“Quando la logica va in vacanza. Sulle fallacie comiche in letteratura” di Edoardo Camassa

Dott. Edoardo Camassa, Lei è autore del libro Quando la logica va in vacanza. Sulle fallacie comiche in letteratura edito da Quodlibet: quale funzione rivestono le fallacie comiche in letteratura?
Quando la logica va in vacanza. Sulle fallacie comiche in letteratura, Edoardo CamassaComincerei con due considerazioni preliminari, che sono anche i postulati centrali del mio libro. Primo: tra il comico letterario e il motto di spirito c’è una differenza di grado e non di natura. In altre parole, le semplici barzellette anonime che corrono di bocca in bocca, così come le grandi commedie di Shakespeare o di Molière rappresentate e lette per secoli, sottendono lo stesso tipo di discorso: quello che porta con sé, come ha scritto una volta Francesco Orlando, «non soltanto una illuminazione di verità ma anche un barlume di festa». Seconda considerazione, che discende direttamente dalla prima: per provare a chiarire quali sono le funzioni e gli intenti delle fallacie che si incontrano nella letteratura comica è utile rifarsi allo studio dei motti di spirito fondati appunto su una fallacia. In questa prospettiva, nel saggio ho pensato di riallacciarmi al libro freudiano sul Witz e in particolare all’analisi di ciò che Freud chiama «storielle con una facciata logica», o in alternativa «motti concettuali sofistici». Va da sé che non è un caso se ho scelto proprio questo tipo di barzellette e non un altro: esse richiamano le fallacie non soltanto dal punto di vista nominale, ma anche (il che è ben più importante) dal punto di vista concettuale. Per convincersene, è sufficiente confrontare la definizione di fallacia logica – «una specie di argomentazione che sembra corretta, ma che se sottoposta a un esame rigoroso rivela di non esserlo», stando alla nota formula di Copi – con quella di motto concettuale sofistico offerta da Freud: storiella spiritosa con una «parvenza logica così solida da rivelarsi come parvenza solo dopo un esame accurato». Ma vediamo ora di considerare un esempio di motto concettuale sofistico, così come lo riporta Freud: «Il pretendente sta obiettando che la promessa sposa ha una gamba più corta dell’altra e zoppica. Lo Schadchen [= il sensale di matrimoni] non è d’accordo. “Lei ha torto. Supponga di sposare una donna con le gambe sane e diritte. Che vantaggio ne ha? Non può starsene sicuro neppure per un giorno che Sua moglie non cada, si rompa una gamba e poi resti paralizzata per tutta la vita. E poi le sofferenze, l’agitazione, il conto del medico! Se invece prende questa, non le capiterà mai: è cosa fatta». Secondo Freud, la comprensione di storielle come questa avviene idealmente in tre tempi. Primo: l’argomentazione tiene, ha una sua logica (per quanto sottile). Secondo tempo: ma no che non funziona, fa acqua da tutte le parti. Terzo momento: eppure, a ben pensarci, l’argomentazione ha una sua singolare coerenza; ecco perché la facciata logica sembrava così robusta. L’errore di ragionamento mira in realtà a mettere in luce l’erroneità di qualcos’altro di più generale e decisivo: un’idea, un’istituzione, un canone – quelli sì, irragionevoli. Nel caso specifico del nostro motto, il sensale che propone argomentazioni illogiche è insomma un capro espiatorio; grazie ai suoi ragionamenti possiamo ridere in ultima istanza del pretendente, tanto ottuso da non capire che le qualità fisiche sono per loro natura caduche, e più in generale delle trattative matrimoniali. Ora, che le fallacie comiche letterarie funzionano proprio come i motti concettuali sofistici è a mio avviso ben testimoniato da un esempio – l’ultimo tra quelli che ho considerato nel libro – che ricorda da vicino la storiella freudiana appena riportata, se non altro perché entrambi si reggono sull’argumentum ad consequentiam nella sua forma negativa. Questo esempio è tratto da una raccolta di racconti di Woody Allen, Without Feathers, e merita di essere riportato quasi per intero: «Qualsiasi cosa è meglio che capitare in un bosco con uno di quei sorrisi stupidi e ammucchiare fiori in un cesto […]. Oggigiorno si chiama il fioraio e si ordina al telefono. Lasciate che sia lui ad avventurarsi nel bosco, è pagato per farlo. In questo modo, se arriva un temporale elettrico o viene urtato un alveare, sarà il fioraio a finire al Mount Sinai». Come si vede, anche questa fallacia letteraria viene afferrata in tre tempi. In un primo momento l’apparente logicità convince. Il pensiero critico e la valutazione razionale subentrano solo in seguito: non c’è nessun nesso logico-causale tra il raccogliere fiori nel bosco e il finire all’ospedale. Ma non è tutto: in ultima analisi si realizza che, col suo ragionamento, la voce narrante adotta un atteggiamento cinico-disincantato (tipico dell’uomo metropolitano a cui Allen ha dato voce in molti suoi film) per colpire il partito preso di chi è pronto a giurare sulla bontà della natura e pertanto volge le spalle agli agi della civiltà, al progresso e in definitiva alla cultura. L’oggetto ultimo del riso, e della critica da esso veicolata, è insomma chi sta dogmaticamente dalla parte della Natura; non chi, come la voce narrante – con cui anzi, sotto questo profilo, ci si può e ci si deve identificare –, sta invece serenamente dalla parte della Cultura. Quel che intendo dire, in estrema sintesi, è che le fallacie comiche della letteratura hanno una finalità duplice e ambigua: da un lato ci fanno ridere di chi trasgredisce la logica consueta, ordinaria, aristotelica; dall’altro ci permettono di solidarizzare con lui. Perché, in fondo, egli altro non è se non un falso bersaglio, che nel coprirsi di ridicolo punta il dito contro i sistemi di pensiero correnti, contro le certezze comuni ritenute inattaccabili.

Quali diverse forme assumono le fallacie comiche?
Credo che per rispondere sia necessario chiarire innanzitutto un punto: non ha senso distinguere in modo troppo netto le fallacie comiche dalle fallacie logiche. Benché svolgano funzioni differenti (suscitare il riso e persuadere in modo improprio), le fallacie comiche presentano infatti la stessa struttura delle fallacie logiche. Si tratta, in un caso come nell’altro, di argomentazioni o di ragionamenti che richiamano un qualche tipo di inferenza corretta, ma che se sottoposti ad esame si rivelano logicamente viziati. In definitiva, le fallacie comiche non sono altro che fallacie logiche impiegate in una situazione e con un’intenzione ludica. Si può pertanto dire che esistono tante forme di fallacie comiche quante sono le forme di fallacie logiche, cioè in numero virtualmente illimitato. Nel mio libro ho comunque tentato di proporre uno schema di classificazione delle fallacie; uno schema inevitabilmente soggettivo e incompleto, ma nondimeno utile per fini orientativi. Sebbene non sia questo il piano che ho privilegiato nel mio lavoro, segnalo per inciso che questa griglia può avere anche un’utilità secondaria: quella di fornire degli strumenti per riconoscere i ragionamenti capziosi che ricorrono nel discorso pubblico, in primis politico. Per costruire il mio modello di classificazione ho deciso di ibridare la tassonomia logico-formale di Irving Copi con quella pragmatica di Douglas N. Walton, arricchendole e precisandole là dove mi sembrava opportuno. Da ciò ho ricavato che le fallacie si dividono in due grandi categorie: informali e formali. Le fallacie informali si hanno quando il difetto logico sta nel contenuto del ragionamento. Le fallacie formali sono invece quelle che mostrano appunto un vizio di forma, dell’ordito logico. Le fallacie informali sono principalmente di due tipi: di rilevanza, quando le premesse non sono pertinenti rispetto alle conclusioni (penso all’argumentum ad verecundiam impiegato per esempio da Pangloss: «Leibniz non poteva avere torto»); di ambiguità, quando una o più parole vengono utilizzate in vari sensi nel corso del ragionamento (ne è un valido esempio la ridefinizione ad hoc del termine “fingere”, con cui il Falstaff shakespeariano prova a dissimulare la propria simpatica codardia). Quanto alle fallacie formali, senza entrare troppo in dettaglio e senza illustrarne le ulteriori articolazioni interne, va detto che sono di tre tipi: induttive, quando procedono in modo erroneo dal particolare all’universale (è il caso delle generalizzazioni indebite enunciate da don Ferrante nei suoi filosofemi intorno alla peste); deduttive, quando muovono in modo incongruo dall’universale al particolare (viene in mente il logico del Rinoceronte di Ionesco, che produce sillogismi assurdi su cani e gatti in cui il termine medio è puntualmente non distribuito); circolari, quando presentano un circolo vizioso (un perfetto esempio di ciò è fornito dal circulus in definendo sui nasi che troviamo nel Tristram Shandy). Ferma restando la validità generale della classificazione che ho proposto, s’intende che esistono casi in cui fallacie di varia forma si intrecciano e si intersecano con effetti particolarmente godibili. Sta a testimoniarlo il già citato esempio di don Ferrante, in cui le generalizzazioni indebite assumono le sembianze ora di fallacie d’accidente converso ora di falsi dilemmi. Talvolta può persino succedere che una fallacia sia ascrivibile – in base a come la si interpreta – a più di una tipologia: basta pensare ancora una volta a Pangloss e ad alcune sue “dimostrazioni” del fatto che tutto va nel migliore dei modi possibili, argomentazioni senza capo né coda che sono leggibili sia come circoli viziosi (circulus in probando) sia come fallacie induttive causali (post hoc ergo propter hoc).

Autori diversi e lontani tra loro come Aristofane e Boccaccio, Shakespeare e Cervantes, Voltaire e Carroll, Jarry e Stoppard si sono serviti di ragionamenti viziati o bizzarri: come si è evoluta, nei secoli, la fallacia logica letteraria?
Il giudizio di Kant sulla logica, espresso nella Prefazione alla seconda edizione della Critica della ragion pura, è diventato quasi proverbiale: «da Aristotele in poi essa non ha dovuto fare alcun passo indietro né ha potuto fare un solo passo avanti». Questa tesi può sembrare quantomeno discutibile, dato che tra Aristotele e Kant ci sono stati gli Stoici e Leibniz (per citare solo alcuni tra gli esempi più eclatanti), e tuttavia se la riformuliamo può adattarsi al caso nostro: da quando Aristotele ha stabilito quali sono le principali infrazioni della logica argomentativa, e la letteratura le ha invece fatte proprie come per una sorta di rovesciamento, la fallacia logica letteraria non ha più fatto grandi passi né indietro né avanti. Fuor di metafora, voglio dire che risulta difficile parlare di evoluzione della fallacia logica letteraria in senso stretto. Non solo e non tanto perché la presenza di fallacie comiche in letteratura è una costante metastorica, ma anche e soprattutto perché i tipi e le forme di argomenti bizzarri che incontriamo in letteratura sono sostanzialmente gli stessi da oltre duemila anni, fatte naturalmente salve alcune eccezioni (su tutte le fallacie proposizionali, come la negazione dell’antecedente che troviamo in Erasmo, impensabili senza l’apporto della logica stoica; le fallacie legate alle leggi della probabilità, su cui tornerò tra poco). Uno spoglio più completo e sistematico delle fallacie comiche letterarie rispetto a quello che ho tentato nel mio libro potrebbe forse attenuare ciò che affermo, ma non negarlo. Per negarlo bisognerebbe del resto smentire questi dati di fatto: l’argumentum ad antiquitatem compare tanto in Aristofane quanto in Carroll, l’analogia debole compare tanto in Boccaccio quanto in Hašek, infine l’argumentum ad consequentiam compare tanto in Cervantes quanto in Allen. Detto questo, se intendiamo parlare di evoluzione della fallacia logica letteraria in un senso più ampio, si possono registrare almeno due linee di tendenza. Primo: la scelta di alcune fallacie comiche in letteratura sembra rispondere a esigenze di tipo storico-culturale. Per esempio, come mostrano i casi di Erasmo, Cervantes e Galilei, l’impiego dell’argomento consistente nel rifarsi a un’autorità non qualificata – il cosiddetto argumentum ad verecundiam – si moltiplica e radicalizza proprio negli anni in cui entra in crisi il principio di autorità. Per spiegare un simile fenomeno si può avanzare un’ipotesi, tutta da verificare: nel prendere congedo da una forma di pensiero superato, che accettava per veri e credibili testi e fonti solo in apparenza autorevoli, scrittori come Erasmo, Cervantes e Galilei si sono abbandonati per un’ultima volta a quella forma di pensiero per una sorta di piacere regressivo? Seconda linea di tendenza: gli argomenti scorretti più sofisticati, come quelli probabilistici, appaiono relativamente tardi in letteratura; per esempio, a quanto mi risulta, la fallacia dello scommettitore emerge solo con Stoppard. Il motivo è presto detto. La teoria della probabilità è un’acquisizione abbastanza recente della logica matematica. Per far sì che gli autori letterari potessero divertirsi a trasgredire le sue leggi, evitando però di risultare oscuri, bisognava prima che questa teoria fosse ampiamente conosciuta e divulgata.

Quali, tra quelli da Lei descritti, ritiene i migliori esempi di fallacia comica?
Durante questa intervista ho citato, talvolta anche per intero (o quasi), un certo numero e una certa varietà di fallacie comiche letterarie. Già solo da questo penso si capisca che considero tutte le fallacie che ho affrontato nel mio libro parimenti importanti e istruttive: alcune perché a mio avviso confermano con estrema chiarezza la validità della teoria (per esempio la fallacia di Allen); altre perché evidenziano che la tassonomia dev’essere intesa in modo sufficientemente elastico (è il caso delle fallacie di Voltaire o di Manzoni); altre ancora perché sono particolarmente divertenti – e la cosa non è di poco conto, visto che stiamo parlando di un libro incentrato su una varietà del comico. Se tuttavia dovessi proprio scegliere, con molta fatica direi che i migliori esempi di fallacia comica sono due. Il primo, per bellezza ed eleganza, è quello di Falstaff sulla morte come contraffazione (Shakespeare, Henry the IVth, prima parte: atto V, scena 4, vv. 3081-3086). Il secondo miglior esempio, stavolta per ricchezza e densità, è quello di Don Chisciotte, che nello spazio di una manciata di righe snocciola ben quattro forme di fallacia (Cervantes, Don Chisciotte, capitolo 50). Concluderei su un punto. Una delle caratteristiche dell’animale uomo è quella di sovrastimare ciò che non ha o che non possiede ancora. Per cui va da sé che i migliori esempi di fallacia comica letteraria restano quelli che avrei potuto analizzare e non ho analizzato; soprattutto quelli ancora da scoprire.

Edoardo Camassa (Pisa, 1987) si è laureato in Filosofia all’Università di Pisa. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Filologia e critica all’Università di Siena, in co-tutela con la KU Leuven, discutendo una tesi dal titolo «His Majesty the Baby». Sovrani scatenati nella letteratura occidentale tra ’800 e ’900. Ha pubblicato in riviste italiane e straniere, oltre che in volumi collettanei, contributi di teoria della letteratura e di letterature comparate. Quando la logica va in vacanza. Sulle fallacie comiche in letteratura (Quodlibet, 2020) è il suo primo libro.

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