Dott. Carlo Burelli, Lei è autore del libro Realtà, necessità, conflitto. Il realismo in filosofia politica edito da Carocci: innanzitutto, cosa vuol dire essere realisti?
Realtà, necessità, conflitto. Il realismo in filosofia politica, Carlo BurelliIl termine realista è sempre un po’ ambiguo. In metafisica, ad esempio, si riferisce all’idea che la realtà esterna esista indipendentemente dalla nostra percezione di essa. In epistemologia, realista è chi ritiene che la realtà esterna sia conoscibile oggettivamente. In filosofia morale, infine, realista è chi sostiene che i valori morali possano essere identificati oggettivamente.

In politica le cose sono più complesse. Il riferimento al realismo è piuttosto comune nel discorso pubblico, ma esso assume una varietà di significati apparentemente distinti. Non è nemmeno scontato se il realismo sia un tratto deplorevole o meritorio in un attore politico. A volte il termine viene invocato con una connotazione negativa, nel senso di cinico, pessimista o amorale. Ad esempio: “la vostra visione della politica internazionale è troppo realista!”. Altre volte, il realismo è visto invece sotto una luce positiva, ed esaltato quasi fosse una vera e propria virtù politica che cittadini e politici dovrebbero adottare. Gli esempi sono numerosi: “Non sottovalutate la realtà economica, siate realisti!”. Oppure: “la riforma che avete in mente è irrealizzabile, siate realisti!”. Ancora: “non contate troppo sul sostegno del vostro alleato di governo, siate realisti!”.

Questi esempi si riferiscono appunto ad aspetti diversi del realismo, e il mio libro cerca di chiarire come essi siano tra loro collegati e riconducibili ad unica posizione teorica coerente. In prima approssimazione possiamo dire che essere realisti politici significa prestare la dovuta attenzione alla realtà politica. Chi manca di realismo invece ignora, colpevolmente o meritoriamente, qualche aspetto di tale realtà. Ovviamente questa tesi molto generale va poi qualificata sotto diversi aspetti: perché dobbiamo prestare la dovuta attenzione alla realtà? In che senso essa vincola gli individui che la abitano? Quali caratteristiche specifiche possiamo riscontrare nella realtà politica? E da ultimo come e perché l’attore politico deve tenerne conto? Per rispondere a queste domande è essenziale riscoprire la tradizione realista della filosofia politica, isolando gli elementi di continuità presenti tra i suoi variegati pensatori.

Quali elementi caratterizzano il pensiero della tradizione realista?
Il realismo politico affonda le sue radici nei resoconti disincantati che Tucidide diede della Guerra del Peloponneso. Questa antica tradizione ha punteggiato poi in modo ricorrente l’intera storia del pensiero politico europeo, annoverando tra le sue fila illustri pensatori quali Niccolò Machiavelli, Thomas Hobbes e Max Weber. Questa lunga storia implica che i suoi esponenti abbiano vissuto sotto istituzioni politiche radicalmente diverse tra loro, e ciò non può che accentuare la pluralità di punti di vista. Che filo conduttore ci può essere tra la politica delle poleis greche, dei comuni repubblicani, delle monarchie assolute o delle moderne democrazie liberali? Nel mio libro cerco di mostrare che, a dispetto di questa varietà, esistono nella tradizione realista alcuni importanti elementi di continuità, che giustificano il riferimento ad un unico approccio.

La prima e più ovvia caratteristica essenziale del realismo può essere definita “senso di realtà”. Per i realisti, esiste una realtà esterna che ci è dolorosamente nota per la sua resistenza alla volontà umana. Come dicevo prima, chi ci invita a “non sottovalutare la realtà economica” ci sta ponendo un’obiezione realista. L’idea è che vi sia un qualche fatto esterno di cui non stiamo tenendo adeguatamente conto, e che è invece particolarmente rilevante nelle circostanze attuali. Il realismo politico pensa che il mondo esterno sia governato da precise leggi, che sono conoscibili ed indipendenti dai nostri desideri e dalle nostre credenze. Il compito del teorico politico è dunque osservare la realtà, portando alla luce quelle costanti del comportamento umano che alimentano la ciclicità delle vicende umane.

Il secondo elemento fondamentale della tradizione realista è una particolare enfasi sulla necessità. Se qualcuno vi obbiettasse che “la riforma che proponete è irrealizzabile”, egli vi starebbe ponendo un’obiezione realista. L’idea è che vi siano alcuni tratti necessari ed inviolabili del mondo reale, e che voi li stiate colpevolmente ignorando. Questa è la tesi forse più comunemente associata al realismo politico. In questo senso, il realismo si configura come una critica all’utopia, che condanna inesorabilmente alcuni filosofi a votarsi ciecamente a ideali irraggiungibili. L’utopia è un luogo in cui vorremmo essere (εὖ τόπος: buon luogo), ma in cui non potremo mai essere (οὐ τόπος: non luogo), proprio perché ignora qualche caratteristica necessaria degli esseri umani o del mondo.

Un terzo elemento fondamentale del realismo è la visione del conflitto come connaturato alla natura umana. Sempre riferendomi agli esempi sopra citati, qualcuno potrebbe mettervi in guardia, avvertendovi: “Non fidatevi ciecamente dei vostri alleati di governo!”. Per i realisti gli altri sono, soprattutto in politica, sempre disposti a imporci quello che vogliono anche contro la nostra volontà. La tragicità della politica sta nel fatto che nonostante questa ineludibile conflittualità abbiamo bisogno vitale di cooperare con i nostri simili. Al contrario di noi, molti animali sono solitari, come ad esempio i gatti, perché non hanno bisogno di altri per sopravvivere. Altri animali invece, come le api, sono soggetti ad un controllo sociale totale, nel senso che non sono liberi di porre gli interessi individuali al di sopra di quelli del gruppo. Né gatti né api sono politici. Contrariamente alle api, noi possiamo confliggere con i nostri simili, cercando di imporci l’un l’altro le rispettive preferenze. Contrariamente ai gatti, non possiamo sopravvivere se abbandonati a noi stessi.

In che modo l’approccio realista informa la politica attuale?
Il realismo è comunemente considerato un modo di guardare alla politica scevro di giudizi moralistici su come dovremmo comportarci. Questa interpretazione è solo parzialmente accurata. Certamente i realisti guardano con distaccato scetticismo all’uso di argomenti morali in politica, come un inutile orpello che maschera le vere ragioni dell’agire umano. Tuttavia, i realisti non si limitano a descrivere il comportamento degli uomini nella sfera politica, ma in molti casi vogliono proprio suggerire ai politici come questi dovrebbero comportarsi. È proprio questo lato prescrittivo che rende il realismo un paradigma utile a comprendere e a muoversi nella politica attuale. Ciascuno dei tre elementi del realismo descritti sopra, cioè realtà, necessità e conflitto, implica diversi principi di azione che gli attori politici dovrebbero seguire.

Per quanto riguarda l’attenzione alla realtà, il realismo sancisce che una lucida osservazione dei fatti del mondo è una precondizione fondamentale dell’azione politica. Formarsi opinioni e aspettative errate sul mondo esterno ci condurrà, prima o poi, a fallimenti catastrofici. Nella tradizione realista un suggerimento più preciso è quello di guardare alla storia, la quale rivela senza edulcorare le costanti che guidano gli esseri umani e alcune dinamiche proprie della politica. Inoltre, il realismo ci mette in guardia riaspetto alla naturale tendenza umana ad auto-ingannarsi, cioè a scambiare la realtà come è per come vorremmo che fosse.

Anche l’enfasi sulla necessità propria della tradizione realista è prolifica di spunti per l’azione. Forse la più importante necessità politica è la ricerca del potere. Questa pulsione umana, spesso demonizzata, viene ritenuta dai realisti inevitabile e persino razionale, perché qualunque ideale ci richiederà di avere un certo potere per poterlo realizzare. Non importa quanto crediamo che il potere corrompa inevitabilmente, se vogliamo raggiungere un qualunque obbiettivo politico dovremmo sottostare alle sue regole. Per citare un esempio classico: anche se vogliamo la pace mondiale, dovremmo ricercare l’egemonia militare per impedire agli altri di fare la guerra. La ricerca di una purezza assoluta, dunque, condanna all’inefficacia.

Infine, anche il terzo elemento della tradizione realista, cioè la visione della politica come permeata dal conflitto, si traduce in alcune indicazioni pratiche. La prima consiste nel prepararsi all’opposizione e alla competizione, aspettandosi sempre che gli altri cerchino di imporre la loro volontà su di noi e prendendo le dovute precauzioni. Più in generale, il realismo raccomanda ai politici l’esercizio della prudenza, che risulta fondamentale vista la pericolosità di questa sfera dell’agire umano dove il minimo passo falso può costare, se non più la vita come ai tempi di Machiavelli, sicuramente la carriera.

Quali implicazioni genera per l’azione politica il realismo?
Per il realista l’azione è un test decisivo del proprio pensiero. Per cambiare la realtà è necessario agire, non basta riflettere. L’idea è che se abbiamo veramente a cuore un certo ideale dovremmo impegnarci perché esso venga rispecchiato nel mondo reale, e per far questo dobbiamo agire.

L’enfasi sulla realizzazione delle proprie preferenze mette in luce una specifica lacuna dei pensatori intellettualisti: scegliere esclusivamente sulla base di uno scopo finale che si ritiene assolutamente desiderabile di per sé, come ad esempio una società perfettamente giusta, invece di interrogarsi più pragmaticamente su come agire nel mondo attuale per renderlo migliore di come è ora.

Essere realisti significa invece decidere come agire non soltanto comparando tra loro i fini desiderati ma interrogandosi su quale “corso d’azione” sia più vantaggioso. Un corso d’azione è costituito non solo, appunto, dal valore dello stato finale ma anche dai mezzi che richiede, da eventuali conseguenze che comporta e dalla probabilità di raggiungerlo.

Ad esempio, un certo fine politico potrebbe essere assolutamente desiderabile in sé, ma potrebbe richiedere per essere realizzato nel mondo mezzi molto costosi, o conseguenze sgradevoli. Ad esempio, la rimozione di Saddam Hussein dalla guida dell’Iraq poteva in sé essere uno scopo lodevole, ma il costo dei mezzi militari necessari a raggiungere tale obiettivo era prevedibilmente considerevole ed andava soppesato nella decisione. Anche le probabili conseguenze erano realisticamente significative, comportando una sensibile destabilizzazione del Medio Oriente. Queste considerazioni non implicano necessariamente che tale scelta fosse sbagliata, ma suggeriscono che quando decidiamo come agire dobbiamo tenere a mente l’intero corso di azione, non soltanto il fine cui vogliamo aspirare. Manchiamo di realismo anche quando non calcoliamo accuratamente la probabilità di successo: un certo fine potrebbe essere desiderabile ma essere così improbabile da costringermi ad altri corsi di azioni. Ad esempio, il disarmo nucleare internazionale potrebbe essere in cima alla lista dei miei desideri, ma vista la sua scarsa realizzabilità sarebbe più ragionevole optare per un corso di azione in cui non rinuncio alle mie armi atomiche prima che lo facciano gli altri.

A partire da un modello di azione realista così tratteggiato, discuto nel libro di alcuni casi classici di carenza di realismo. Ad esempio, il “fanatico” si concentra esclusivamente sul fine, la propria causa a cui sacrifica tutto il resto. Il “santo”, invece, è ossessionato dai mezzi che giudica proibiti, come la violenza, e non considera eventuali fini, per quanto importanti, che tali mezzi potrebbero realizzare. Il “naïve” è infine qualcuno che ignora le probabilità di successo quando agisce, ed è quindi destinato ad adottare fini utopici. Ciascuna di queste figure, in modi diversi, non considera l’intero corso di azione quando deve decidere come comportarsi, e per questo motivo non riuscirà ad agire realisticamente nel mondo.

Carlo Burelli ha conseguito il dottorato in Studi Politici all’Università di Milano ed è attualmente assegnista di ricerca in Filosofia politica presso l’Università di Genova. Ha svolto i suoi studi alle università di Milano, Cambridge, Amsterdam e Francoforte. È autore di una monografia (E fu lo Stato, Mimesis 2010) e di numerosi saggi su importanti riviste scientifiche nazionali ed internazionali.

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