Quello che le donne non dicono alla Chiesa. Storie vere di una relazione complicata, Ilaria BerettaIlaria Beretta, Lei è autrice del libro Quello che le donne non dicono alla Chiesa. Storie vere di una relazione complicata edito da Àncora: quali sono il ruolo e l’importanza delle donne nella Chiesa?
Possiamo dire in estrema sintesi che sono le donne a tenere in piedi la Chiesa. Anzitutto fisicamente: fanno tantissimo a livello di base. La prima cosa che balza all’occhio è la loro presenza nelle parrocchie, nettamente superiore a quella maschile: si stima che gli addetti al catechismo in Italia siano per l’80 per cento donne e per confermare il dato basta fare un giro nelle varie realtà ecclesiali; ci si accorge immediatamente che le donne partecipano di più e rivestono ruoli attivi nelle comunità cristiane. Religiose e laiche sono impegnatissime: le troviamo a fare le pulizie nelle canoniche, nelle scuole a insegnare religione, nelle periferie a organizzare iniziative di accoglienza e solidarietà. Anche negli istituti teologici il numero delle studentesse è cresciuto. Questa massiccia presenza femminile nelle faccende pratiche però non comporta una pari autonomia a livello decisionale, anzi perfino la gestione delle attività che concretamente le donne portano avanti deve essere supervisionata dal parroco! Le donne nella Chiesa fanno un lavoro prezioso ed essenziale eppure manca di riconoscimento.

Nella pratica delle realtà ecclesiali, le donne si scontrano quotidianamente con difficoltà, incomprensioni, disparità di trattamento: loro come reagiscono?
Le reazioni sono personali e legate al carattere e al “tono di voce” di ogni singola. C’è chi aspetta con pazienza e chi è più agguerrita… In tutti i casi presi in considerazione, comunque, mi sono resa conto che ormai per le donne comuni la partita non si gioca più in piazza, con proclami o sit-in di protesta. Il campo più adatto a cambiare le cose sembra piuttosto la Chiesa “quotidiana”: le donne cercano un’inversione di rotta sostanziale di mentalità e cultura là dove sono più numerose e impegnate. A livello di base c’è una consapevolezza diffusa rispetto alla propria identità e autonomia per far valere la quale non basta ottenere una carica (il famoso nome su una targhetta) o reclamare gli stessi ruoli degli uomini. Sicuramente, insomma, le donne-prete non è più la «madre di tutte le battaglie» per le cattoliche. La loro è una rivoluzione ma silenziosa e “tranquilla”.

Chi sono le quindici donne attive nella Chiesa che si confessano nel Suo libro?
Al posto delle solite esperte (teologhe, saggiste…) che hanno già affrontato la questione femminile nella Chiesa in ponderosi saggi e convegni, ho scelto di interpellare donne “comuni”. Non volevo aggiungere un nuovo tassello alla riflessione teorica del ruolo delle donne nella Chiesa bensì permettere alle tante cristiane che vivono quotidianamente in parrocchie e oratori di rivedersi nell’esperienza di almeno una delle quindici intervistate. Proprio per cercare di dare uno spaccato il più possibile variegato delle situazioni che le donne vivono, ho scelto persone che provengono da diverse diocesi italiane e soprattutto che fanno cose diverse (una catechista, una professoressa di religione, una colf di comunità religiosa, una teologa, una psicologa in seminario, una consacrata e una missionaria; poi una suora, una madre, un’esperta di pastorale sanitaria, una ex monaca, una giovane e una donna impegnata nella carità). A tutte ho chiesto di raccontare la loro esperienza personale e quello che vedono ogni giorno nei settori in cui sono impegnate.

Quali desideri e quali attese nei confronti della Chiesa emergono dalle loro confessioni?
L’esigenza più sentita è sicuramente un confronto maggiore con il clero. Le donne sono convinte che i preti, dialogando con chi ha sensibilità e opinioni diverse, imparerebbero a fidarsi di più e a lasciare margine d’azione a laici e laiche. In questo senso alcune ipotizzano un modello di gestione parrocchiale condiviso tra sacerdoti e famiglie; altre parlano di aumentare la presenza femminile fin dal seminario. Molte sottolineano però che anche da parte delle donne servirebbe più intraprendenza e consapevolezza, mettendo da parte inadeguatezze e complessi d’inferiorità: allo scopo potrebbero essere utili anche investimenti “culturali” da parte della Chiesa. Tra i tanti desideri che le donne mi hanno confessato in questo libro, mi ha colpito quello di Mariachiara, 22 anni: questa universitaria che fa l’educatrice in una parrocchia di Milano sogna una Chiesa “contemporanea” capace di vedere le donne così come sono oggi, nel 2019, con le attuali difficoltà, situazioni e competenze. Un concetto semplice e chiaro che però è ancora lontano anni luce dalla mentalità di tante realtà ecclesiali.

Quali speranze possono a Suo avviso nutrire le donne dal pontificato di Papa Francesco?
Papa Francesco ha speso fin dall’inizio del suo pontificato parole chiare sull’importanza del ruolo femminile nella Chiesa; per questo sono nate speranze e molte donne si sono convinte che le cose fossero sul punto di cambiare. Oggi, però, quelle attese sembrano essersi ridimensionate soprattutto dopo che la Commissione di studio sul diaconato femminile voluta da Francesco nel 2016 si è chiusa con un nulla di fatto. La questione è ancora troppo controversa, come dimostrano gli interventi di questi giorni in occasione del Sinodo per l’Amazzonia dove, tra le altre cose, si discute della possibilità di permettere a laici (e laiche, appunto) di amministrare i sacramenti. La misura è studiata per quella regione dove ai sacerdoti è difficilissimo arrivare ma per molti sarebbe un pericoloso precedente che potrebbe aprire alle donne almeno alcuni ministeri ordinati anche in altre parti del mondo.

Ilaria Beretta 26 anni, è giornalista professionista. Collabora con quotidiani e riviste dando spazio soprattutto a buone pratiche ed esperienze di solidarietà. Ha fondato il blog buonenotizie.co, dove dal 2014 racconta storie positive dall’Italia e dall’estero. Nel 2017 ha vinto il Premio De Carli per l’informazione religiosa nella categoria «Giovani».