Raccontare per capire. Perché narrare aiuta a pensare, Andrea SmortiProf. Andrea Smorti, Lei è autore del libro Raccontare per capire. Perché narrare aiuta a pensare edito dal Mulino: perché raccontare aiuta a capire se stessi e gli altri?
L’etimo di narrare (da gnoscere) suggerisce la nozione di conoscere e di far conoscere. Che cosa? In campo autobiografico, le vicende che riguardano il narratore in rapporto agli altri, la sua vita nel mondo. La ragione per la quale narrare produce conoscenza dipende dal fatto che narrare è una attività umana straordinariamente trasformatrice. Essa permette di trasformare il pensiero (ricordi, percezioni ed altri processi cognitivi) in parole, cioè in onde sonore, facendo diventare ciò che non è materiale in qualcosa di fisico che deve essere costruito apposta ogni volta dall’apparato fonatorio. Inoltre i suoni formano le parole che, a loro volta, sono inserite in un linguaggio, cioè in un sistema convenzionale segni. Infine queste parole sono rivolte ad un interlocutore. Raccontare è un processo dialogico. Si racconta a qualcuno e chi racconta, o prima di raccontare o dopo, diventa un ascoltatore che deve comprendere la narrazione dell’altro il quale gli fornisce la propria interpretazione su ciò che ha detto..

La conseguenza principale di tutte queste trasformazioni è che il pensiero interiore, che per sua natura si presenta nella nostra mente in modo sincretico e ancora confuso, nel momento in cui diventa parola, si articola in una successione di suoni e di significati, si espone a dei vincoli culturali e dialogici che lo spingono a divenire più esplicito ed ordinato e ad assumere una forma riconoscibile, ispezionabile, comunicabile, interscambiabile. Tutto questo produce una nuova consapevolezza su ciò che intendiamo dire, cioè sul nostro pensiero e i nostri ricordi.  Ecco perché raccontare aiuta a capire se stesso e gli altri.

Cos’è e come si costruisce la comprensione narrativa di sé?
La comprensione narrativa di sé è la comprensione delle esperienze personali che si avvale della produzione di racconti su se stessi e su gli altri. Essa si verifica sia nella comunicazione umana, nel momento in cui si riceve o si emette il messaggio, sia in altre situazioni come quando si ricorda, si formulano ipotesi sulla realtà, si inventano storie, si leggono o si scrivono testi.

La comprensione narrativa è determinata, come si è detto più sopra, dal fatto che trasformiamo il pensiero in una particolare forma di linguaggio quale è il racconto. Qui ci sono almeno due altre importanti trasformazioni da segnalare.

La prima è che raccontare i nostri pensieri o ricordi comporta dare loro un formato, appunto, narrativo. Per esempio ci deve essere un attore che fa o pensa qualcosa, in una certa situazione, per certi scopi utilizzando un certo strumento. Sono i cinque elementi principali di una storia che corrispondono, grosso modo, a ciò che un giornalista fa quando, per scrivere un articolo, deve rispondere alle domande chi? Che cosa? Perché? Dove, quando? Come? Il nostro pensiero assume così una nuova forma, che in modo caratteristico, si riconnette a forme preesistenti delle storie, dei racconti, dei generi narrativi presenti dentro una certa cultura. La comprensione narrativa di sé, allora, è resa possibile dal fatto che forniamo al pensiero questa nuova struttura che lo rende più differenziato, che lo obbliga a formare rapporti di causa, di tempo, che richiede coerenza, proprio per il fatto che si deve rispettare una sintassi del discorso.

La seconda trasformazione è forse la più straordinaria. Una volta che questi pensieri o ricordi diventano racconti essi saranno ricordati come racconti. Un evento, per esempio un incidente automobilistico a cui ho assistito, una volta che è stato raccontato (e quindi trasformato nel modo che ho detto prima) sarà ricordato (quindi interiorizzato) come racconto di quell’evento. Questo crea una importante distinzione tra i nostri ricordi. Quelli che non sono mai stati raccontati a qualcuno e quelli che sono stati raccontati. I primi manterranno una forma sincretica e ancora prematura, i secondi assumeranno la forma di un racconto. Questi ultimi vanno a costituire i fondamenti della nostra comprensione del mondo. La comprensione narrativa di sé avviene sia quando il narratore trasforma i pensieri in racconto sia quando utilizza racconti interiorizzati. I racconti interiorizzati sono forme di interpretazione della realtà che però non rimangono immutate o immutabili. Esse interagiscono con precedenti racconti e con i racconti successivi. Non solo, ma quando questi racconti interiorizzati vengono nuovamente raccontati, a seconda degli scopi del racconto, della situazione, degli interlocutori, potranno modificarsi ancora. Così la comprensione è un processo tendenzialmente infinito di trasformazioni perché interminabile è il processo di comprensione di noi stessi e del mondo.

Cos’è la memoria autobiografica?
La memoria autobiografica rappresenta una parte molto estesa della vita cosciente e di quella inconsapevole. È alla base della nostra capacità di conoscere il mondo perché è responsabile del ricordo delle informazioni e del loro oblio.  Essa dunque costituisce il fondamento del rapporto con gli altri e con se stessi.

Nella ricerca del “luogo” dove le narrazioni si originano, la memoria autobiografica, rappresenta indubbiamente il primo posto dove cominciare. Almeno apparentemente essa rappresenta il “prius” della narrazione, quella coltura dalla quale le narrazioni autobiografiche prendono vita.

La memoria autobiografica è un tipo di memoria episodica e semantica, ed in parte anche procedurale, di eventi di vita che riguardano il Sé, ma poiché il Sé è a sua volta parte di trame sociali, la memoria autobiografica riguarda il Sé in rapporto con gli altri.  Un’ importante caratteristica della memoria autobiografica è che gli eventi del passato vengono ricordati nella prospettiva del presente. Questa nozione non è nuova e va fatta risalire almeno ad Aurelio Agostino che, nelle sue “Confessioni”, affermava che non vi sono tre tempi – passato, presente e futuro – ma uno solo, il tempo presente, o se vogliamo, il presente del passato che è la memoria, il presente del presente che è la percezione ed il presente del futuro che è l’attesa.

La memoria autobiografica non riguarda dunque solo il passato ma anche il presente ed il futuro. Non solo, ma la memoria dei ricordi del passato non può essere disgiunta dalla immaginazione su ciò che potrebbe essere successo e non è accaduto e quindi dalle riflessioni e valutazioni che la persona compie sul proprio passato e su come gli eventi del passato possono influenzare il presente ed il futuro.

Come si articola la narrazione autobiografica?
La narrazione autobiografica è un nome ombrello per denotare molti generi i diversi come per esempio le confessioni, la memorialistica, la diaristica, il diario di viaggio e gli epistolari e naturalmente l’autobiografia. Ma se passiamo ai generi narrativi spesso destinati ad un pubblico e quelle forme di narrazione autobiografiche che invece rimangono più private potremmo distinguere un po’ schematicamente due diversi tipi di narrazione autobiografica. Ci sono prima di tutto quelle narrazioni autobiografiche che si verificano nella vita di tutti i giorni. Ciò che usualmente ascoltiamo dagli altri, e costruiamo noi stessi, sono episodi narrativi, talvolta “piccole narrazioni”, come le hanno definite Bamberg e Georgakopoulou. Sebbene forse contenutisticamente poco rilevanti, le piccole narrazioni quotidiane sono quelle che aiutano a mantenere viva la rete dei rapporti perché le persone possono comunicare piccole informazioni mettendo a nudo reazioni personali o stati affettivi, rafforzando o indebolendo i legami con gli altri in una storia di conferme, malintesi, incomprensioni, riappacificazioni. Si tratta di un’incessante tessitura di dialoghi nel corso dei quali si può anche non dire niente di importante, ma, per il modo in cui lo si dice, e per le parole e le emozioni che trasmettiamo, di questo tessuto non possiamo fare a meno perché è il suolo su cui camminiamo quotidianamente e che rende possibile la nostra vita di relazione. Se si esaminano locuzioni come: “la porto io la macchina dal meccanico”, “Nessuno mette mai in ordine i piatti in questa casa”, “questo vaso è sempre stato qui”, “Dove hai messo il giornale?”, ci accorgiamo che non tutte rispettano i requisiti di una narrazione ben formata. Anzi alcune non sono nemmeno una narrazione, pur tuttavia, per il modo con cui possono essere pronunciate, per il contesto nel quale si verificano, esse possono costituire frasi chiave e presupposto per la costruzione di storie ben più articolate e portatrici di contenuti più rilevanti. Esistono naturalmente episodi narrativi che hanno una vera e proprie struttura di storia. Questo avviene spesso quando la persona ha da raccontare qualcosa di inaspettato, un problema che si vuole raccontare e che si ritiene possa interessare il narratario. Esse si compongono spesso di una sorta di abstract iniziale, di una introduzione, di un evento principale e di un finale a cui segue spesso una coda che serve per concludere e per dare un senso più generale al racconto.

Quale è il destino di questo tipo di narrazioni autobiografiche? In alcuni casi gli episodi raccontati possono essere considerati poco significativi per la definizione di Sé, poco rappresentativi e quindi perduti.  In altri casi possono entrare a far parte di storie più vaste e magari permettere di illuminare racconti simili. In tal modo gli episodi autobiografici vengono selezionati e messi in rapporto l’uno con l’altro. Lo scopo è quello di costruire una certa continuità nell’esistenza. Non è solo importante ricordare e raccontare quello che è accaduto ieri ma anche come un avvenimento assuma significato all’interno di un processo più ampio, una storia di vita. Così nella persona lungo la propria esistenza, prende forma una storia della propria vita più o meno precisa ma sicuramente non priva di connessioni temporali e causali, un’ipotesi sulla nostra vita che progressivamente comincerà a guidare il nostro lavoro autobiografico. Una sorta di teoria sul perché siamo diventati quello che siamo.

Come si sviluppa la comprensione narrativa dell’altro?
La comprensione narrativa dell’altro assume i veri e propri caratteri di un’interpretazione.
Per essere efficace l’interpretazione di ciò che il narratore ha raccontato deve potere utilizzare quattro diversi punti di vista e riuscire a farli dialogare tra loro: il punto di vista sul testo, sull’autore, sul lettore (o ascoltatore), sul paratesto.

In primo luogo l’ascoltatore (o il lettore) deve disporre di un sistema di analisi in grado di scomporre e ricomporre il testo.  Possiamo far rientrare in questo livello di interpretazione i processi di comprensione lessicale, quelli di comprensione critica del testo, i processi inferenziali e così via. Nel caso della comprensione lessicale, per esempio, per comprendere una conversazione tra studenti nella quale vengono usate espressioni come “scialla”, “trescare”, “camomillarsi”, “sbalconato”, è necessario che chi interpreta sappia che queste espressioni significano rispettivamente “Stai tranquillo”, “avere un flirt,” “calmarsi”, “essere fuori di testa”, etc.

Ma, il senso più preciso con cui queste espressioni gergali sono state usate (per esempio per non far capire ad un adulto, per essere accettato da un gruppo che parla nello stesso modo, etc.), potrà essere ottenuto solo ricorrendo ad altri due punti di vista, quello sull’autore e quello sull’ascoltatore che potrebbero ricordare situazioni analoghe quando, nei lontani anni ’60 o ’70, si usavano espressioni gergali analoghe per caratterizzarsi come membro di un gruppo.

Assumere il punto di vista dell’autore richiede tenere conto della sua “personalità” o di ciò che egli ha detto e scritto in passato. Fare questo esige un certo decentramento da parte di chi deve interpretare. Infatti può essere difficile mettersi dal punto di vista dell’autore quando il significato del testo appare discordante con ciò che si sa del narratore o quando l’autore dice qualcosa che appare in aperto contrasto con “la realtà dei fatti”. Assumere questo punto di vista richiede dunque decentramento cognitivo ma anche empatia. Come si può attribuire, altrimenti, un’intenzione all’autore del testo se non siamo in grado di metterci in contatto con lui e di provare le sue stesse emozioni, immaginando quale è il suo punto di vista?

Il terzo punto di vista riguarda lo stesso ascoltatore-lettore. Chi ascolta deve sapere guardare dentro se stesso. Tenere conto delle proprie reazioni ed essere consapevole dei propri punti di vista costituisce una bussola che aiuta a comprendere ciò che l’autore ha voluto dire. Ascoltare se stessi consente di attingere alle storie che i due interlocutori possiedono, vale a dire alla loro memoria autobiografica. La relazione narrativa suscita infatti ricordi personali che sono collegati alla situazione presente per via di collegamenti anche molto sottili. Per esempio in un dialogo col figlio un padre potrebbe ricordarsi episodi in cui da piccolo si è trovato in condizioni analoghe a quelle in cui si trova il figlio ora. Egli potrebbe domandarsi: quali sono le mie reazioni a ciò che mio figlio mi ha detto? Perché mi sento così? Cosa mi fa venire in mente tutto questo? Può essere allora che qualche flebile collegamento emerga col suo passato e che questo collegamento, una storia, possa servire a chiarire la storia raccontata dal bambino.

A questi tre punti di vista se ne deve aggiungere un quarto, il punto di vista paratestuale. Esso comprende le interpretazioni che sono state fornite da altri su quel testo che il narratore ha prodotto. Ciò che gli altri pensano dell’autore, e di quello che l’autore dice e fa (o scrive). Il paratesto fornisce importanti informazioni sul testo. Attraverso di esse l’accesso alla comprensione testuale può riuscire facilitata. Il paratesto è portatore delle critiche ufficiali, delle voci di corridoio, i rumors, i like, i blog etc. che riguardano quel testo di cui il narratario è al corrente. E’ importante imparare ad usare e a tenere conto di questo punto di vista perché il paratesto rischia di scivolare silenziosamente dentro il testo e sostituirsi ad esso al punto tale da far sembrare un’inutile perdita di tempo ascoltare o leggere il testo.. La comprensione narrativa per essere completa deve saper far dialogare questi quattro diversi punti di vista. Il che non è cosa facile ma è estremamente utile imparare a fare fino dai banchi di scuola

Che nesso esiste tra narrazione e logica fuzzy?
Nella logica fuzzy i concetti sono concepiti come dimensioni continue più che discontinue. Avendo i concetti confini sfumati (fuzzy, appunto), non è possibile utilizzare quei principi che dipendono da definizioni precise che portano a distinguere A e non-A, condizione indispensabile per potere adottare il principio di non contraddizione. Una vecchia storiella raccontava che alla dogana due guardie di finanza chiedono al guidatore di un grosso camion di sollevare il tendone per far vedere cosa trasporta. Il guidatore solleva il tendone ed appare un elefante messo tra due enormi fette di pane imburrato. I finanzieri allora: “Perché non ha dichiarato che trasportava un elefante?” Ed il camionista: “Un elefante? Io nel sandwich ci posso mettere quello che voglio!”. Non è facile dimostrare che esso non sia un sandwich!

Quando si racconta si possono usare modi di ragionamento anche molti diversi tra loro. Attraverso il racconto è possibile esprimere processi logici così detti bi-valenti del tipo vero-falso, usare sillogismi, rispettare il principio di non contraddizione. Ma attraverso la narrazione, è possibile usare anche altre forme di logica come quella fuzzy, dove la distinzione netta tra vero-falso, A e non-A sparisce, dove la parte può contenere il tutto. Questo consente una grande libertà di pensiero ed è quello che occorre quando, come nella vita quotidiana, le decisioni vanno prese in fretta e caso per caso, tenendo conto appunto del contesto nel quale si opera. Questa varietà di forme narrative dipende dal fatto che la narrazione è un genere che si utilizza in situazioni molto diverse. Si può impiegare decenni per scrivere un romanzo ma anche dieci secondi per costruire una narrazione plausibile sul perché l’autobus che devo prendere è in ritardo. Ma, sopra a tutto, la narrazione si occupa del comportamento umano il quale segue una psico-logica e non una logica. Per darne una interpretazione è necessario tenere conto delle sue incoerenze, discrepanze, assurdità e per far questo è necessario sapere usare diverse forme di logica, tra cui quella fuzzy.

Quale dimensione per la comprensione narrativa nell’era digitale?
La comprensione narrativa assume proprietà del tutto nuove nell’era di internet e dei social. Da un lato i testi narrativi si moltiplicano e assumono un carattere frammentario e questo porta ad una svalorizzazione del racconto inteso come resoconto delle proprie esperienze. Dall’altro assume una importanza straordinaria quel fenomeno che io ho chiamato del lettore indiretto. La facilità con cui si possono ottenere informazioni di seconda, terza, etc. mano su un testo, la non obbligatorietà di riferirsi ad un testo di prima mano, conduce ad un tipo di interpretazione del testo molto diversa da di quanto accadrebbe se si potesse attingervi direttamente. Il testo originario tende a scomparire; ciò che resta è il giudizio (o l’interpretazione) sul testo. Il che crea un circolo autoreferenziale perché il valore di una narrazione è dato dal giudizio degli altri che a sua volta si basa sul giudizio degli altri. Il testo viene giudicato nel modo in cui viene giudicato. Questa conclusione ci riporta al problema della comprensione narrativa e alla sua articolazione perché punto di vista sul testo, sul lettore e sull’autore, evidentemente, devono fare i conti con lo strapotere del paratesto. Il lettore indiretto e il prevalere dell’interpretazione sul testo sono una indicazione dell’importanza che oggi assume il paratesto. Per fare l’esempio che ha fatto Genette sapere che Proust era omosessuale ed ebreo può condurre a leggere i suoi lavori senza compiere una interpretazione sul testo, sull’autore o sul lettore e magari a compierla ma in modo incosciente guidato dal paratesto.

Andrea Smorti insegna Psicologia dello sviluppo dell’infanzia, della adolescenza e dell’età adulta nel Dipartimento di Scienze della formazione e Psicologia dell’Università di Firenze