“Ricchezza” di Luca Grecchi

Prof. Luca Grecchi, Lei è autore del libro Ricchezza edito da Unicopli e dedicato al tema della ricchezza nella filosofia antica: qual era la concezione della ricchezza nel pensiero greco antico?
Ricchezza, Luca GrecchiMi preme innanzitutto dire che il libro si colloca in una collana, denominata Questioni di filosofia antica, diretta dal Prof. Marcello Zanatta, in cui ho già realizzato i volumi Natura (2018) e Uomo (2019). La collana è a mio avviso intelligente in quanto analizza, sul piano insieme teorico e storico, i concetti fondamentali della filosofia antica per come variamente trattati dai diversi pensatori, da Omero fino alle soglie del Medioevo. Per questo è difficile rispondere sinteticamente alla sua domanda circa quale sia la concezione della ricchezza nel pensiero antico: questo pensiero è molto articolato, come lei stesso ha colto nelle varie domande che seguono. In una battuta, posso dire solo che la ricchezza era concepita, al contempo, come qualcosa di necessario alla vita e di pericoloso, soprattutto se posta come fine, sia sul piano individuale che sociale.

Cosa rappresentava, in ambito ellenico, il possesso della terra?
La terra per gli antichi costituiva una parte importante della loro identità. Esistono miti che riportano che gli Ateniesi – ma non solo – si ritenevano autoctoni, ossia “nati dalla propria terra”, non provenienti da altre parti del mondo. La terra era dunque per loro come una madre, che li aveva fatti nascere, li ospitava e li nutriva. Inoltre, era il luogo in cui erano sepolti gli antenati, su cui sorgevano i templi degli dèi, in cui erano conservati i ricordi, e così via. Per questo della terra, come dei genitori, occorreva, per gli antichi, avere rispetto e cura.

Il tema della terra risulta come detto strettamente connesso ai temi della natura, del divino e dell’umano, ossia ai contenuti che costituiscono l’intero della realtà per il mondo antico. Questi temi risultano spesso fra loro intrecciati nel primo pensiero greco, come ho scritto anche in un libro recente (Leggere i Presocratici, Morcelliana, 2020). Per ragioni di spazio accenno qui solo a un contenuto, scegliendo quello della natura: si ricorda quando qualche anno fa Papa Francesco disse in una intervista: “Se qualcuno offende la mia mamma, gli do un pugno”? Ecco: dato che la terra era, dagli antichi, paragonata ad una madre, la provocazione vale anche per loro; chi, per brama di ricchezza, non la rispetta, merita, per i Greci e i Latini, di essere adeguatamente sanzionato, non di farla franca come spesso accade oggi. Gli antichi erano lontani dalle nostre dinamiche inquinanti, ma sapevano che della terra occorre avere rispetto e cura, se si desidera che essa ci ricambi in eguale maniera.

Quale concezione aveva del lavoro il mondo greco?
La domanda è molto interessante, e mi offre l’occasione per fornire un chiarimento. L’opinione comune ritiene che gli antichi greci odiassero il lavoro tout court. In realtà, avversavano semplicemente il lavoro eterodiretto, ossia quello per cui, a causa di una condizione di bisogno, si è costretti a porsi al servizio di altri, impiegando il limitato tempo della propria vita senza poterne realizzare al meglio le potenzialità. Gli antichi non avversavano, invece, il lavoro autodiretto, ossia quello scelto da ciascuno in quanto conforme alla propria natura, dunque ai fini della propria vita. I Greci e i Latini non consideravano male nemmeno il lavoro manuale. A partire dai poemi omerici, troviamo infatti dèi fabbri (Efesto), principesse al telaio (Penelope), re che arano la terra (Laerte), principi che intagliano il proprio talamo nuziale (Odisseo), e così via. I Greci, dunque, non odiavano il lavoro in sé, ma solo quello che non consentiva loro di realizzare compiutamente la propria esistenza. Non mi sembra una idea così strana: chi è felice di svolgere, solo per bisogno, un lavoro alienante, come è costretta a fare oggi larga parte della popolazione mondiale? Mi sembra un messaggio che soprattutto i giovani, che si trovano nella condizione di poter scegliere – naturalmente entro certi limiti – l’attività della propria vita, dovrebbero meditare bene. Ciò che si fa ogni giorno determina in larga parte, a lungo andare, ciò che si diventa, per cui davvero consiglierei di meditare sul fatto che può valere la pena rinunciare a qualcosa sul piano materiale, se si desidera realizzare nella vita un progetto buono a noi connaturato.

Quale ruolo svolge, nel mondo ellenico, il tema della proprietà?
Il tema della proprietà, per come siamo abituati noi moderni a pensarlo, ossia in termini giuridici, non viene specificamente indagato nei testi greci che ci sono rimasti; in epoca romana invece, come noto, inizia ad esserlo maggiormente. Ciò nonostante, nella forma del “possesso”, soprattutto della terra, esso risulta un tema centrale. Poter possedere, utilizzare, godere della terra e dei suoi frutti faceva la differenza, nel mondo antico, fra vivere bene, vivere male o addirittura non poter sopravvivere. Le fondazioni di nuove poleis nel Mar Nero, in Magna Grecia e in Sicilia, che presero corpo soprattutto nell’VIII secolo a.C., furono realizzate principalmente da persone che si trovavano nella impossibilità di poter sussistere, in quanto non proprietarie di terra, oltre che desiderose di realizzare un modo migliore di vita. Il fatto che la proprietà dei “mezzi della produzione sociale” – mi passi questa espressione moderna – dei beni necessari alla vita fosse pubblica, dunque di tutti, o privata, quindi solo di alcuni, faceva una enorme differenza: vi è in merito tutta una tradizione, che parte quanto meno da Solone per giungere fino alla Repubblica di Platone ed oltre, che lo testimonia. L’opposizione centrale, nel pensiero economico greco, è quella fra pubblico e privato: il pubblico era lo spazio dell’interesse generale, il privato lo spazio dell’interesse particolare; il primo, in quei tempi, era sentito come preminente, mentre oggi è sentito preminente il secondo. Con le conseguenze che abbiamo davanti agli occhi.

Come si accompagna a quello della ricchezza il tema del suo limite?
Il tema del limite è centrale per comprendere il tema della ricchezza materiale. Se la ricchezza costituisce il fine della vita, individuale e sociale, la sua produzione può solo essere massimizzata, esattamente come accade oggi nel modo di produzione capitalistico. Se la ricchezza, intesa come produzione dei beni e servizi essenziali, è considerata invece solo come un mezzo per condurre una buona vita, ovvero per realizzare in maniera compiuta la propria umanità, essa deve essere limitata, soprattutto all’interno di un mondo limitato. È questa la differenza, nel pensiero greco, fra ciò che, con espressione aristotelica, può definirsi “chrematistike” (i chremata erano i beni materiali, e per estensione la merce, il denaro) e la vera e propria “oikonomia”, ovvero la gestione normata dell’oikos, della casa comune, pensata idealmente come una famiglia. Tutto il pensiero greco, dalle prime espressioni sapienziali, si incentra sul tema del limite, della giusta misura: nel possesso, nei rapporti fra le persone, nel consumo dei beni, e così via. La misura giusta di ricchezza, per i Greci, è quella che consente di realizzare nella maniera migliore la propria umanità: quella, insomma, che permette di dedicare la vita al sapere ed alla politica, a sé stessi ed agli altri, senza dover perdere tempo, ed abbrutirsi, nella ricerca di denaro.

Quali spunti offrono i poemi omerici riguardo al tema della ricchezza?
Ho dedicato un discreto spazio, nel libro, ai poemi omerici, in quanto in essi si colgono già i contenuti principali presenti in tutto il pensiero greco. È significativo, in merito, che i termini idion e demion, i quali indicano privato e pubblico, non siano rari nell’Iliade e nell’Odissea. Più volte Omero fa presente che, per la comunità, è importante conservare in comune una quota della ricchezza. La stessa ripartizione del bottino di guerra doveva essere effettuata in pubblico, al centro dell’assemblea, come a sancire il possesso comune del medesimo, per quanto poi esso fosse diviso principalmente fra gli eroi più importanti (ma con il consenso della comunità). Siamo portati a pensare all’epoca omerica come ad un’epoca aristocratica di prevaricazione, eppure anche allora, come mostrano i quasi contemporanei poemi di Esiodo (soprattutto Opere e giorni), l’ingiustizia era condannata, in quanto innaturale oltraggio alla comune umanità.

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  • Grecchi, Luca (Autore)

Quali considerazioni svilupparono sulla ricchezza i Presocratici?
Come emerge in Leggere i Presocratici, io considero tale anche Solone, che è grosso modo contemporaneo di Talete, ma che ha avuto la sfortuna di non essere quasi mai stato inserito nelle Storie della filosofia, a cominciare da Aristotele. Solone, tuttavia, svolse analisi paragonabili a quelle che Talete effettuò sulla natura, solo che le applicò alla società, ovvero alla Atene del suo tempo, di cui fu legislatore. Egli colse che le gravi ingiustizie che stavano devastando la città erano causate dalla crematistica, ovvero, come detto, dalla brama di denaro posta come fine della vita, che aveva condotto pochi ricchi ad arricchirsi sempre di più, e molti Ateniesi, per sopravvivere, ad indebitarsi, finendo poi con l’essere venduti come schiavi quando non più in grado di ripagare i debiti. Questa situazione – proviamo ad immedesimarci, e a pensare quanto fosse drammatica – avrebbe sicuramente dato luogo ad una devastante guerra civile, se Solone, esaminati i fenomeni sociali, non ne avesse compreso le cause e predisposto rimedi adeguati, giungendo addirittura a ricomprare a spese pubbliche (ossia, principalmente, a spese dei ricchi) tutti gli Ateniesi venduti come schiavi, ricomponendo così famiglie e comunità. Fra i Presocratici tradizionali risultano molto rilevanti anche le posizioni sulla ricchezza di Pitagora, nonché di Eraclito e soprattutto di Democrito. Quest’ultimo era veramente un grande: se avessimo ritrovato tutte le sue opere, sarebbe forse considerato allo stesso livello di Platone e Aristotele.

Quale concezione della ricchezza si ritrova nei dei due storici più importanti del V secolo, Erodoto e Tucidide?
Circa Erodoto e Tucidide, il loro approccio al tema della ricchezza è differente. Erodoto è più legato a una concezione tradizionale, che considera la ricchezza come qualcosa di utile ma nella cui ricerca non si deve eccedere, poiché se la si pone come fine della vita si finisce per condurre una esistenza ingiusta, pertanto infelice. Sono significativi, in merito, i numerosi esempi morali che emergono nelle sue Storie, cui nel libro faccio cenno. Tucidide invece respira già l’epoca di Pericle e della Sofistica, per cui mi sembra che le logiche crematistiche inizino da lui ad essere maggiormente accettate; questo sempre tenendo fermo che erano degli storici, non dei filosofi, e che attribuirgli in merito delle posizioni non è agevole.

In che modo il tema della ricchezza è presente nel teatro greco?
Circa il teatro greco, il tema della ricchezza è presente anche lì, poiché esso tratta di tutti i temi principali della vita della comunità, cercando insieme di rappresentarli e condividerli favorendo una elaborazione comune delle varie tematiche. Mi pare in merito che, in Eschilo, si rispecchi ancora, in sostanza, la concezione tradizionale della ricchezza, come appena detto per Erodoto. Con Sofocle ed Euripide vi è invece maggiore attenzione al tema della crematistica, che stava progressivamente prendendo piede ad Atene; essa è sempre comunque fatta oggetto di critica. Nel testo ho dedicato un discreto spazio anche ad Aristofane, il quale in estrema sintesi, nel teatro comico, si situa a mio avviso, mutatis mutandis, sulla medesima linea dei tragici.

Quale riflessione ha svolto sulla ricchezza Platone?
In Platone la critica alla crematistica si fa matura. Il dato da sottolineare è la critica serrata alle modalità proprietarie privatistiche e alle modalità distributive mercificate (uso sempre una terminologia moderna, per intenderci meglio). Se la proprietà dei mezzi della produzione sociale è privata, i proprietari possono, infatti, privare tutti gli altri di quei mezzi, e soprattutto dei relativi prodotti, per quanto essenziali alla vita. È ciò che accade oggi, in molti Paesi del mondo, per acqua, cibo, medicine: chi non ha denaro sufficiente per acquistarli non li può avere, il che crea conflitti e sofferenze. Questo avviene in quanto modalità proprietarie e produttive privatistiche si associano sempre a modalità distributive mercificate, ed il mercato è l’opposto della comunità: nella comunità, infatti, come in famiglia, si dà per il semplice piacere di dare, nel mercato si dà solo per avere in cambio qualcosa in più, altrimenti non si dà. Platone intuisce questi processi sempre più all’opera nella Atene del suo tempo, per cui soprattutto nella Repubblica, ma anche nelle Leggi, mostra il motivo per cui sarebbero migliori, per una buona vita, modalità sociali incardinate su strutture proprietarie pubbliche e su strutture distributive comunitarie. Il fatto rilevante – già in parte presente, comunque, in alcuni pensatori precedenti – è che il filosofo ateniese non si limita alla critica della totalità sociale del suo tempo, ma tematizza progettualmente una polis ideale. Non c’è, insomma, solo pars destruens in Platone, ma anche pars construens: la vera critica, infatti, deve sempre essere una critica fondata (su una corretta concezione dell’uomo) e progettuale, altrimenti si tratta di parole al vento.

In che modo Aristotele tratta della ricchezza?
Aristotele è l’autore della trattazione più articolata sulla ricchezza dell’antico pensiero greco; direi anzi, come hanno scritto diversi autori (fra cui Karl Polanyi), che può addirittura ritenersi il primo “economista” del mondo antico, dato che alcuni suoi concetti sono stati ripresi anche dalla economia politica classica, soprattutto da Marx: pensiamo alla famosa coppia valore d’uso/valore di scambio. In estrema sintesi, a mio avviso, la sua più feconda indicazione sta nella chiarezza con cui ha tematizzato una “economia innaturale” contrapponendola ad una “economia naturale”. Una economia innaturale è quella in cui il fine risulta essere la massimizzazione del profitto privato, per cui tutto il resto – tutto: natura e uomini – è considerato come un mezzo. Una economia naturale è invece quella in cui il fine risulta essere la buona vita di tutti, per cui gli uomini e la natura devono “semplicemente” organizzarsi per questo fine, in maniera rispettosa della loro essenza. Si tratta di due paradigmi completamente differenti, che Aristotele per primo ha posto chiaramente in luce. Lo Stagirita insomma, come Platone, insegna a ragionare in termini di totalità sociali alternative, ossia a non considerare il nostro mondo come un dato immodificabile. Si tratta di un contenuto, a mio avviso, molto importante soprattutto per i giovani: la filosofia antica è ricca di questi insegnamenti, sicché la ringrazio per avermi dato l’opportunità di sintetizzarne alcuni.

Luca Grecchi insegna per le cattedre di Filosofia Morale e di Storia della Filosofia all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Ha recentemente pubblicato, per Mursia, Dolcezza (2021, con introduzione di Silvia Vegetti Finzi), e, per Morcelliana, Leggere i Presocratici (2020). Ha curato inoltre, per Petite Plaisance, tre importanti volumi aristotelici: Sistema e sistematicità in Aristotele (2016), Immanenza e trascendenza in Aristotele (2017), Teoria e prassi in Aristotele (2018).

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