Questioni di intelligence, Antonio MuttiProf. Antonio Mutti, Lei è autore del libro Questioni di intelligence edito da Ledizioni: quale equilibrio tra trasparenza e segretezza caratterizza l’operato delle agenzie di intelligence?
Vorrei precisare anzitutto che il filo conduttore del mio volumetto è incentrato sul segreto istituzionale e sulla sua gestione. Le agenzie di intelligence lavorano sempre più su una pluralità di fonti aperte. Per questa ragione preferiscono non farsi più chiamare “servizi segreti”, ma è altrettanto vero che quando si trovano a gestire questioni definite di “sicurezza nazionale” il segreto, e in particolare il segreto di Stato, continua a giocare un ruolo rilevante. E qui nasce un primo problema legato all’equilibrio che va perseguito tra trasparenza e segretezza. La questione può essere posta così: come è possibile essere più trasparenti senza mortificare l’efficacia dell’azione condotta in condizioni di segretezza? È evidente che la risposta non è facile. Va calibrata caso per caso ma, soprattutto, richiede un affinamento dei controlli democratici volto a evitare abusi e pratiche illegali. Gli organismi di controllo sull’attività delle agenzie di intelligence esistono in tutti i paesi democratici, anche se in alcuni funzionano meglio che in altri. Pure le azioni e le discussioni condotte dai cittadini nell’arena pubblica sono importanti e svolgono una pressione utile a limitare l’estensione e la durata degli ambiti di segretezza, specie quando sono in gioco legislazioni di emergenza.

In che modo è possibile conciliare le contrastanti esigenze di sicurezza dei cittadini e tutela delle loro libertà individuali?
Anche la ricerca di un equilibrio adeguato tra le azioni da intraprendere al fine di garantire la sicurezza dei cittadini e la necessità di tutelare la loro privacy e le loro libertà individuali non è facile. In questo caso viene introdotto generalmente il concetto di “ragionevolezza” e di “proporzionalità”. Con questi concetti si intende che i benefici apportati alla sicurezza nazionale dall’azione di sorveglianza sui cittadini devono essere, di volta in volta, attentamente comparati con i costi che ne derivano in termini di privacy e di libertà individuali. Questa comparazione tra costi e benefici solleva però molti problemi perché presuppone una possibilità di calcolo che non sempre è disponibile. Per non parlare della difficoltà di definire la natura e l’estensione delle minacce alla sicurezza dei cittadini. Certamente gli organismi di controllo sulle agenzie di intelligence devono cercare di operare al meglio possibile. Ma quando si è di fronte a decisioni molto controverse e dilemmatiche è opportuno che tali decisioni siano sottoposte a una discussione pubblica che ne definisca i contenuti proprio in relazione al tipo di minaccia da scongiurare. Si rende necessaria, cioè, una deliberazione collettiva su queste dispute che coinvolgono i valori fondamentali di una determinata comunità politica e, in caso di decisioni prese dai governi in condizioni di emergenza del tutto insolite, deve essere garantita la discussione retrospettiva più ampia possibile.

Quali dinamiche fiduciarie esistono all’interno delle singole agenzie di intelligence, tra le varie agenzie e tra queste e i cittadini?
Questa domanda pone direttamente la questione del segreto come risorsa ma anche come vincolo all’azione dell’intelligence. Si tratta di una risorsa perché permette un vantaggio informativo nei confronti di avversari e competitori. Rappresenta un vincolo perché produce delle difficoltà di coordinamento tra le varie agenzie e un deficit di fiducia. La difficoltà di coordinamento deriva dalla compartimentalizzazione delle agenzie. La compartimentalizzazione consiste nel delegare alle varie strutture la gestione di aspetti parziali del segreto, attraverso una frammentazione delle informazioni e una divisione del lavoro che sono volte a isolare tra loro tali strutture proprio per rendere difficile la comunicazione reciproca dei rispettivi spezzoni di segreto e impedire ai singoli comparti organizzativi la ricomposizione del segreto nella sua unità. Questo assetto ha lo scopo di limitare i danni derivanti da delazioni interne o da infiltrazioni di agenti esterni e, così, la fuga di informazioni sensibili. L’idea di fondo è che, se fuga di notizie sensibili ci sarà nei singoli comparti organizzativi, essa riguarderà spezzoni di segreto difficilmente ricomponibili in una visione d’insieme. Tutto ciò alimenta però “gelosie informative” e sfiducia reciproca tra le varie agenzie compartimentalizzate, intralciandone il coordinamento organizzativo e le visioni d’insieme. Anche la tanto richiesta collaborazione dei cittadini implica che essi abbiano maturato un elevato livello di fiducia verso gli apparati di sicurezza, obiettivo difficile da conseguire proprio a causa dei particolari vincoli di segretezza cui sono sottoposti questi apparati e, in particolare, le agenzie di intelligence. La segretezza genera sospetto e diffidenza e ciò, a sua volta, finisce per alimentare la sfiducia e il sospetto degli stessi apparati nei confronti dei cittadini. La sfiducia tende, purtroppo, a diventare reciproca, alimentando una dinamica su cui non si è ancora riflettuto a sufficienza.

Quali sfide pongono alla sicurezza statale e dei cittadini il terrorismo internazionale e le migrazioni?
Di fronte a fenomeni come terrorismo internazionale e migrazioni i problemi di coordinamento e di fiducia, di cui abbiamo appena parlato, diventano ancor più acuti. Le difficoltà registrate a livello nazionale si aggravano notevolmente quando la collaborazione si deve estendere a livello internazionale, coinvolgendo agenzie di diversi Stati, caratterizzate da tradizioni e legislazioni differenti. Ciò non vuol dire che non siano possibili o non siano in atto collaborazioni informative tra agenzie di diversi Stati, ma le difficoltà esistono. I flussi migratori non vanno, ovviamente, appiattiti sulle problematiche della sicurezza. Ciò nonostante, è pur vero che i flussi migratori possono contribuire, direttamente o indirettamente, a fomentare la violenza politica, offrendo risorse alle reti della criminalità organizzata e del terrorismo internazionale. Il nesso più evidente tra migrazioni e criminalità organizzata è rappresentato dall’industria transnazionale del traffico illegale e dello sfruttamento di esseri umani. Si tratta di reti criminali di attori non statali organizzati su scala globale che sfidano la violenza legittima del potere statale e, dunque, la sua capacità di garantire la sicurezza dei cittadini. Le reti della criminalità organizzata possono, inoltre, intrecciarsi con quelle del terrorismo internazionale. Le organizzazioni terroristiche internazionali hanno contatti con le reti che trafficano clandestini sia compartecipando a questi traffici a fini di autofinanziamento, sia per trasportare armi e far entrare illegalmente terroristi nei paesi occidentali. Le migrazioni di terroristi producono, dunque, possibilità di attentati nel paese di arrivo che si aggiungono a quelle potenzialmente attribuibili a immigrati residenti di seconda e terza generazione e ad autoctoni radicalizzati. L’intreccio tra migrazioni, criminalità organizzata e terrorismo internazionale sollecita, dunque, complesse azioni di sicurezza che richiedono efficaci forme di coordinamento internazionale. Le agenzie dell’Unione europea Frontex, Europol e Eurojust rappresentano, al riguardo, un tentativo ancora troppo timido.

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