Nella Roma occupata dai nazisti, Riccetto, giovane ladruncolo di borgata, vive la prima comunione e la cresima con indifferenza, preferendo immergersi nell’impetuosa vita della periferia capitolina. A Monteverde vecchio, nei pressi della fabbrica della Ferro-Beton, la sua quotidianità prosegue anche nel dopoguerra tra espedienti, inganni, furti e marchette. Gesti di spregiudicata opportunità, dettati perlopiù dalla fame e dalla povertà estrema, si alternano a momenti di inattesa generosità – come quando, durante una gita in barca con gli amici, Riccetto si tuffa nel Tevere per salvare una rondine che sta affogando. Il mondo che lo circonda è popolato da figure marginali che lottano contro la miseria, ed è segnato da eventi tragici: la morte della madre e dell’amico Marcello, vittime del crollo di un palazzo; il suicidio di Amerigo, con cui il ragazzo aveva trascorso un’intera notte in una bisca, perdendo del denaro rubato. Accusato di un furto che non ha commesso, Riccetto viene arrestato e condotto nel carcere di Porta Portese, dove trascorrerà quasi tre anni. Quando, nella primavera del 1950, viene rilasciato, la sua vita prende progressivamente un’altra direzione, piú conforme ai dettami sociali. Anche il paesaggio della periferia romana, un tempo luogo di miseria e devastazione, appare più pulito, quasi decoroso. La vicenda si conclude sulle sponde del fiume Aniene, dove il protagonista, ormai un piccolo-borghese, si compiace dei capi di vestiario appena acquistati mentre assiste indifferente alla tragedia del giovane Genesio, un altro ragazzo di vita, che annega nel tentativo di raggiungere a nuoto la riva.Non è un caso che la storia di Riccetto prenda le mosse proprio dalla ritualità cristiana della comunione e della cresima, subito contrapposta a pulsioni vitali ed elementari: l’appetito sessuale, suggerito dall’abbigliamento insolito (camicia bianca e calzoni lunghi grigi), o, ancora, la fame («tengo fame»), che spinge il giovane ad abbandonare prematuramente la cerimonia. A ciò si aggiungono la miseria estrema, che lo porta a sopravvivere rubando – come accade nelle prime pagine dell’opera – alla Ferrobedò, ancora presidiata dai tedeschi prima della Liberazione, e la necessità di aggregarsi a un gruppo, le cui principali attività si svolgono lungo le sponde del Tevere o dell’Aniene, luoghi simbolici della socialità borgatara al riparo dalle rigide norme del controllo sociale. Il sesto capitolo, intitolato Il bagno sull’Aniene, si chiude proprio con un episodio emblematico: mentre Riccetto torna in scena dopo essere uscito di galera, «grassoccio» e «in canottiera», alcuni ragazzi assistono a un violento combattimento tra lupi. Poi, in un’atmosfera dal sapore dantesco, come suggerisce anche l’esergo, tratto dal XXI canto dell’Inferno, il gruppo si abbandona ad atti di crudo cinismo e violenza, legando un ragazzino a un pilone e dandogli fuoco: «“Mo je damo foco ar palo de la morte”, gridò Armandino. […] L’erba secca s’accese subito, passò le fiammelle color sangue agli sterpi, e intorno al Piattoletta che gridava s’alzò un po’ di fumo. […] Cosí il fuoco, dai fili d’erba e dagli sterpi che i ragazzini continuavano a calciare gridando, s’attaccò alla tela secca, crepitando allegramente».
- Editore: Garzanti
- Autore: Pier Paolo Pasolini
- Collana: Elefanti bestseller
- Formato: Libro in brossura
- Anno: 2014
Quando Gianfranco Contini lesse l’opera, la definí «un’imperterrita dichiarazione d’amore, procedente per frammenti narrativi». E, a ben guardare, negli otto capitoli che la compongono, un’energia primordiale e pulsante attraversa i corpi, i gesti e le parole dei giovani protagonisti, animando un mondo in cui è perennemente estate. La forza del sole al tempo stesso esalta e dissecca ogni cosa; la polvere, onnipresente, avvolge i campi e impregna i vestiti gettati a terra prima dei bagni nel fiume. Le avventure dei ragazzi hanno talvolta un tono leggero e picaresco, e sono dominate dall’«allegria», un lemma ad altissima frequenza nel testo. Questo slancio vitale si intreccia sia con l’amore viscerale che Pasolini provava per gli umili sia con il suo odio per l’universo borghese, cui apparteneva per nascita; e si alimenta della convinzione, poi rinnegata alla fine degli anni Sessanta, che il mondo sia più sacro laddove «è più animale». […]
In Ragazzi di vita – ed è forse per questo che l’opera è esteticamente più riuscita – la parabola esistenziale di Riccetto è invece emblematica per ragioni opposte rispetto a quelle del romanzo successivo. Quando il protagonista viene arrestato per un crimine che non ha commesso, il narratore – in uno dei rari interventi espliciti a commento della scena, altrimenti registrata con taglio documentaristico – osserva che la condanna serve «per imparargli la morale». E, di fatto, dopo il carcere, Riccetto ingrassa, presta maggiore attenzione agli abiti che indossa, si integra come manovale nel mondo del lavoro a Ponte Mammolo e finisce per interiorizzare i codici di comportamento del mondo piccolo-borghese, con tutta la sua ipocrisia. Questa trasformazione segna anche il suo graduale allontanamento dalla scena narrativa: negli ultimi tre capitoli, Riccetto assume un ruolo marginale, lasciando spazio ad altri personaggi. È il caso, ad esempio, del settimo capitolo, Dentro Roma, incentrato sulla famiglia di Aldo. Il padre, ubriaco e violento, domina un nucleo familiare segnato dalla sofferenza: una sorella prossima al suicidio e una madre consumata dall’odio verso quel figlio che non lavora e che, infine, forse, è l’autore del suo accoltellamento. Questo scenario desolante fa da cornice alla lunga notte di Aldo, trascorsa nei quartieri centrali in compagnia dell’amico Begalone, alla ricerca inquieta di una soddisfazione sessuale prima con un «froscetto» cinquantenne, poi con una prostituta. […]
Nel capitolo finale, ambientato ancora una volta lungo le sponde dell’Aniene, ritornano i personaggi principali dell’opera. Il ragazzo riappare ora «tutto acchittato», attento a non sporcare «gli scarpini bianchi a buchi», mentre tiene in mano «gli slippi nuovi ben ripiegati», e lascia che «la camicetta azzurra» gli sventoli «sopra le chiappe». L’epilogo ribalta la scena iniziale: se nel primo capitolo Riccetto si era gettato d’impulso in acqua per salvare una rondine, ora, mentre il giovane Genesio affoga dinanzi agli occhi disperati dei fratelli più piccoli, Riccetto, tra le frasche, cerca di attirare l’attenzione mostrando il proprio corpo nudo a una ragazza. La sua natura, che un tempo appariva generosa, è adesso subordinata a un calcolo d’utilità: intervenire equivarrebbe a mettere a rischio la propria vita. Alla fine, tremante, si riveste e si allontana, «senza guardarsi indietro».




