. Da una prospettiva intra-regionale, tuttavia, il loro principale risultato è stato quello di spingere milioni di lavoratori malesi, indiani e cinesi a cercare soluzioni in chiave anti-coloniale, nonché a sfruttare in modo non sostenibile la foresta pluviale – la deforestazione del Borneo ne è una testimonianza significativa – alla ricerca di una qualsiasi forma di sostentamento. È questo uno ‘schema’ che nell’Otto-Novecento ha accomunato, in modi e forme differenti, larga parte degli spazi coloniali e post-coloniali analizzati nel mio lavoro. Il colonialismo, per citare la studiosa cubana Carmen G. Gonzalez, “ha universalizzato le idee europee legate al concepimento della natura come merce finalizzata allo sfruttamento umano, creando al contempo un’economia globale che ha posto il Sud Globale in uno stato di sistematica subordinazione”.

Lorenzo Kamel (1980) ha condotto ricerche e insegnato in numerose università internazionali, inclusa l’Università di Harvard, presso cui ha afferito per quattro anni. È stato Marie Curie Experienced Researcher alla Albert-Ludwigs-Universität Freiburg e ha ricevuto il Palestine Academic Book Award, il Premio Internazionale Giuseppe Sciacca e il Fritz Thyssen Grant. È autore di sette monografie, tra cui The Middle East from Empire to Sealed Identities (Edinburgh UP, 2019). Dal 2018 è professore associato di Storia Contemporanea all’Università di Torino e direttore delle collane editoriali dell’Istituto Affari Internazionali.

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