“Quando gli dei erano uomini. Atrahasis e la storia babilonese del genere umano” a cura di Stefania Ermidoro

Dott.ssa Stefania Ermidoro, Lei ha curato l’edizione del libro Quando gli dei erano uomini. Atrahasis e la storia babilonese del genere umano, pubblicato da Paideia. Quello di Atrahasis rappresenta uno dei più antichi poemi del Vicino Oriente: che rilevanza assume, nel contesto del corpus letterario mesopotamico?
Quando gli dei erano uomini. Atrahasis e la storia babilonese del genere umano, Stefania ErmidoroIl poema in questione è stato definito da due orientalisti di fama mondiale come “il più antico sforzo culturale che l’umanità abbia compiuto per comprendere se stessa, le ragioni e i modi della propria esistenza e il senso ultimo della vita” (Bottéro, J. – Kramer, S.N. 1992 Uomini e dèi della Mesopotamia. Alle origini della mitologia, Torino. Traduzione italiana a cura di G. Bergamini di Lorsque les dieux faisaient l’homme. Mythologie mésopotamienne, Paris, 1989). Esso, in effetti, non è solo un poema mitologico narrativo ma fornisce anche al suo pubblico, antico e contemporaneo, un’eziologia per la nascita dell’uomo, per le istituzioni sociali e civili, persino per la morte.

Gli eruditi del Vicino Oriente antico nominavano i loro componimenti sulla base dei rispettivi incipit: le prime parole di ogni narrazione mitologica erano perciò particolarmente eloquenti. Il titolo originale dell’opera oggi nota come Poema di Atrahasis o Poema babilonese del diluvio era Enıūma ilū awīlum. Utilizzando tre sole parole, che in italiano possono essere tradotte con la frase “Quando gli dèi erano uomini”, l’antico autore (rimasto anonimo) trovò il modo di riassumere il tema dell’intero componimento: il rapporto tra l’essere divino e l’essere umano.

Il manoscritto di riferimento, il più completo, fu copiato da uno scriba di nome Ipiq-Aya nella città di Sippar durante il regno del sovrano Ammi-saduqa (1646-1626 a.C.). Questo testo si estendeva su tre tavole di argilla, ognuna delle quali conservava otto colonne di circa quarantacinque linee per un totale di 1245 linee. Il poema godette però di grande popolarità, e fu copiato da vari scribi in regioni ed epoche diverse in tutta l’area del Vicino Oriente varcando i confini della Mesopotamia in senso stretto: se ne conoscono anche una recensione da Ugarit e una dall’Anatolia.

I temi trattati nel poema non costituivano delle novità all’interno del corpus letterario mesopotamico: essi miravano ad indagare il modo in cui gli esseri viventi erano venuti alla luce, il motivo per cui avevano assunto le sembianze proprie di ciascun genere, la ragione per cui l’essere umano si era distinto dagli altri animali, il ruolo dell’uomo nel cosmo, e infine i rapporti tra uomo, creatore, creato e creature. Da queste riflessioni esistenziali sono scaturiti alcuni tra i poemi letterari più belli del mondo antico: Quando gli dèi erano uomini si distingue per la sua coerenza interna e per lo stile scorrevole ed elegante con cui le vicende vengono narrate. Il materiale che fa da sfondo agli eventi affonda le proprie radici in una lunga tradizione culturale, risalente ai primi testi redatti in lingua sumerica. Nel momento in cui, all’inizio del secondo millennio a.C., gli Amorrei presero il controllo di gran parte della Mesopotamia, il mondo culturale dell’epoca conobbe una rinascita. I testi letterari iniziarono a rielaborare miti preesistenti, innovandoli sulla spinta di una nuova sensibilità e di inedite riflessioni sulla società e sulla condizione umana: tale cambiamento era legato alle turbolente vicende politiche e ai mutamenti sociali ed ecologici che le comunità umane avevano sperimentato nelle generazioni precedenti, che influenzarono profondamente anche i prodotti artistici dell’epoca. Inoltre, l’affinarsi di competenze letterarie e la sperimentazione di tecniche narrative rimaste fino a quel momento inesplorate permisero di attribuire forme completamente nuove e originali anche a tematiche già note.

Quando gli dèi erano uomini descrive uno scontro che ha luogo all’interno della comunità divina: tale conflitto vede uno contro l’altro l’atteggiamento autoritario del dio a capo del pantheon, Enlil, e il comportamento moderatore del dio della saggezza, Enki. Se la condotta del primo, quasi tirannica nella sua scelta di ridurre prima il numero degli uomini attraverso tre diversi flagelli e poi di annientarne completamente il genere attraverso il diluvio, è apertamente definita malvagia, tuttavia nelle parole perentorie della dea madre si ammette che è l’intera assemblea degli dèi a essere colpevole della catastrofe. Una simile rappresentazione in chiaroscuro della comunità divina è specchio della riflessione filosofica e della maturità raggiunta dalla cultura mesopotamica già nel secondo millennio a.C. L’uomo non si concepiva come un semplice burattino nelle mani di una volontà superiore, il cui giudizio era per definizione corretto e indiscutibile. Al contrario, sebbene consapevoli della loro inferiorità e dipendenza dal mondo divino, gli uomini del Vicino Oriente sapevano anche di avere una certa libertà di azione, e conoscevano il modo di volgere situazioni avverse a proprio vantaggio grazie agli strumenti del rito che erano stati messi a loro disposizione. Si noti che la gerarchia del mondo non viene messa in discussione né appare criticata o rifiutata; i versi di chiusura noti dal testo paleobabilonese confermano proprio l’accettazione dello status quo e la volontà di rendere merito e onore a Enlil come capo del pantheon. Essi recitano: “Gli Igigi ascoltino questo canto per la [tua] gloria, e rendano onore alla tua grandezza”. Proprio in queste linee, tuttavia, il poeta ha nascosto una riflessione molto profonda, selezionando con una particolare cura ogni parola impressa nell’argilla. La parola accadica usata per esprimere l’idea della “gloria” di Enlil, šanittu, richiamava subito alla mente l’aggettivo šanītu, “ostile”. Il termine che indicava la “grandezza” del dio, narbû, era a sua volta simile al termine narbu, ovvero “soffice, delicato”.

Questi richiami e doppi sensi, che scompaiono nelle traduzioni in lingue moderne che non hanno la possibilità di trasmettere i giochi di parole della versione originale, dovevano però essere immediatamente comprensibili a tutti coloro che in antichità ascoltavano la storia dalla viva voce di un relatore. In questo modo, insieme alla storia dei primordi dell’umanità, ciò che circolava era anche una riflessione sul rapporto tra mondo umano e mondo divino, e sul corretto atteggiamento da mantenere nei confronti di esseri che, pur nella loro superiorità, erano considerati comunque fallibili.

Il poema è, dunque, ben più di una narrazione drammatica di grandi eventi della storia del mondo: parallelamente alle vicende epiche in esso descritte, vi si trova una riflessione profonda sui limiti della condizione umana. Per questo motivo, Quando gli dèi erano uomini può essere iscritto a pieno titolo nel gruppo dei testi mesopotamici sapienziali, e la stessa esplicita volontà del testo di rivolgersi alle generazioni successive testimonia la consapevolezza ab origine del valore educativo e dell’universalità del suo contenuto.

Si tratta senza dubbio di un componimento letterario di alto livello, ma testimonia un tipo di letteratura molto lontana rispetto alla nostra sensibilità moderna. L’unità di senso è il singolo verso, spesso legato a quello che precede o segue a formare delle coppie, unite tra di loro dal contenuto o da diversi artifici stilistici. Una delle caratteristiche più evidenti è l’uso ricorrente di formule, parallelismi e ripetizioni, che testimoniano l’origine orale della composizione. Lo stile formulare, che rende il componimento difficilmente appetibile a un pubblico contemporaneo, era invece preferito dagli autori antichi: la ripetizione era necessaria allo sviluppo della trama, e veniva utilizzata per ottenere specifici effetti narrativi, come nelle scene più drammatiche in cui la descrizione serviva a far crescere la tensione nell’uditorio. Il poema è ricco di figure retoriche: giochi di parole, allitterazioni, chiasmi, verbi accoppiati ma con tempi contrastanti, climax costruiti attraverso la ripetizione di formule caratterizzate da minime variazioni, similitudini e metafore, epiteti fissi e linee formulari. Spesso, tuttavia, esse si perdono con la traduzione in lingua moderna del testo, e la raffinatezza e l’elevato livello stilistico del poema rischiano perciò di essere sottovalutati.

Quali vicende sono narrate nel poema?
Le prime linee del poema descrivono l’ordinamento dell’universo dopo la cosmogonia: gli dèi Anu, Enki ed Enlil si sono divisi il controllo rispettivamente del cielo, delle acque e della terra. A un gruppo di divinità “minori”, chiamate Igigi, è stato affidato l’incarico di lavorare per il benessere della comunità divina: in particolare, essi si occupano quotidianamente dei lavori agricoli e dello scavo e del mantenimento dei canali di acqua dolce. Dopo 3600 anni di corvée, però, gli Igigi si ribellano: incendiati i loro strumenti da lavoro, circondano la residenza di Enlil. Riconoscendo che lo sforzo loro assegnato era insostenibile, Anu suggerisce di creare gli esseri umani, per assegnare a loro il compito di farsi carico del lavoro degli dèi. L’uomo così creato dalla Dea Madre è fatto di molte componenti diverse: la materia prima è l’argilla, materiale ben noto agli uomini del Vicino Oriente, che lo usavano per gli scopi più diversi – come supporto scrittorio e materiale edilizio, per creare vasellame grezzo e raffinato e per dare forma a statue e utensili. Per raffinare l’argilla, poi, vengono usati “la carne e il sangue” di un dio: la nuova creatura ha perciò una componente allo stesso tempo umana e divina. La prima, rappresentata dall’argilla, renderà per sempre l’uomo diverso dagli dèi e gli impedirà così di avanzare pretese di uguaglianza nei loro confronti; d’altra parte, la componente divina assicurerà al genere umano la forza, l’intelligenza e l’energia necessarie per compiere il dovere per cui è stato creato. Per poter essere plasmata e lavorata, poi, l’argilla deve essere inumidita: per questo motivo, la Dea Madre lascia che gli Igigi sputino sulla materia con cui avrebbe creato l’uomo. Con tale atto viene sancita definitivamente la transizione dalla vecchia alla nuova classe di lavoratori che stava prendendo forma.

Gli uomini appena creati si mettono subito all’opera per provvedere al sostentamento degli dèi ma, dopo 1200 anni, a causa del frastuono da loro creato scatenano la rabbia di Enlil, che decide di inviare sulla terra un’epidemia per diminuirne il numero. A questo punto, alla fine della prima tavola, compare sulla scena Atrahasis il quale, su indicazione del suo dio personale Enki, fa convogliare tutte le offerte su un unico dio, Namtar, responsabile della malattia. Onorato da tali doni, in effetti, il dio si decide a sospendere l’epidemia ordinatagli da Enlil.

La seconda tavola tramanda l’idea di un tempo ciclico, scandito da “600 e 600” anni, un arco cronologico che racchiude vicende molto simili tra di loro. Esse sono, nell’ordine: il prosperare degli uomini, la loro turbolenza e il conseguente fastidio arrecato al pacifico mondo superiore, la decisione di ridurne il numero attraverso un flagello (di diverso tipo per ciascun episodio: dopo l’epidemia, Enlil invia prima una carestia e poi la siccità), l’ideazione di uno stratagemma da parte della coppia Enki-Atrahasis per evitare il totale annientamento e permettere la sopravvivenza della società umana. La ripetizione di questi avvenimenti, che compaiono di volta in volta con minime differenze interne quali il tipo di calamità inviata o la divinità a cui appellarsi per riportare l’ordine, trasmetteva all’ascoltatore del passato così come al lettore moderno la sensazione di un corto circuito. Vi si legge l’esistenza di un errore di fondo nel “sistema dio-uomo” che non consente di trovare una soluzione definitiva, ma condanna i due mondi a un conflitto ciclico e potenzialmente eterno. Causa primaria di tale corto circuito era la durata dell’esistenza umana, caratterizzata in origine da una longevità innaturale. Le narrazioni dettagliate delle epidemie e delle carestie nel componimento dimostrano che la morte era presente nel mondo, e che gli uomini ne soffrivano anche dolorosamente. Tuttavia, come attestato da altre fonti mesopotamiche, la morte naturale degli uomini antidiluviani avveniva a un’età eccessivamente avanzata, e ciò consentiva loro di diventare sempre più numerosi – e di conseguenza anche sempre più rumorosi. Per questo motivo, per risolvere definitivamente il problema, nelle ultime linee della seconda tavola Enlil decide di eliminare gli esseri umani dalla terra attraverso un diluvio. Visti i precedenti, il dio a capo del pantheon fa giurare a Enki di mantenere il segreto su questa sua decisione, peraltro ratificata dall’intera comunità divina.

La terza tavola è interamente dedicata al racconto del diluvio. Enki, legato dal giuramento fatto agli altri dèi, nell’impossibilità di avvisare il suo devoto Atrahasis gli comunica il piano di Enlil indirettamente, prima in sogno e poi attraverso un muro di canne. Il dio dice dunque all’uomo di costruire una barca con cui salvarsi dalle acque imminenti, e il protagonista ubbidisce a questo ordine: aiutato dai suoi concittadini costruisce l’imbarcazione, sale a bordo insieme alla sua famiglia e agli animali e al primo boato del temporale ne sigilla l’entrata e prende il largo. La furia del diluvio è tale da gettare nel panico persino gli dèi, mentre la dea madre si dispera per la sorte delle sue creature ed Enki è costernato nel vedere l’umanità sterminata. L’intera comunità divina soffre: l’assenza degli uomini fa sì che non vengano effettuati i sacrifici e le offerte giornaliere, per cui gli dèi soffrono la fame e la sete. In effetti, con la fine del diluvio e il ritirarsi delle acque il primo gesto compiuto da Atrahasis una volta sbarcato dalla nave è proprio quello di offrire un sacrificio, intorno al quale gli dèi si affollano “come mosche”. Enlil, pur approfittando come gli altri dell’offerta, notando che un uomo è sopravvissuto al suo flagello si infuria e accusa Enki di aver tradito il giuramento. Il dio della saggezza, però, fa notare che egli ha agito così solo per il bene degli altri dèi: egli si era reso conto che la scomparsa degli uomini li avrebbe ricondotti alla situazione di partenza, ovvero di lavoro, che era impensabile. Per risolvere il problema del sovraffollamento sulla terra, Enki suggerisce diverse soluzioni che vengono introdotte nel mondo – a cominciare da una vita umana più breve. Inoltre, per limitare le nascite tra gli uomini, gli dèi rendono alcune donne infeconde, introducono la mortalità infantile e stabiliscono la castità per alcune classi di sacerdotesse.

Per quanto riguarda la struttura generale del testo, dunque, essa si caratterizza per la presenza di due momenti di massima tensione, connessi tra di loro ma situati a una notevole distanza l’uno dall’altro all’interno della trama dell’opera. Il poema si apre infatti con il primo climax, che prende il via con l’istituzione della gerarchia divina, cresce con la narrazione della nascita di uno squilibrio tra poteri e del conseguente conflitto, e si conclude con l’identificazione di una prima soluzione: la creazione dell’uomo. A partire da questo momento, la narrazione riprende con una seconda sequenza di eventi incatenati tra loro, a creare una nuova, crescente tensione derivata dalla continua descrizione di conflitti e soluzioni che però si rivelano non definitive. Questa seconda parte, più lunga e articolata della prima, raggiunge l’apice nella dettagliata e drammatica narrazione del diluvio.

Per quanto riguarda il protagonista, sebbene il personaggio di Atrahasis sia di certo determinante per lo svolgimento della narrazione, egli appare sulla scena solo molto tempo dopo l’inizio della storia e, per quanto fondamentale per la trama, il suo ruolo non è più appariscente di quello di altri protagonisti, ad esempio degli dèi Enki, Enlil o Nintu. A differenza poi di altri poemi della tradizione mesopotamica il cui titolo moderno menziona il personaggio principale (quali Gilgameš, Etana o Adapa), Atrahasis come uomo non presenta un’evoluzione psicologica nel corso della vicenda, né si caratterizza per particolari doti fisiche o mentali. Il suo ruolo è definito invece principalmente in funzione del rapporto con il proprio dio personale, Enki. Scritto in accadico Atram-ḫasīs, il suo nome significa “grandemente saggio”: l’aggettivo utilizzato, ḫasīsu, non indicava una saggezza innata o erudita ma piuttosto una qualità derivata dall’osservazione della realtà e dall’ascolto attento di quanto riferito da altri. Atrahasis non era un re, né un consacrato – e certamente neppure un marinaio, come si deduce dalle sue stesse parole riportate nella versione assira, in cui lo troviamo chiedere forse con un po’ di preoccupazione a Ea: “Io non ho [ma]i costruito una barca […] Disegna la sua fo[rma per ter]ra, così che io veda la [for]ma e [possa costruire] la barca” (DT 42,13-15). Egli, però, conosce bene l’importanza del rispetto delle regole civili: sa che il ruolo degli uomini è quello di occuparsi delle necessità degli dèi, in modo tale che questi ultimi possano vivere una vita gioiosa e priva di preoccupazioni, adeguata al loro status divino. Quando gli dèi erano uomini fornisce perciò una giustificazione e una spiegazione teologica alla pratica dell’offerta sacrificale agli dèi: è per questo che gli uomini sono stati creati, e per questo devono regolarmente restituire ai creatori i frutti della natura che è stata messa a loro disposizione. Ma è anche vero, come dimostrato dagli stratagemmi messi in atto per debellare i primi tre flagelli inviati da Enlil e poi dalla fame degli dèi nei giorni del diluvio, che proprio l’azione sacrificale consente all’uomo una forma di controllo su un canale di comunicazione fondamentale diretto verso il mondo divino.

Che relazione intercorre tra il poema babilonese e il racconto biblico del diluvio universale?
Innanzitutto, va ricordato che la storia di un diluvio che distrugge tutte le terre emerse e i loro abitanti, evento drammatico dal quale la vita viene preservata grazie all’intervento salvifico di un eroe su una nave, rappresenta un topos letterario ben noto nelle tradizioni culturali di gran parte del mondo. Un diluvio universale si trova raccontato, con alcune comprensibili varianti ma con una notevole omogeneità nella struttura di fondo, in Mesopotamia, Egitto, Grecia, Siria, Levante, Europa, India, Asia orientale, Nuova Guinea, America centrale, America settentrionale, Melanesia, Micronesia, Australia e America del Sud. A volte l’episodio viene solo menzionato all’interno di una trama più complessa, in altre occasioni invece è posto al centro della vicenda: lo spazio a esso attribuito può variare anche sensibilmente, ma la sua diffusione attesta l’importanza di questo tema all’interno della più ampia problematica sul senso della vita e sulla funzione dell’uomo nell’ordine cosmico.

Nell’ambiente culturale del Vicino Oriente, non vi erano dubbi che un diluvio fosse avvenuto: diverse generazioni di uomini avevano testimoniato e sperimentato in prima persona le terribili conseguenze di estese alluvioni nella piana della Mesopotamia meridionale. Un simile contesto ambientale costituiva un terreno fertile per lo sviluppo del mito di un diluvio universale, e questo particolare avvenimento andò a ricoprire una funzione speciale in quanto spartiacque tra una storia primordiale e una successiva, che aveva visto il progresso dell’uomo in società umane sempre più complesse e strutturate. Accenni a un evento catastrofico si trovano in tipologie testuali di epoche diverse, dal terzo millennio a.C. in avanti: lettere, lamentazioni, rituali, preghiere, iscrizioni reali, poemi epici e altre opere letterarie.

Il diluvio costituisce il tema centrale in particolare di tre composizioni letterarie, di epoche e stili differenti: è il fulcro attorno a cui ruota il cosiddetto Poema sumerico del diluvio, e viene narrato in due ampi episodi narrativi contenuti nei poemi che descrivono le vicende di Atrahasis e quelle di Gilgameš. Nonostante l’essenza della trama sia la stessa, le varianti testuali confermano che non esisteva un’unica storia mesopotamica del diluvio. Piuttosto, vennero elaborate versioni differenti del medesimo episodio, le quali si distinguevano per formato, numero di colonne, lingua e dettagli dell’intreccio.

I temi discussi in Quando gli dèi erano uomini furono recepiti anche nel territorio di Israele, e si fecero spazio all’interno del percorso lungo e articolato che portò alla compilazione del testo biblico. Il Levante era un’area geografica culturalmente influenzata dalla tradizione originatasi nella Mezzaluna Fertile, e argomenti quali la creazione del mondo, l’origine del genere umano, la questione del male e la presenza di una volontà divina che regola il cosmo, attiravano senza dubbio l’interesse degli esponenti della teologia di carattere monoteistico che nacque e si sviluppò in quell’area. Nella Bibbia, il diluvio occupa un posto particolare nel libro della Genesi, come soggetto centrale dei primi capitoli (6-9). Secondo questo racconto, la storia dell’uomo fin dalle origini è costellata di reiterate ribellioni e peccati commessi consapevolmente contro Dio: tale volontarietà, unita alla sfida ripetutamente lanciata all’autorità divina, spingono quest’ultimo a una decisione estrema. La distruzione delle creature appare come un atto sofferto ma necessario, poiché l’uomo con il suo atteggiamento ha spinto la relazione con il proprio creatore sino a un punto di non ritorno: la ragione ultima del diluvio perciò, secondo la Bibbia, è da ascriversi alla corruzione morale delle prime società umane.

Anche nel poema babilonese, come nella Genesi, il racconto si apre con la creazione dell’uomo, e il testo attribuisce a quest’ultimo una serie di atteggiamenti che causano l’irritazione di Enlil, spingendolo a inviare nel mondo il diluvio. Tuttavia non si trovano allusioni alla malvagità dell’uomo, né a un vero e proprio peccato umano da ascriversi alla sfera morale. Al contrario: nella generale assenza di una connotazione etica che giustifichi l’invio del diluvio nella vicenda babilonese, è interessante notale che le uniche azioni veramente malvagie in tutto il poema siano da imputare agli dèi. È Enlil, infatti, che delibera di inviare prima le piaghe e poi il drammatico flagello, con una serie di decisioni volte a punire delle creature che non avevano commesso alcuna ingiustizia.

La principale differenza tra il racconto di Quando gli dèi erano uomini e il testo biblico risiede evidentemente nella concezione stessa del cosmo e delle leggi che lo regolano. La prospettiva politeistica pervade sin dai primi versi il poema babilonese, presentando un universo in cui diverse divinità agiscono muovendosi in spazi e tempi indipendenti rispetto a quelli umani, sempre e solo alla ricerca, in ultima istanza, del proprio benessere.  Per questo motivo, anche il salvataggio di Atrahasis non è un gesto disinteressato bensì un’azione volta alla sopravvivenza della specie umana in una prospettiva che è, sostanzialmente, funzionale. Enki non si preoccupa di spiegare al suo prescelto il motivo per cui Enlil ha stabilito un simile cataclisma – perché, in effetti, l’uomo non deve imparare nulla da questa esperienza. Egli deve salvarsi solo per continuare il lavoro imposto dagli dèi. Infine, la concezione politeistica del mondo orientale è manifesta nella descrizione di tutte le divinità coinvolte nello scatenarsi del diluvio: dal momento della decisione a quello della ratifica da parte dell’assemblea divina, fino alla partecipazione di diversi esseri che sconvolgono gli elementi naturali contribuendo ciascuno a un particolare aspetto della catastrofe.

Il testo biblico offre un racconto simile (a volte quasi identico) nella forma, ma sostanzialmente diverso nel contenuto di fondo: la prospettiva monoteistica che denota il racconto della Genesi fa sì infatti che vi debba essere una ragione etica all’invio del diluvio da parte di un Dio che, secondo quanto descritto solo pochi capitoli prima, amava incondizionatamente quelle creature che egli aveva in origine plasmato per rendere la terra perfetta. Nella Bibbia, il diluvio è inserito nel racconto della progressiva malvagità del genere umano, e la causa di una simile calamità naturale è esplicita e manifesta. Dio in persona spiega a Noè il motivo per cui egli è stato scelto per salvarsi, e la motivazione è di carattere etico: “Entra nell’arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione”. La tempesta, poi, avviene solo per via di manifestazioni naturali: l’acqua sgorga dalle sorgenti dell’abisso, la pioggia cade dalle “cataratte del cielo”, mentre il vento viene inviato e trattenuto da Dio in persona.

In nessuna recensione a noi nota l’essere umano si salva da solo: rispettando le istruzioni ricevute dall’essere superiore con cui ha un rapporto privilegiato, egli porta sempre con sé anche specie animali con cui potrà ripopolare la terra dopo il diluvio. Secondo quanto descritto nel poema babilonese, Atrahasis fa salire a bordo insieme alla sua famiglia anche animali “puri” e “ingrassati”, ovvero bestie addomesticate quali pecore e capre; subito dopo vengono menzionati gli uccelli, e dopo una lacuna nel testo si trova la distinzione tra altri animali domestici e quelli selvatici, della steppa. Nelle linee che si sono conservate non si fa cenno alla necessità di far salire sulla barca un esemplare per ogni razza animale esistente sulla terra, come invece si ritrova nel racconto biblico, né si ravvisa la necessità di dover salvare un esemplare maschio e una femmina per ogni specie. Il salvataggio degli animali descritto in Quando gli dèi erano uomini è infatti essenzialmente funzionale alla sopravvivenza del genere umano: le specie salvate sono quelle che l’uomo potrà mangiare, usare per il lavoro nei campi, e sacrificare.

Il racconto mesopotamico e quello registrato nella Bibbia sono poi molto diversi nella descrizione delle fasi finali del diluvio: nella Genesi si trova, come per l’inizio del cataclisma, un’indicazione estremamente precisa del metodo scelto da Dio per far ritirare le acque dalla terra (“le cateratte del cielo furono chiuse”, “Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si abbassarono”) e di quanto tempo ci volle per il calare della marea (centocinquanta giorni). Una precisa scansione cronologica determina anche tutti i momenti successivi, caratterizzati da episodi e azioni che risultano assenti nella narrazione babilonese di Quando gli dèi erano uomini – ma che compaiono invece nell’undicesima tavola dell’epopea di Gilgameš, con dei notevoli parallelismi. Interessante è poi il confronto delle descrizioni dell’invio di uccelli da parte dell’uomo sopravvissuto al diluvio: dopo quaranta giorni, egli come primo atto aprì la finestra (Gen. 8,6; dettaglio riferito anche nel poema di Gilgameš, al verso xi,37) per osservare il cielo nuovamente sereno. Secondo la Bibbia, il primo a essere inviato fu un corvo, seguito da una colomba che venne fatta uscire tre volte, ogni volta a una distanza di sette giorni. Nel poema di Gilgameš, Utnapištim inizia a inviare uccelli già a partire dal settimo giorno dopo il diluvio: benché in sostanza l’episodio sia identico a quello descritto nella Bibbia, vi è una differenza nelle specie inviate – prima una colomba, poi una rondine e infine un corvo, che avendo trovato le terre asciutte non tornò più sulla barca (xi,148-156).

La differenza maggiore tra le tradizioni si ritrova infine nelle nuove leggi che regoleranno la vita dopo il diluvio: nel racconto mesopotamico, la conseguenza più importante e gravosa per l’umanità intera consiste nel nuovo regime del cosmo, che prevede una morte naturale in tempi più brevi e diversi sistemi per il controllo delle nascite. In più, secondo la tradizione espressa nella versione più tarda testimoniata già dal frammento rinvenuto a Ugarit così come dall’epopea di Gilgameš, sembra che Atrahasis, a conclusione della sua avventura, si ritirò dal mondo insieme alla moglie, per vivere una vita da immortale ma isolata dal resto della comunità umana. Nella Genesi avviene tutto il contrario: Noè non solo non visse il resto della sua vita separato dagli altri uomini, ma rimase fermamente inserito nella società facendo esperienza di un’esistenza lunga e feconda. In ciò, egli adempì al comando di Dio che, proprio alla fine del diluvio, subito dopo aver promesso di non colpire mai più le sue creature in un simile, devastante modo, “benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra”.

Stefania Ermidoro è assiriologa e storica del Vicino Oriente antico. Ha conseguito il Dottorato di Ricerca all’Università Ca’ Foscari di Venezia e ha ricoperto posizioni negli atenei di Venezia, Leuven e Newcastle-upon-Tyne. Attualmente è ricercatrice presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Si occupa di diversi aspetti della storia sociale e culturale della Mesopotamia del I millennio a.C.: in particolare, ha studiato le pratiche alimentari e i banchetti nel periodo neoassiro; divieti e regole legati all’alimentazione; letteratura mesopotamica; archeologia del Vicino Oriente antico e storia degli studi orientali.

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