Già: è necessario prender cognizione di un fatto su cui, banalmente, non si riflette. Come fa un prete cattolico a confessare? Chi glielo insegna? Su cosa studia? La risposta è lì, semplice ed evidente: su manuali scritti apposta da altri preti, studiosi che si autoproclamano teologi morali. La letteratura confessionistica conosce i suoi prodromi a partire dal Concilio Laterano IV del 1215; si evolve nel corso dei secoli e secondo le vicissitudini del Papato e della Chiesa; è estesissima, una vera e propria branca letteraria, degna di essere conosciuta studiata approfondita. Nel mondo iberico ciò è realizzato addirittura attraverso insegnamenti universitari, da cui, confesso [!!!] ho attinto…Gli studi di Adriano Prosperi qui in Italia e di Jean Délumeau in Francia partono da punti di vista anzi da retroterra culturali opposti. Libero pensatore il primo, fedele cattolico l’altro, i loro volumi sono stati più che illuminanti, e mi hanno aiutato a sistematizzare aspetti della ricerca che altrimenti sarebbero rimasti nebbiosi, giacché la materia mi era, per mia formazione di base, totalmente estranea. Affrontare la lettura della manualistica confessoriale nel latino medievale ecclesiastico, e quindi nelle varie lingue europee sarebbe stato un esercizio dapprima curioso, ma alla lunga noioso, senza riflessioni capaci di orientarmi. Piano piano è apparso chiaro come il controllo ideologico sul popolo di Dio, nella sua quasi totalità incapace di leggere e scrivere, non poteva esser fondato su libri tanto edificanti quanto incomprensibili ai più. Addirittura parroci letterati han mostrato di aver problemi a comprendere l’Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis, disputandosi la paternità dell’opera, attribuita in alternativa ad un Gerson di sospette ascendenze ebraiche… Come avrebbe potuto il popolo di Dio imitare un Cristo sulla scorta di un libro di cui l’autore resta tutt’oggi misterioso?
No, l’imitazione del figlio di Dio andava suggerita e controllata in modo puntuale e penetrante: nello stesso modo in cui oggi l’opinione pubblica viene forgiata orientata controllata dai mezzi di comunicazione di massa, in assenza di giornali televisioni e social media che cosa, chi era in grado di scolpire le coscienze? Il sacerdote, con il mezzo della confessione auricolare, è ovvio. In confessione il prete più colto ed avveduto riesce a sondare i meandri più riposti della psiche del confitente, che più spesso è UNA confitente. Con lo spavento della colpevolizzazione il bravo prete raddrizza le devianze, incanala le pulsioni: compie un’opera sociale di mantenimento della pace e dell’ordine. Nel far ciò, esercita un potere che si estrinseca in una costellazione di riti che, osservati con distacco, fanno sorridere (pensiamo alla teofagia rituale, così essenziale nel cattolicesimo) ma che, inseriti nella scansione del quotidiano, consentono un vivere relativamente ordinato, e certamente rassicuranti. Le coscienze così accettano ogni cosa, anche la più strampalata, perché in relazione alla predicazione ecclesiastica che è quella che ti controlla e ti rassicura. Hai un bel dimostrargli che i quatto evangeli sono il prodotto di un bizzarro incidente storico, che gli evangelisti non hanno mai conosciuto un essere detto Gesù della cui esistenza terrena non si ha alcuna prova storica accertabile, che la storia della verginità di Maria non è che la travisazione di una condizione codificata nella tradizione ebraica, quella della betulah ha-dam, la “vergine di sangue”, ossia la fanciulla in attesa del menarca la cui ovulazione, nei 14 giorni che precedono l’evento, la mette in grado di concepire…
Inutile tentare di ragionare con chi, invece, vuol credere. Del resto, non fu quel padre della Chiesa a coniare l’acuto aforisma: credo quia absurdum?
Uno sguardo nei cataloghi e nei repertori delle biblioteche, o anche un’occhiata al mercato antiquario dei libri, permette di constatare come esista una grande quantità di manuali per confessori cattolici, concentrati prevalentemente nel XVII e XVIII secolo: come mai questa abbondanza e concentrazione in un paio di secoli?
A mio avviso, le motivazioni storiche sono varie, e convergenti. Ad esempio la necessità di organizzarsi per render concretamente operante la cosiddetta “Riforma cattolica” conseguente alla conclusione sofferta del Concilio tridentino, che si prolungò per una trentina d’anni, con varie interruzioni. Già una quindicina d’anni dopo la conclusione del Concilio il carmelitano fra’ Francesco da Treviso, al secolo Francesco Turchi raffinato intellettuale della Controriforma procurava la riedizione di un trattato scritto un centinaio d’anni prima prevalentemente in dialetto da fra’ Pacifico da Novara, la Summa pacifica. Ma ancor prima della fine del Concilio un ecclesiastico della Navarra, Martin de Azpilcueta aveva dato alle stampe, in portoghese e subito dopo in spagnolo ed italiano il suo Manuale de’confessori et penitenti destinato a fungere da aggiornato e solido punto di riferimento per tutta la trattatistica della penisola iberica e delle sue colonie, ma anche delle estensioni italiche e delle Fiandre della potenza spagnola. Questo avvenne nel secolo successivo, il Seicento, che si aprì con la guerra dei Trent’anni e la conseguente spartizione dell’Europa continentale in zone cattoliche e zone protestanti. Nelle prime, la necessità di organizzare il popolo di Dio attorno alla Chiesa di Roma fece sì che la manualistica confessoriale conoscesse la diffusione eccezionale che ebbe, nonostante le difficoltà economiche generali dell’epoca, che tra l’altro si riflettevano, sia detto per inciso, nella qualità scadente della stampa dei manuali. Il secolo successivo, con il diffondersi dello spirito scientifico e di ricerca comportò un rafforzamento dello strumento ideologico della confessione in quanto arma di controllo sociale. Di conseguenza, si moltiplicarono le edizioni, raggiungendo anche il nuovo mercato delle Americhe, anche grazie alla diffusione delle congregazioni di ecclesiastici, in particolare dei Gesuiti. Annoterei che nel Novecento i manuali praticamente scompaiono, sostituiti da strumenti ecclesiastici più riservati come le disposizioni papali o comunque della curia romana.
Il libro affronta con animo leggero la questione, senza tuttavia «dimenticare le turbe di sventurati che son caduti sotto la sferza di erogatori di un sacro che in realtà era, ed è tuttora, il fuoco delle loro ossessioni»: in che modo, in questi testi, si manifesta la fissazione sul controllo di pulsioni ed energie dell’essere umano?
Sì, all’inizio, faccio sfoggio del mio sapere filologico, con un capitolo francamente noioso, al limite dell’illeggibile. Ma ci voleva, perché i detrattori capiscano subito che il libro poggia su basi storiche, filologiche ed ideali solide. In altre parole, non è lo sberleffo di un goliardo tardivo. Ma è necessario, per quanto possibile, riderci sopra. O almeno sorridere.
È necessario rendere leggere le mostruosità immaginate da un frate come Ludovico Maria Sinistrari, minorita francescano lombardo, che sul finire del Seicento scopre il clitoride sulle tavole anatomiche di Caspar Bartholinus. Ci pensa e ci rimugina, fino a convincersi che quell’appendice carnosa se con l’adolescenza si sviluppa eccessivamente e diviene particolarmente pronunciata, può servire alle donne perverse per sodomizzare uomini perversi più di loro… Ne è talmente convinto che suggerisce come inquisire le donne incriminabili, ricorrendo a misure corporali condotte da matrone di sicura fede, e come ispezionare e misurare, e quali strumenti di tortura giudiziaria applicare. Sempre allo scopo, s’intende, di scoprire la verità. Che, nella fattispecie, sembra coincidere con la vulva.
Queste ed altre fantasticherie masturbatorie il frate le scrive nel suo trattato De delictis et poenibus: titolo che anni dopo sarebbe stato felicemente ripreso da Cesare Beccaria per dileggiarlo, nel suo modernissimo e civilissimo trattato tutt’oggi troppo spesso inapplicato, Dei delitti e delle pene.
Quali, tra i numerosissimi testi da lei richiamati, ha maggiormente inciso sul costume e sulla devozione dei contemporanei?
Bisogna precisare che i manuali si diffondono per aree geografiche omogenee. Vi sono quelli del gruppo iberico, che irradiano dalla Spagna e Portogallo verso i rispettivi possedimenti coloniali, dal Messico alle Filippine, ma anche alle Fiandre prima e dopo l’indipendenza da Madrid. Vi è l’areale francofono, in cui principale fenomeno fuori d’Europa è quello del Québec, dove la pratica del cattolicesimo, inclusa evidentemente la confessione auricolare, è il maggior cemento ideologico per il mantenimento dell’identità nazionale perduta. Con la Guerra dei Sette Anni (1763) infatti centinaia di migliaia di coloni francesi furono consegnati alla Corona britannica che fece di tutto per assimilarli con le buone (raramente) e con le cattive (quasi sempre), in entrambi casi con pessimi risultati. La pubblicistica religiosa québecoise, in particolare quella relativa alle confessioni, è di grande estensione e gode di una specialità: l’esame del rapporto con gli indigeni. Nei paesi dell’Impero asburgico i prìncipi del Foro Interno sono numerosi e fondamentali; ma poco conosciuti in Italia, dove è incontrastata la scuola napoletana. Un nome su tutti: Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (Ligorius), che col suo monumentale Manuale de’ Confessori informa di sé tutta la seconda metà del Settecento e quindi tutto l’Ottocento. Fattosi prete a 27 anni, camperà fino a 91 (oggi è una cosa normale, allora proprio no!) continuando infaticabile a soccorrere gli umili e gli sventurati ed a scrivere di teologia morale. Promosso Dottore della Chiesa, trovò anche il tempo di comporre la canzoncina che da bimbi si canta davanti al Presepe: “Tu scendi dalle stelle”.
I gesuiti Hieronymus Noldin e Albert Schmitt, altoatesini, passati dall’Austria all’Italia ma tornati, grazie all’Annschluss del 1938, l’annessione di Vienna alla Grande Germania del III Reich, furono quelli che nel XX secolo dettarono le norme in forma più chiara ed inequivocabile, da bravi preti tedeschi animati da spirito tassonomico e furore normativo, ciò di cui evidentemente l’Europa tutta abbisognava. Le loro riflessioni socioantropologiche li spingono a catalogare certi peccati abnormi, certe devianze perniciose che mancano del tutto altrove. Gli irlandesi feniani (repubblicani insurrezionalisti), gli anarchici, i bolscevichi sono tutti colpiti dai loro strali: ma non ci sono i nazisti. Forse perché il loro manuale viene edito a Lipsia nel 1939?
Quali sono, a Suo avviso, le prescrizioni più assurde rinvenibili in tali manuali?
Nel Manuale del Confessore di Monsignor Sebastiano Uccello, Vicenza 1924 (uno dei più recenti che mi è stato possibile recuperare sul mercato dell’usato) alla pagina 277 si legge, rigorosamente in latino: “amputatio clitoridis in foeminis est licita, quia clitoris merum órganum voluptatis videtur esse quod, nullo physiologo dissentiente, nihil confert ad generationem”. Il prelato, nel contesto delle prescrizioni volte ad impedire/sanzionare l’aborto, si concede un excursus improvvisato e direi quasi unico, nel senso che non mi è stato dato di legger niente di simile altrove. Ed asserisce che toglier via il clitoride è lecito, poiché è un organo che non contribuisce alla generazione di esseri umani.
Ora, attenzione: monsignor Uccello non prescrive l’ablazione del clitoride. Si limita a non proibirla, poiché non serve alla procreazione. Come mai questa preoccupazione? Evidentemente, gli era capitato all’orecchio qualche – come minimo – domanda, richiesta di informazioni, confessioni di una pratica diretta o indiretta che fosse. Siamo nel 1924, l’avventura imperiale in Somalia (dove l’escissione clitoridea è tutt’ora massicciamente praticata) durava ormai dal 1908. Circa vent’anni dopo il problema doveva esser sentito, non solo tra i colonizzatori ma anche tra i loro confessori. Il Monsignore trancia netto, o meglio, lascia tranciare, con buona pace di tutta la casuistica relativa al 5° comandamento “Non uccidere”, prescrizione che presso i teologi più avveduti del suo tempo si estendeva anche al campo della integrità del corpo umano, negando quindi liceità alle amputazioni non giustificate dalla medicina.
Paolo Edoardo (Pardo) Fornaciari, livornese del ’48, ama dividere la sua attenzione tra edizioni critiche di testi medievali e ricerche sul canto popolare. Nel primo campo ha all’attivo varie pubblicazioni: la Parafrasi della Repubblica platonica di Averroé, edita per Olschki, il De astrolabio di Andalone di Negro, edita per il Comune di Livorno, mentre per Mimesis ha pubblicato in due volumi le Conclusiones cabalisticae, magicae, hermeticae, orficae di Giovanni Pico della Mirandola; per le Edizioni del Galluzzo la Apologia, sempre di Giovanni Pico della Mirandola, prima edizione critica, completa di traduzione, realizzata a 500 anni dalla stesura. Ha inoltre al suo attivo numerosi articoli di storia e filologia su riviste specialistiche italiane ed internazionali. Quanto al canto popolare ha pubblicato un saggio sulla cultura giudeolivornese, Fate onore al bel Purim (illustrato da rare testimonianze canore raccolte sul campo) ed il libro ritrovato Gli Ebrei venuti a Livorno di Raffaello Ascoli. Ha al suo attivo anche l’incisione di diversi CD in cui ha interpretato canti del Risorgimento toscano (Livorno ribelle), dell’innodia del mondo del lavoro (Fate largo quando passa la Brigata Garibaldi) e dell’epopea marinaresca (Canti del Mare). Oltre ad aver tradotto Georges Brassens in livornese (ascoltabile nel CD Porci Poveracci e vecchi malvissuti) compone ballate e canzoni, che ha presentato in varie occasioni, anche internazionali, come il festival messicano Encuentro de Decimistas y Versadores de Latin America di San Luis Potosì nel 2003, il francese Festival Brassens di Vaison-la-Romaine nel 2004, con il chitarrista Marzio Matteoli, per finire col Cubadisco internacional, di La Habana, Cuba, nel 2010. Nel 2012 ha fondato il Coro Garibaldi d’Assalto col quale nel 2024 ha concorso alle celebrazioni del centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti.




