Quarant’anni di Cina. La storia di un’ascesa che sta cambiando il mondo, Daniela CarusoProf.ssa Daniela Caruso, Lei è autrice del libro Quarant’anni di Cina. La storia di un’ascesa che sta cambiando il mondo edito da Eurilink: dove vanno ricercate le origini dell’attuale successo di Pechino?
Non è semplice definire ciò che ha portato Pechino a questo successo perché si tratta di un quadro composito, nel quale non solo vanno inserite scelte politiche ed economiche molto precise ma di certo anche variabili culturali importanti. Penso ad esempio all’importanza dell’orgoglio nazionale e alla necessità di riscatto. Fino a tutta l’epoca Ming (1368-1644) la Cina possedeva una notevole potenza sia sul piano economico che sul quello culturale. In seguito all’aggressione coloniale e ad una serie di debolezze intrinseche all’ultima dinastia regnante (Qing, 1644-1911) questa potenza non solo è stata ridimensionata ma anche umiliata. Poi c’è stata l’invasione del Giappone e, in seguito, alcuni disastri provocati dal maoismo… Non sto a ripercorrere la storia della Cina a partire dalla caduta dell’impero fino ad oggi, ma che il paese si sia riunito intorno alla necessità di un riscatto nazionale è un fatto. Com’è un fatto che lo stesso Xi Jinping oggi spinga moltissimo sull’idea di “fuxing”, rinascita, appunto, che compare in modo ossessivo in moltissimi documenti politici. A ciò si accompagnano le scelte politiche ed economiche fatte negli ultimi quarant’anni a partire dalle riforme di Deng Xiaoping, lanciate nel 1978. Tali scelte hanno conosciuto un’unità di intenti ed una continuità politica senza precedenti nella storia, definendo un’altra variabile importantissima: la capacità di fare programmi a lunga scadenza nonché la necessità di scegliere la leadership di volta in volta, anche e soprattutto in base alla sua capacità di dirigere il paese verso obiettivi precisi.

Quale percorso storico ne ha determinato la potente ascesa?
Nel libro descrivo il percorso partendo, come si diceva, dalle riforme di Deng Xiaoping. A partire dal 1978 sono stati inaugurati tutta una serie di provvedimenti di certo inusuali e poco immaginabili per un paese socialista. Eppure non erano casuali né meramente indirizzati ad “arricchirsi” e basta, così come allora ci era sembrato. Il tempo e la storia hanno svelato un piano importante, contenuto già in tanti documenti e discorsi di Deng ma, a mio avviso, poco considerati, almeno qui in occidente. Le riforme non solo hanno costruito un paese moderno, ma ne hanno anche profondamente modellato la visione del mondo e della diplomazia. L’eredità duratura che ha lasciato il leader ha creato un paradigma che ha spostato le relazioni internazionali su un piano pacifico ponendo le premesse per le quali, negli anni successivi, la Cina avrebbe svettato attraverso gli strumenti offerti dal “soft power”.

C’è da dire che lo stesso Deng aveva preso le redini di un paese disastrato, i dieci anni di Rivoluzione Culturale avevano lasciato la Cina nel caos, l’apparato pubblico quasi non esisteva più, le fabbriche versavano nell’abbandono ed usavano la tecnologia degli anni cinquanta ereditata dall’URSS; lavoro non ce ne era e intanto i contadini stremati premevano per lasciare le campagne. Di certo Deng non aveva ben chiaro su come uscire da quello stato di povertà e devastazione, ma sapeva quali strumenti avrebbe potuto sperimentare per procedere. Avrebbe, ad esempio, aperto il paese alla scienza, alla tecnologia e alle nuove idee da qualsiasi parte del mondo esse provenissero e indipendentemente dal sistema politico del paese che le aveva generate. Tuttavia era uomo troppo intelligente per credere che bastasse semplicemente importare un intero sistema dall’estero, alieno a soddisfare i bisogni unici della Cina che, pur avendo un ricco patrimonio culturale sul quale era possibile contare, era un paese enorme, variegato e povero. Comprese ciò che alcuni economisti del libero mercato non facevano e cioè che non si potevano risolvere problemi semplicemente aprendo i mercati; bisognava costruire gradualmente le istituzioni, incoraggiare i funzionari e la classe dirigente ad espandere i propri orizzonti, a girare il mondo riportando in patria tecnologie e pratiche di gestione promettenti, a sperimentare per vedere cosa potesse funzionare a casa. Bisognava sviluppare buone relazioni con gli altri paesi in modo che fossero aperti a lavorare con la Cina. Insomma, serviva cambiare da dentro le istituzioni, incoraggiando un salto di qualità attraverso la trasformazione della mentalità: era necessario che questa ricostruzione avesse un ordine; Deng sapeva di dover fare molta attenzione affinché il paese non sprofondasse di nuovo nel caos perciò era necessario riformare, non rivoluzionare, ancorandosi fermamente al Partito Comunista quale unico strumento per gestire un processo di cambiamento epocale. Il Partito, dunque, sarebbe stato garante di una stabilità che potesse fare da contrappeso ad eventuali scossoni deleteri per un paese già così debilitato. Il processo di riforme fu sviluppato gradualmente, si procedette all’abolizione delle comuni popolari, alla decollettivizzazione agricola e all’introduzione del concetto di “responsabilità familiare” per la coltivazione della terra: in questo modo ogni famiglia diventava un’unità di produzione indipendente, nonché un’unità economica non più connessa alle altre famiglie secondo il sistema delle cooperative agricole e della collettivizzazione della terra. Furono introdotte diverse forme di contratti di responsabilità per i capi-famiglia e si concesse ai contadini la libera vendita di molti prodotti agricoli, frutto degli appezzamenti familiari.

La decollettivizzazione della terra applicata ai suoi esordi sperimentalmente in una sola regione ridistribuì la terra ai singoli nuclei familiari per i quali fu previsto anche un introito aggiuntivo su eventuale lavoro straordinario, dopo il versamento di un importo fisso al governo. Questo sistema rappresentava una vera e propria rivoluzione, non solo dal punto di vista economico ma anche sociale visto che la famiglia tornava a essere alla base delle attività agricola; la riforma ebbe risultati talmente positivi che, nel 1982, fu adottata in tutta la Cina.

Altro grande successo di Deng è stata la creazione di Zone Economiche Speciali, divenute uno dei principali strumenti atti a consentire non solo che elementi di economia di mercato venissero introdotti in maniera progressiva e controllata all’interno del sistema centralizzato ancora predominante, ma anche a promuovere il decentramento politico. Oltre a stimolare l’economia, attirando gli investimenti stranieri queste enclave contribuivano anche a trasformare e ad innovare la produzione attraverso la spinta alla creazione di nuovi prodotti e la nascita di joint venture con un impatto economico di vasta portata: il più evidente è stato quello sull’economia locale poiché ha determinato un aumento del reddito all’interno delle regioni interessate. C’è da dire però che almeno nella sua prima fase questa crescita fu disordinata e foriera di sperequazioni oltre che di grande corruzione. Tuttavia credo che Deng lo avesse previsto e sapeva anche che, nel corso dello sviluppo, si sarebbe dovuto “aggiustare il tiro”. E infatti così fu. Già a partire dalla fine del 1990 il governo centrale promulgava una serie di politiche territoriali specifiche per il rilancio della Cina occidentale e la rinascita delle regioni centrali, le zone cioè che rimaste indietro e che meno di tutte avevano beneficiato delle riforme. In seguito, i successori di Zhang Zeming e Hu Jintao al quale ho dedicato il secondo capitolo del libro lavorarono molto sull’aspetto della perequazione e dell’equità partendo proprio dall’idea di héxié shèhuì” e “xiǎokāngshèhuì” che vogliono dire rispettivamente Società Armoniosa e Società Moderatamente Prospera. Un concetto, quest’ultimo, assai lontano dal significato tradotto in lingua occidentale di “Benessere”. Ed è proprio per questa lontananza culturale che all’idea di Società Moderatamente Prospera ho dedicato un focus specifico alla fine del secondo capitolo, nel tentativo cioè di definirne il concetto e trasmetterne l’essenzialità.

C’è una cosa che colpisce molto di tutto questo percorso: la classe dirigente cinese non è mai rimasta sorda o inconsapevole dinnanzi alle nuove sfide e alle contraddizioni che lo sviluppo comportava ed ha sempre cercato di fronteggiarle, facendo anche mille riforme se necessario… Voglio dire cioè che non ha mai ignorato diseguaglianze, sperequazioni e nuove esigenze man mano che si palesavano, mi sembra importantissimo.

Quali peculiarità culturali hanno reso possibile la costruzione di un “socialismo con caratteristiche cinesi”?
Durante il discorso di apertura al XII Congresso del PCC, nel 1982 Deng Xiaoping usava per la prima volta la locuzione “zhòng guó tèsè shèhuì zhǔyì”, cioè socialismo con caratteristiche cinesi. La teoria di Deng se da un lato assolveva il compito di legittimare l’introduzione di forme di economia sostanzialmente capitaliste in un Paese socialista dall’altro ricordava anche che la Cina non poteva e non doveva importare pedissequamente un sistema replicandolo, era piuttosto necessario adattarlo alle condizioni del paese, non dimenticandone le peculiarità storiche, culturali ed economiche. Secondo gli insegnamenti del Marxismo i semi del socialismo vanno ricercati in una società in cui il capitalismo è ben sviluppato, in cui cioè le contraddizioni tra le classi sono portate agli estremi. Ma la Cina era partita invece da una condizione completamente diversa da quella contemplata dai testi classici del socialismo. Innanzitutto si trattava di un paese la cui struttura socioeconomica era sostanzialmente semi-feudale e disastrata dal colonialismo; mancava quindi delle premesse considerate dal marxismo classico terreno di coltura necessario alla nascita del socialismo. Possedeva piuttosto tutte le caratteristiche dei paesi sottosviluppati e sarà proprio questo l’elemento che conferirà unicità al percorso intrapreso dal paese agli inizi degli anni ottanta. Era necessario che il Partito sostenesse tale percorso adattando il Marxismo alla realtà cinese e seguendo un processo dinamico e in continua evoluzione;) era necessario cioè che si sviluppasse l’economia di mercato liberando le forze produttive, prima di transitare verso un modello socialista vero e proprio. La necessità di questo passaggio disegna il quadro teorico entro il quale viene inscritto tutto il processo di riforme partito agli inizi degli anni ottanta e che ha portato ad una inevitabile svolta capitalista. Risulta evidente che la svolta in favore del mercato viene da Deng concepita quale mezzo e non fine: un malinteso comune condiviso dai suoi critici e da alcuni commentatori occidentali è che lui fosse, o fosse pronto a divenire, un adepto nel capitalismo piuttosto che del socialismo. Non ci sono elementi credibili a supporto di questa visione, piuttosto, c’è un filo costante nei suoi discorsi ufficiali e nei suoi scritti che sottende una volontà pragmatica di sperimentare per migliorare le prestazioni dell’economia e aumentare gli standard di vita, pur mantenendo ben saldo il sistema di governo sotto de partito comunista e con un approccio strategico a lungo termine. Grazie all’era delle riforme inaugurata da Deng, la Cina apriva con successo una nuova e sconosciuta fase di pacifica convivenza tra socialismo e capitalismo ed è proprio questa convivenza che è diventata uno dei tratti distintivi del socialismo con caratteristiche cinesi.

Quali sono le principali tappe della storia di crescita degli ultimi quarant’anni?
Per capire il successo cinese è necessario comprendere non solo il percorso storico che ne ha determinato la potente ascesa, ma anche, come più volte ho rilevato, mettere in evidenza le peculiarità culturali che stanno rendendo possibile la costruzione di un “socialismo con caratteristiche cinesi”. Un socialismo cioè molto diverso da quello realizzato in altri paesi e che ha visto nella crescita un’opportunità per superare la povertà del passato e per affrontare le disuguaglianze economiche del presente che, da quella crescita improbabile e imprevista agli occhi del mondo, sono scaturite. Poiché il socialismo non è condivisione di povertà, e questo è il principio cardine che ha guidato ogni azione da Deng in poi. Tuttavia, quando parliamo di crescita non possiamo considerare solo il fattore economico ma, direi, che va anche considerato il miglioramento della qualità della vita del cinese medio, l’attenzione all’ambiente, l’apertura al mondo…. Insomma, non si tratta solo di PIL ma anche, per dirla con Amartya Sen, di Sviluppo Umano che consiste soprattutto nell’accrescere la possibilità delle persone di condurre una vita lunga, sana e creativa, di lavorare alla realizzazione di altri obiettivi a loro cari e di partecipare attivamente alla promozione di uno sviluppo equo e sostenibile in un mondo condiviso. Da questo punto di vista le persone sono sia beneficiarie che forza motrice dello sviluppo. Per questo motivo non parlerei di tappe, piuttosto di un’evoluzione continua innescata a partire dal 1978. Eppure in questa evoluzione ci sono anni che, a mio parere, rivestono un ruolo importante rispetto a quello che la Cina è diventata. Sono anni cui leader di riferimento, Jiang Zemin prima e Hu Jintao dopo, risultano un po’ incolori nella narrazione storica e invece hanno rivestito un ruolo fondamentale. Nel raccogliere l’eredità di Deng hanno dovuto fronteggiare tutte le criticità che lo sviluppo impetuoso e disordinato aveva provocato; non ultimo il vuoto di valori generato dal “Dio denaro”, la conseguente e sempre più diffusa corruzione nonché lo svilimento dell’ideologia e dei principi del socialismo che avevano iniziato ad affliggere in primis i quadri del partito. Per Deng, il rapido sviluppo economico era stato più importante dell’ideologia e con il suo viaggio nel sud per rilanciare le riforme, fatto agli inizi del 1992, sembrava aver dato priorità ancora una volta alla spinta economica ponendola al di sopra di ogni dibattito politico. Anche se la crescita degli anni novanta aveva dato ragione al leader, il Partito si rendeva conto che ai vecchi ideali del socialismo si stavano progressivamente sostituendo nuove e deleterie ideologie, prima tra tutte quella dell’individualismo. Si stava perdendo il contatto con la popolazione e in particolare con quelle classi che avevano costituito lo zoccolo duro del consenso. Contemporaneamente, emergevano nuove categorie: imprenditori, professionisti, dirigenti delle imprese statali, artisti, intellettuali… Insomma, una classe media urbana completamente nuova che andava inquadrata e gestita. Dopo la morte di Deng nel 1996 fu Jiang Zemin ad assumere la guida della Cina. Molte erano le incognite legate alla nuova leadership: il nuovo leader avrebbe dovuto affrontare questioni molto spinose come quella dell’occupazione del Tibet e dei diritti umani: agli inizi degli anni novanta gli Stati Uniti aumentavano la pressione sulla Cina per il rilascio dei prigionieri politici e la garanzia dei diritti fondamentali per gli oppositori politici. Il ritorno di Hong Kong alla Cina è stata un’altra questione delicata da affrontare: quando il 1° luglio del 1997, la Gran Bretagna riconsegnava Hong Kong, mettendo fine a 155 anni di dominio coloniale, la Cina in cambio doveva sottoscrivere un accordo affinché il sistema economico di Hong Kong rimanesse identico, così come pure le libertà politiche, per cinquanta anni. Questo accordo è ciò che ha determinato il famoso “un paese due sistemi”, oggi grande spina nel fianco di Pechino. Tra il 1996 e il 2003 molte sono state le riforme in tutti i settori ma è il riorientamento ideologico di Jiang Zemin che mi sembra davvero degno di nota: nel febbraio 2000, durante un tour nel Guangdong, introduceva la sua nuova dottrina politica delle “Tre Rappresentanze” attraverso la quale legittimava l’esistenza dei nuovi ceti sociali, assenti prima delle riforme. L’obiettivo era quello di trasformare il Partito Comunista Cinese in un partito aperto che inglobasse, neutralizzandolo, il nuovo ceto emerso dalle riforme: bisognava rappresentare tutti perché fossero “alleati”. Effettivamente, nel corso degli anni, il numero delle persone che potevano ancora essere definite come “nemici di classe” continuava a ridursi, mentre aumentava il numero di persone che non avrebbero rappresentato per il regime alcuna minaccia. A partire dal 2001, Jiang Zemin promuoveva l’idea di “Governare il paese con i valori etici” che doveva essere unito con quello di “Governare il paese con la legge”. I due principi erano complementari, e se era vero che il rispetto delle leggi e del diritto aveva naturalmente la priorità, la coltivazione delle virtù morali sarebbe stato il complemento necessario per la costruzione di uno stato e di un’economia forti.

Il contributo di Jiang Zemin alla teoria marxista rappresentò uno strumento ideologico importante, che rafforzava la sua posizione all’interno del Partito ed avrebbe aperto la strada alla teoria della “Società armoniosa” di Hu Jintao prima e alla campagna anticorruzione di Xi Jinping in seguito. Jiang ha poi dovuto affrontare le questioni spinose rimaste aperte nelle relazioni internazionali: mi riferisco ad esempio al suo viaggio negli Stati Uniti. Nel 1997 vi si recò su invito del presidente Clinton e fu questa la prima visita di un presidente cinese dopo undici anni. Tuttavia, durante il suo soggiorno che pure vide la ratifica di molti accordi importanti non mancarono momenti di tensione; durante la visita ad Harvard, la prima di un capo di stato cinese nei 360 anni di storia dell’università, ci furono pesanti proteste per la politica cinese in Tibet. Il fatto era che, piuttosto che sfidare l’egemonia mondiale degli Stati Uniti, la Cina aveva disperatamente bisogno del suo aiuto per lo sviluppo dell’economia. In una tale circostanza politica, i diritti umani difficilmente avrebbero dovuto diventare una questione importante delle relazioni sino-americane. Con ciò va anche ricordato che il governo degli Stati Uniti stava ancora sostenendo il regime di Taiwan nonché il Dalai Lama in esilio in India. Così, sul piano internazionale la questione dei diritti umani diventava invece prioritaria anche rispetto a tutte le altre controversie importanti: sicurezza, commercio e proprietà intellettuale passavano in secondo piano davanti al problema della democrazia. C’era ancora un evidente problema nella legittimazione della leadership che Jiang non poteva formalmente ammettere ma che, di fatto, poteva complicare le relazioni internazionali.

Già Deng si era reso conto che la Cina avrebbe dovuto agire con prudenza sia per verificare e capire quale tipo di ordine avrebbe sostituito il modello bipolare sia per guadagnare tempo ed evitare la strada l’isolamento internazionale. Intanto il paese si preparava gradualmente al cambiamento dello scenario internazionale ponendo al centro le questioni riguardanti lo sviluppo economico interno che diventavano così il fulcro dell’agenda politica. Con il tempo la partecipazione di Pechino all’interno delle organizzazioni multilaterali è stata accettata, soprattutto grazie alla “diplomazia sottile” messa in atto. Un’altra cosa che mi sembra degna di nota è il concetto di multipolarismo fortemente promosso da Jiang che appare in seguito ad una sua visita a Mosca nel 1997; da allora, è stato spesso utilizzato per spiegare l’idea che la Cina aveva dell’ordine internazionale; si trattava cioè di un mondo dove ciascuno cooperava per mantenere equilibri all’interno della comunità internazionale insieme al controllo delle Nazioni Unite. Anche se l’intento sembrava quello di depotenziare l’egemonia degli Stati Uniti, non c’è tra i documenti ufficiali una chiara correlazione tra la promozione di un multipolarismo attivo e l’indebolimento di questi ultimi; tuttavia la maggior parte degli osservatori ritiene plausibile e chiaro l’obiettivo di supportare nuovi equilibri che marginalizzassero la preponderanza di alcuni stati. A partire da questa impostazione è possibile delineare una continuità all’interno del riformismo cinese che punta a un multilateralismo flessibile, che vede nell’azione congiunta dell’intera comunità, anziché negli sforzi del singolo, l’unica possibilità di risolvere problemi di portata mondiale perché il mondo era profondamente cambiato, e ancora lo avrebbe fatto. Non dimenticherei infine che proprio a questo leader la Cina deve un importante lavoro di politiche regionali e di vicinato.

A Jiang Zemin succede Hu Jintao che, per primo, ha introdotto il concetto di “Società Armoniosa. Si tratta di un concetto relativo alle caratteristiche dello sviluppo socioeconomico del paese. A partire dal 2002, veniva presentato correlandolo al “concetto di sviluppo scientifico”, quali fondamento essenziale della sua amministrazione. Sarà questa virata ideologica a distinguere l’operato di Hu dal suo predecessore, determinando un salto di qualità nell’affrontare le sfide che stava ponendo una società in rapido cambiamento. L’armonia è un concetto centrale nella filosofia tradizionale cinese, in particolare nel confucianesimo. Si tratta di un ideale sociale che governa non solo le relazioni familiari e interpersonali, ma anche quelle tra governanti e governati, tra imperatore e suddito. Nel pensiero confuciano, la ricerca dell’armonia sociale non significa assenza di conflitti e disaccordi dove c’è persino spazio per una leale opposizione. Tuttavia, sono l’ordine e la stabilità, che possono ridurre al minimo le disparità e i conflitti sociali. Allo stesso modo, l’amministrazione di Hu era intenzionata a perseguire una società armoniosa con l’obiettivo di raggiungere la stabilità sociale; ma non c’era miopia verso il riconoscimento delle disuguaglianze e dei problemi sociali, piuttosto la consapevolezza che proprio questi conflitti chiedevano soluzioni orientando la leadership verso nuovi percorsi. Come si vede, ancora una volta, bisogna fare appello ad una variabile culturale per cercare di comprendere concetti da noi molto lontani. Contemporaneamente il concetto di sviluppo scientifico metteva le persone al primo posto, operando un approccio più equilibrato allo sviluppo della Cina. Essenzialmente sarebbe stato necessario riequilibrare cinque fonti di disarmonia affrontandone le disparità che producevano: bisognava quindi armonizzare le esigenze della Cina rurale con quelle dello sviluppo urbano, bilanciare la corsa delle aree costiere con l’arretratezza delle zone centrali e occidentali del paese, riequilibrare le necessità economiche e quelle sociali, limitare i danni provocati dall’uomo sulla natura ma anche trovare un punto di equilibrio tra la necessità dello sviluppo nazionale e l’apertura verso al mondo. Infine, durante il XVIII Congresso Hu Jintao annunciava una proposta di cambiamento nel modello di crescita economica della Cina. Iniziava così l’incorporazione dell’espressione “Civiltà ecologica” nel discorso politico ufficiale cinese, quale nuovo modello di crescita per sostituire quello vecchio. ormai insostenibile. Se la civiltà industriale mette in risalto il binomio uomo/natura, la Cina sostiene che “Civiltà ecologica” rappresenta la trasformazione della società da un progresso industriale insensato e distruttivo verso la consapevolezza ambientale. In breve, implica il trasferimento della società umana dalle conseguenze distruttive dei tentativi di dominare la natura verso l’idea di un’interdipendenza tra le persone e la natura, e tra le persone nella società quale misura necessaria per raggiungere una “società moderatamente prospera” perché lo sviluppo incontrollato è insensato e genera diseguaglianze difficili da sanare.

Quali sono le maggiori criticità della visione di Pechino?
Più che di criticità nella sua visione io penso al grosso vuoto di democrazia che sembra anche essere il suo principale gap, dettato però da una realpolitik che un suo senso ce l’ha. 55 minoranze etniche, un territorio immenso, quasi due miliardi di abitanti non possono “cedere” a velleità democratiche. Ne farebbero le spese l’unità del paese e la realizzazione dei progetti futuri. Alla fine degli anni ottanta, a ridosso della tragedia di Tiananmen del 1989 il concetto che spesso ritornava nei discorsi della leadership cinese era quello della paura di finire come l’Unione Sovietica. La disintegrazione è da sempre il terrore della Cina. Inoltre, anche qui c’è, da tenere in considerazione una variabile culturale molto importante. Il concetto di democrazia è filosoficamente e socialmente estraneo alla tradizione cinese mentre ha le sue radici proprio nell’occidente europeo. La Cina, non ha mai maturato un concetto autonomo di democrazia ma ha modellato una visione di se stessa nel mondo come uno stato centralizzato retto per molti secoli da un imperatore prima e dal partito poi, istituti che entrambi interpretavano i concetti delle relazioni confuciane, concetti che a ben vedere, non sono egualitari ma gerarchici, secondo i quali ciascuno ha un proprio ruolo nella società anche in relazione agli altri membri. Era difficile che in questo contesto si sviluppasse un’idea di democrazia nel senso occidentale del termine poiché la società e il bene comune erano e sono visti come prioritari rispetto al singolo. In fondo, se lo stato ben assolve i suoi compiti mettendo in campo anche alcuni valori etici importanti, è giusto e corretto che guidi la società tutta e decida per i singoli.

Dal punto di vista economico il paese ha varie sfide da affrontare, sia sul piano interno che nelle relazioni internazionali. La prima è certamente rappresentata dai quasi 50 milioni di persone che deve ancora traghettare al di sopra della soglia di povertà. Poi ha il problema di un debito pubblico molto alto nonostante siano stati presi vari provvedimenti nel corso degli ultimi anni. Inoltre, ha bisogno di nuovi mercati per le sue eccedenze per questo il progetto della Nuova via della Seta non può e non deve fallire. Poi sta cercando di affrontare la questione della reciprocità sugli investimenti dall’estero. È noto che una delle grandi difficoltà delle imprese straniere sta nelle grandi limitazioni che la Cina pone, mentre essa stessa investe liberamente qui. Tuttavia, anche in questo senso, Pechino sta facendo grandi sforzi affrontando il problema periodicamente, varando nuove leggi.

L’ultima criticità che mi sembra sia la più grande nonché quella che in qualche moda raccoglie anche le altre è il suo rapporto con il resto del mondo. Che Pechino stia sparigliando le carte facendo saltare il tavolo dell’ordine costituito non è una novità; mi riferisco ad esempio alla sua presenza in Africa ormai massiccia e che, di fatto sta mettendo all’angolo la Francia in alcuni territori storicamente sotto la sua influenza. E ancora, in sud America, dove nonostante la sua proverbiale politica di non interferenza negli affari interni, si sta posizionando economicamente in modo da irritare molto gli USA anche lì. Poi c’è la sua politica regionale e di vicinato che mira a limitare l’influenza americana nel Pacifico… Ecco, questo quadro può essere considerato critico nella misura in cui il resto del mondo consideri la Cina un paese da temere più che con il quale lavorare. La crescente tensione con alcuni paesi e, in alcuni casi, un clima da guerra fredda non aiuta nessuno. Gli asset mondiali stanno cambiando rapidamente, l’occidente ha anche dimostrato di non saper sostenere la sua crescita e la Cina ci ha guardati e studiati molto in questi anni: non è un caso che spesso sottolinei di non voler fare i nostri stessi errori.

Quali prospettive per la Cina e la sua economia?
Vede, ogni volta che gli osservatori occidentali prevedono qualcosa la Cina fa esattamente l’opposto. E ci spiazza. Certo, è innegabile che la generazione cui appartengo abbia avuto l’immenso privilegio di assistere ai cambiamenti epocali velocissimi di un paese che, fino alla fine degli anni Settanta, nonostante il lancio delle riforme, sembrava destinato a rimanere ancora per molto tempo immerso in una realtà fatta di divise maoiste, biciclette e diffidenza verso il mondo esterno. All’epoca si guardava a questi cambiamenti con curiosità ed interesse, ma difficilmente si sarebbe previsto cosa sarebbe accaduto da lì a poco. Per questo risulta azzardato e fuorviante provare a tracciare scenari futuri anche perché il futuro è già qui. E infatti molte cose sono accadute mentre questo libro era in revisione e non c’è stato giorno di questi mesi del 2019 che il mondo non abbia parlato di Cina. Le grandi strategie si evolvono nel tempo. Per la Cina è difficile immaginare un cambiamento di rotta, potrebbero però verificarsi “adattamenti” alle reazioni globali, alle discontinuità nell’ordine internazionale, compresi i cambiamenti nell’equilibrio di potere e le prospettive personali dei singoli leader. Certo è che il paese mira alla continuità quale elemento fondamentale per perseguire obiettivi a lungo termine; insieme al problema della difficoltà nel rinnovare la classe dirigente è stata proprio la necessità di continuità il fattore determinante per cui, nel 2018, Pechino ha eliminato dalla Costituzione il limite dei due mandati presidenziali. Se gli obiettivi sono fissati e le ambizioni tradotte in politiche resta di fondamentale importanza il rapporto che la Cina ha con il resto del mondo. L’Occidente è indubbiamente scosso dalla sua potente ascesa con una crescente paura di non riuscire a contenerla: resta da capire se i timori sono fondati o se sono solo il frutto di fobie che non valutano i vantaggi dell’incontro con la Cina e sono legate categorie culturali molto diverse da quelle cinesi. Ma che piaccia o meno l’ascesa della Cina continua: l’equilibrio del potere mondiale sta cambiando e mentre gli Stati Uniti lottano strenuamente contro la propria uscita dalla leadership globale, Pechino sta espandendo la sua influenza internazionale tentando di rivedere le basi dell’ordine esistente. Gli obiettivi della Cina sono certamente ambiziosi. E se la politica di Deng Xiaoping di “riforma e apertura” ha permesso un miracolo economico che ha sollevato centinaia di milioni di cinesi dalla povertà, il compito di Xi Jinping non è solo quello di completare ciò che Deng ha iniziato ma anche di forgiare un’economia che restituisca al paese la sua posizione di centralità nel mondo e nella storia.

L’abitudine che in occidente abbiamo a ragionare in termini di egemonia polarizzata e di supremazia geo-politica non aiuta a comprendere le reali intenzioni della Cina e, fisiologicamente, fomenta paure forse amplificate. Se è vero che Pechino ha dei piani dichiaratamente ambiziosi, altrettanto dichiaratamente è orientata verso politiche di cooperazione e di condivisione dei vantaggi, verso una comunità globale multipolare e verso la pace. Questi concetti appaiono in tutti i documenti ufficiali e spuntano quasi ossessivamente nei discorsi dei leader, quasi a voler tranquillizzare la comunità internazionale sulle reali intenzioni dei propri piani. La Cina sa perfettamente che non può sottrarsi all’incontro con l’altro ed il modo con cui cerca di gestire i problemi che nascono nei rapporti con gli altri ne sono un’evidenza. Penso, ad esempio, a come sta gestendo la questione dei dazi con gli USA; mi sembra lo stia facendo in modo intelligente, strategico e pianificato. Mi riferisco ad esempio alla sua mediazione tra Trump e il leader nordcoreano. Ma penso anche alla progressiva apertura verso l’Europa e alla sua richiesta di regole più trasparenti e meno rigide sugli investimenti stranieri in Cina. Pechino sa bene che la reciprocità è un nodo essenziale da sciogliere e, con un passo alla volta, avanza anziché chiudersi. In fondo quella cinese è una strategia “win win” che non polarizza, anzi, tende a condividere i benefici in un contesto di multipolarità più che egemonico. I suoi progetti sono a lunga scadenza e la strada verso la realizzazione del “sogno cinese” non è certo alla sua fine; e allora c’è da mediare, cercare nuovi equilibri, gestire un divenire sempre più veloce e complesso salvaguardando alcuni principi cardine che sono di fatto quelli guida del partito e del socialismo con caratteristiche cinesi. Ciò che invece proprio non si può immaginare è che tipo di potenza sarà la Cina tra vent’anni, di certo, come spesso gli ho sentito dire, “non come gli Stati Uniti”.

Daniela Caruso è professore di Studi Sinologici presso International University for Peace di Roma, che rappresenta l’Organismo Onu Università per la Pace-UPEACE. È stata visiting professor alla Jiaotong University di Shanghai e la Tshingua di Pechino dove ha tenuto seminari di comunicazione interculturale. Membro dell’European Association for Chinese Studies (EACS), già lecturer presso l’École des hautes études en sciences sociales, ha coordinato progetti di ricerca internazionali inerenti l’interculturalità, le politiche sanitarie in Cina, le migrazioni e le relazioni tra la Cina e il Mediterraneo. Autrice di numerose pubblicazioni in lingua inglese ultime delle quali Ancient Values and Modern Laws, The Role of the Filial Piety in the Chinese Ageing Society e New Horizons of Chinese Healthcare System: Reforms and Perspectives.