Raymond Carver muore nel 1988, e con questo estremo atto i lettori hanno sicuramente perso una voce unica, quella del “Cechov del ceto medio americano”, lo scrittore che aveva dato dignità letteraria a un’America immersa in una routine di matrimoni stanchi, mestieri ordinari e anguste casette dei sobborghi abitate da drammi e sconfitte troppo spesso messe in disparte dalla cavalcante contemporaneità. La sua influenza è ricaduta su una intera generazione di letterati, e sul genere stesso del racconto, tanto che ancora oggi è considerato un maestro indiscusso di questo genere e un modello per chiunque si avvicini all’arte dello scrivere. Non è molto noto, tuttavia, il cammino che permise a Carver di raggiungere i vertici della propria arte, irradiando su chi gli era intorno, nel bene e nel male, gli effetti di una personalità inquieta e fuori del comune. Come tutti i geni, ovviamente.

Il giovane Ray è un ragazzo introverso, nervoso, sovrappeso (leggendolo non lo avete mai immaginato così, vero?), figlio di un operaio di segheria schiavo dell’alcol. In questo ambiente proletario e rurale incontra i suoi primi temi letterari, collocandoli sullo sfondo dell’impervio entroterra americano. A diciannove anni sposa Maryann Burk, che ne ha due di meno; cinque mesi dopo diventa padre. Perché non c’è tempo da perdere per chi vuol divorare le tappe dell’esistenza. I tre vivono in un seminterrato in affitto, con scarsi soldi e un secondo figlio in arrivo. Ma l’obiettivo di Ray e Maryann è nitido: lei gli regala la sua prima macchina per scrivere, perché Carver sarà uno scrittore, lo ha deciso il destino o chi per lui. A dispetto di un percorso di studi irregolare e di una costante penuria di denaro, Raymond Carver ce la farà. Il suo ingresso nel mondo letterario avviene attraverso le riviste indipendenti, la frequentazione del laboratorio di scrittura creativa dell’Università dell’Iowa, e infine il decisivo incontro con Gordon Lish, editor della rivista Esquire e poi della casa editrice Knopf. Nell’arco di un decennio Carver dà alla luce le tre raccolte di racconti che lo iscriveranno nella storia della letteratura: ‘Vuoi star zitta, per favore?’, ‘Di cosa parliamo quando parliamo d’amore‘ e ‘Cattedrale‘. Nel mezzo, la lunga battaglia contro l’alcolismo, il disfacimento progressivo del suo matrimonio, il difficile rapporto con le pressioni della vita familiare, il controverso sodalizio con Lish, le amicizie letterarie, i party, l’insegnamento universitario. Fino all’incontro con Tess Gallagher, la donna che lo accompagnerà negli anni del trionfo letterario e della malattia.

Di cosa scriveva Carver. Di matrimoni, adultèri, figli contesi, dipendenze, cene del sabato sera fra coppie di amici. Di gente in difficoltà, paralizzata dall’inazione o inconsapevole di sé, anche quando esercita una buona professione, come quella del medico. Di situazioni spesso in effetti davvero “minime”. In Carver certezze non ce ne sono mai. Forse Carver ci ha ri-raccontato questa storia, che tante altre volte avevamo sentito. Con i suoi racconti ma anche con la sua biografia, cominciata in una famiglia umile. Assieme alla povertà lo scrittore ci è andato a braccetto per gran parte dell’esistenza conclusasi a soli 50 anni. Spesso, nelle interviste, ricordava gli anni feroci in cui, dopo il lavoro e la cura dei figli, avuti quand’era molto giovane, se saltavano fuori due ore per scrivere era un miracolo, e a volte era costretto a riparare nella macchina parcheggiata in strada per trovare un po’ della solitudine necessaria. Antiaristocratico per eccellenza, dunque. Ma al tempo stesso molto determinato. Quindi molto americano. Quindi molto moderno.

Attuale? Piuttosto è già un classico.

Angelo Deiana

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