Raccontare. Strategie e tecniche di storytelling, Alessandro PerissinottoProf. Alessandro Perissinotto, Lei è autore del libro Raccontare. Strategie e tecniche di storytelling edito da Laterza. Il termine ‘storytelling’ è ormai diventato di moda, soppiantando gli equivalenti italiani: innanzitutto, cosa si intende per storytelling?
In realtà non ci sono equivalenti italiani del termine “Storytelling”, proprio perché il concetto è evoluto rapidamente negli ultimi anni in ambito anglosassone. Oggi si tende a collocare sotto l’ombrello dello Storytelling qualsiasi azione legata al raccontare, ma anche i prodotti stessi di quel racconto, cioè le forme testuali in cui il narrare si concretizza. Nel libro, tento una definizione di questo tipo: lo storytelling è l’atto di trasmettere, indipendentemente dalle finalità, con parole (scritte o pronunciate), immagini, gestualità, musiche, suoni e altri possibili linguaggi, concatenazioni di eventi, veri o fittizi, che nascono dall’azione e dalla reazione di personaggi, anche questi veri o fittizi. Più semplicemente, lo storytelling è l’atto di trasmettere, per i fini più diversi e attraverso qualsiasi linguaggio, delle narrazioni tratte dalla realtà o frutto di invenzione. Va da sé che, trattandosi di un “termine ombrello”, per un suo impiego dotato di senso, dovremo specificare ogni volta di quale tipo di Storytelling stiamo parlando. Usando una metafora, posso dire che il termine “Storytelling” è un po’ come il termine “Movimento”, il quale ammette un numero piuttosto ampio di iponimi specificativi come corsa, camminata, ginnastica, movimento tellurico, ecc.

Quale importanza hanno acquisito, nella società contemporanea, lo storytelling e la narrazione? Perché si può affermare che l’attività narrativa è connaturata all’essere umano?
Hanno la stessa importanza di sempre, l’unica differenza è che oggi, di tale importanza, siamo consapevoli. Fin dalla preistoria, fin dalle pitture rupestri e dai racconti orali, il racconto è stato uno strumento privilegiato per la trasmissione di conoscenze. Raccontare e ascoltare narrazioni è un sistema per misurare su noi stessi le conseguenze di fatti accaduti ad altri; ci permette di evitare i pericoli, di gioire, di provare sentimenti senza pagare un prezzo troppo alto. Quando, in una fiction televisiva, muore il mio personaggio preferito, io metto alla prova la mia capacità di sopportare il dolore di una perdita, poi, passati 10 minuti, mi dico “è soltanto una storia” e il dolore passa; però intanto l’ho sperimentato. L’attività narrativa ha a che vedere con il modo in cui agisce il nostro cervello, con le strutture cognitive di interpretazione (frame e script) e con i neuroni specchio. Abbinando le ricerche narratologiche a quelle cognitive noi riusciamo finalmente a rendere conto del successo o dell’insuccesso delle più diverse narrazioni di massa: dalle serie televisive, alle pubblicità, dalle campagne elettorali fino alla pornografia che, stando ai numeri che ci vengono forniti dalla rete, è forse la narrazione di massa più diffusa e seguita.

Quali sono le principali tecniche di narrazione della realtà?
Non riesco a rispondere a questa domanda in uno spazio breve, posso solo dire che vanno da forme letterarie classiche messe in relazione con la cronaca (si prenda ad esempio in considerazione il genere denominato “Non fiction novel”) al documentario, dal digital storytelling sociale a quello in ambito sanitario.

Nel libro Lei esplora i più diversi ambiti di applicazione dello storytelling, spaziando dallo storytelling nelle organizzazioni alla cronaca nera: quali sono vantaggi e rischi del non-fiction storytelling?
Il non-fiction storytelling permette di presentare la realtà in una forma interessante e avvincente, permette di coinvolgere il destinatario attraverso un complesso sistema di adesione emotiva ai temi trattati. Chiaramente, il rischio della manipolazione è presente in ogni momento, è quello che io sintetizzo nella formula “Anche Hitler amava il suo cane”, intendendo dire, con questo, che se raccontando la realtà io mi focalizzo su un solo particolare ignorandone altri, io continuo a fornire un racconto veritiero (è vero che Hitler amava il suo cane), ma focalizzato su un solo aspetto, determino, da parte del destinatario, un giudizio su quella realtà che non è più obiettivo. Più del non fiction storytelling è pericoloso il para-fiction storytelling, cioè l’insieme delle narrazioni che sono false, ma cercano in ogni modo di porsi come vere: non sono un frutto dei nostri giorni, ma ai nostri giorni corrono più veloci.

In che modo lo storytelling può abbracciare il teatro?
Credo che l’esperienza italiana sia quella che meglio di altre illustra il modo in cui il semplice racconto può diventare teatro. Avviene quando la voce si accompagna al gesto, alla spazialità della scena senza mai però farsi mimesi, senza trasformare l’attore nel suo personaggio. Il teatro di narrazione, portato avanti da nomi come Vacis, Paolini, Curino, Biacchessi, e anticipato addirittura da un premio Nobel come Dario Fo, è racconto e teatro insieme: racconto perché chi è in scena non si cala nei panni di un’altra persona, ma fa vivere il personaggio semplicemente narrandone le gesta, mantenendo sempre la sua terzità rispetto alla storia e al personaggio medesimo; teatro perché dispiega mezzi e tecniche che non appartengono al romanzo o alla novella, ma alla natura viva e performativa del teatro.

Alessandro Perissinotto è professore associato presso l’Università di Torino dove insegna Storytelling ed editorialista de “La Stampa” e “Il Mattino”. Ha pubblicato 15 romanzi tra i quali Semina il vento (Piemme 2011), Le colpe dei padri (Piemme 2013, secondo classificato al Premio Strega), Quello che l’acqua nasconde (Piemme 2017), La neve sotto la neve (Mondadori 2017) e Il silenzio della collina (Mondadori 2019, vincitore del Premio Lattes Grinzane)

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